Milano (AsiaNews) - Il senso e il futuro della missione della Chiesa d’Arabia in una regione martoriata dalla guerra e dai conflitti, a partire dall’ultimo divampato a fine febbraio fra Stati Uniti (e Israele) e l’Iran, in cui il futuro delle persone, soprattutto fra i migranti economici, risulta essere sempre più incerto. È questa la questione in sospeso nell’intervista al vicario apostolico dell’Arabia settentrionale mons. Aldo Berardi, sacerdote della Santissima Trinità e degli Schiavi, raggiunto nei giorni scorsi al telefono da AsiaNews in Madagascar per le celebrazioni del centenario dell’Ordine sull’isola. Presenza e vocazione sono i punti, spiega il prelato, al centro del prossimo incontro con i preti del vicariato, per un impegno “che va oltre il compito di impartire i sacramenti” ma deve diventare “partecipe delle sofferenze e contribuire alla crescita dei Paesi”.
Il vicariato del Nord estende la propria giurisdizione su quattro Stati della Penisola, con situazioni diverse a livello sociale, politico e di libertà religiosa: Bahrein, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita, nazione quest’ultima in cui non è ammesso altro culto oltre l’islam ma in cui vi è - sotto traccia - una nutrita presenza cattolica. Gli attacchi incrociati fra Washington e Teheran alimentano l’incertezza, i migranti economici partono dopo aver perso il lavoro e a fronte di un futuro che appare incerto. Ciò che rimane è questo senso di “fragilità”, afferma mons. Berardi, cui la Chiesa risponde “con la solidarietà e la carità, con la preghiera e l’unità fra le diverse comunità”.
Di seguito, l’intervista integrale di mons. Berardi ad AsiaNews:
Eccellenza, sono trascorsi ormai sei mesi dall'inizio della (nuova) guerra nel Golfo: qual è la situazione?
Attualmente gli attacchi sono ridotti, anche se a ogni offensiva degli americani segue la risposta dell’Iran, che non risparmia i Paesi del vicariato con droni sul Kuwait e, soprattutto, il Bahrein [dove ha sede]. L’evoluzione della situazione è legata ai rapporti fra Washington e Teheran. Da qualche giorno si registra un clima di maggiore calma, pur continuando annunci [americani] e smentite [iraniane] di accordi, ed è impossibile sapere quello che succede davvero. La risposta iraniana ha colpito basi statunitensi nel Golfo, distruggendole, e ora punta su pozzi di petrolio, raffinerie, impianti energetici, in un quadro che resta di tensione.
Nella quotidianità quali sono le conseguenze della guerra, soprattutto in materia di rifornimenti con le criticità legate allo Stretto di Hormuz?
Si percepisce un quadro di criticità. Le scorte alimentari per il Bahrein arrivano dall’Arabia Saudita attraverso il ponte [Re Fahd, ndr] che li collega, o via aerea. I territori che soffrono maggiormente sono Bahrein e Kuwait, soprattutto per il secondo dove ogni rifornimento arriva via mare, mentre il Qatar si avvale delle derrate provenienti dagli Emirati Arabi Uniti (Eau). Alcune materie prime sono ridotte, aspettiamo la piena riapertura perché si avvertono mancanze e criticità. Come Vicariato da mesi aspettiamo una copertura in tela per la corte della co-cattedrale a Kuwait City. In Bahrein abbiamo avviato la costruzione della casa episcopale, per il momento va avanti ma non vi sono certezze in merito alle consegne, soprattutto per i marmi e il ferro.
A livello di popolazione si avvertono conseguenze per il conflitto e l’alternarsi di voci di pace ed escalation militare?
Sentiamo gli allarmi, i droni che partono, permangono tensione e incertezza. Aspettiamo la pace, preghiamo per la pace, ma questo alternarsi di voci di bombardamenti e di accordi esaspera le persone. Il futuro resta incerto, molte cose sono cambiate anche a livello economico: sul piano del lavoro, tanti sono partiti perché rimasti disoccupati o per paura della guerra, che si avverte nel quotidiano. Pure nella scuola regna l’incertezza, perché non sappiamo se riprenderà a settembre; noi ce lo auguriamo, ma restano i dubbi. Abbiamo dovuto annullare gli esami perché i bambini non hanno potuto studiare o lo hanno fatto seguendo corsi e studi online, ma non è lo stesso.
Il tema dell’incertezza vale soprattutto per i migranti, che costituiscono la grande maggioranza della popolazione - anche cristiana - del Golfo…
Sì, ed è una tragedia! Fragilità e incertezza emergono anche nell’economia, che vive una fase di stagnazione, e sono pure per noi un invito a ripensare alla pastorale: se la gente va e viene, parte o ritorna, dobbiamo sempre a riprendere tutto da capo. Siamo di fronte ad una sofferenza enorme: al momento non abbiamo statistiche ufficiali sulle partenze dal Bahrein, Kuwait e Qatar, ma è una questione aperta per la Chiesa nel Golfo.
Mons. Berardi, proprio in tema di pastorale quali sono le maggiori criticità, o priorità?
La formazione dei leader, dei ministri laici cui è affidato il compito dell’eucarestia, e di quanti si occupano della preghiera in comune. Questi aspetti della formazione ci fanno riflettere, perché le persone dopo un certo tempo se ne vanno e dobbiamo ricominciare da capo. Il nostro compito è quello di garantire continuità alla formazione.
A dispetto di criticità e sfide, la vita della Chiesa prosegue e in questi mesi è riuscito a visitare tutte le parrocchie del vicariato. Che situazione ha trovato?
Sì, nonostante la guerra ho visitato tutte le parrocchie ed è stato molto importante non solo perché questo è l’anno dedicato proprio alle visite, ma proprio per la gente, per mostrare loro che il vescovo è presente e resta vicino. Abbiamo pregato per la pace, ho incontrato le comunità dei riti orientali, impartito diversi ministeri, visitato preti e suore. Ciò che rimane è questo senso di fragilità, il non sapere come andare avanti perché da un giorno all’altro si può perdere il lavoro e si è costretti a partire. Non aiuta la censura alle informazioni imposta dalle autorità, il non sapere cosa succede con certezza; prestiamo grande attenzione alle comunicazioni relative al conflitto. Per questo preferiamo non parlare molto della guerra, ma ci concentriamo sulla speranza, sulla pace e sull’unità fra comunità. La missione ha rinforzato i sentimenti di unità e preghiera, il bisogno di solidarietà e carità, perché molti hanno perso il lavoro e non mancano problemi anche nel trovare cibo o alloggio.
Eccellenza, in questi mesi è emersa una richiesta particolare dei fedeli?
Il desiderio di fondo è di vedere e incontrare il loro vescovo, pregare, celebrare una messa assieme. Vorrei però sottolineare un aspetto molto importante: nessun sacerdote ha chiesto di partire, tutti hanno scelto di rimanere. Io li invito a essere vicini alla loro comunità linguistica o rituale, a mostrare che noi come Chiesa siamo uniti e che non lasceremo mai la regione per paura, perché è parte della nostra vocazione come sacerdoti e pastori: restare ed essere testimoni!
Ricorda un evento, un momento di questi sei mesi particolarmente significativo che mostra la forza della fede della Chiesa del vicariato?
Ricordo un episodio durante una messa: all’improvviso si sono messi a squillare tutti i telefoni cellulari dei fedeli per un allarme generale. Ciononostante, abbiamo proseguito la funzione e nessuno ha abbandonato l’edificio, partecipando al rito con maggiore intensità. È stato un momento profondo, che si è ripetuto anche nelle settimane successive, ed è una testimonianza importante perché mostra che non dobbiamo cadere nella paura, farci vincere dai timori. Un altro momento significativo è stato la visita del principe ereditario del Bahrein [Salman bin Hamad Al Khalifa] alla cattedrale, assieme al ministro della Giustizia e degli Interni. Mi hanno chiesto di lasciare aperta la chiesa, perché la gente ha bisogno di preghiera e sostegno spirituale.
Una bella testimonianza!
La cattedrale è sempre piena durante la messa! Anzi, tutte le parrocchie del vicariato sono piene durante le funzioni. Le chiese sono diventate luogo di pace, di riposo, di sollievo in un clima generale che resta complicato.
Qual è la missione della Chiesa oggi nel vicariato, in una regione martoriata dalla guerra?
Questa è la domanda che faccio al clero, e sarà la questione che andremo ad affrontare nel corso della riunione in programma in Bahrein nei mesi prossimi. Qual è il senso della nostra presenza? Qual è la vocazione? Un impegno che va oltre il compito di mantenere la fede, di impartire i sacramenti, di celebrare la messa. Dobbiamo rispondere a questi quesiti. Certo, la nostra resta una vocazione prima di tutto alla testimonianza, che è anche gesto di solidarietà fra noi, fra comunità, riti e lingue uniti nella diversità. Ma siamo anche partecipi della vita della popolazione, siamo parte di questi Paesi; non siamo un ramo esterno e provvisorio, ma persone partecipi delle sofferenze e che contribuiscono alla crescita: in questo momento siamo tutti uniti, questo è importante.
In quest’ottica la testimonianza di Sant’Areta e dei martiri cristiani resta essenziale. Che valore ha oggi il loro sacrificio di fede?
La sua attualità deriva da un elemento storico: a noi il compito di ricordare il passato e affermare che in tutta questa zona erano già presenti comunità cristiane ben prima dell’arrivo dell’islam. Non solo sant’Areta, ma pure tutti i ruderi rivenuti negli Emirati, Bahrain, Kuwait e che assicurano un senso di continuità nella presenza cristiana. A questo si aggiunge il valore della testimonianza dei martiri, con sant’Areta che si è rifiutato di negare la croce di Cristo affermando con la propria vita la sua divinità, la sua resurrezione. Per noi la sfida è anche quella di testimoniare questo dogma nei Paesi islamici in cui Gesù non è considerato come figlio di Dio e non sarebbe morto in croce. Dobbiamo mantenere la nostra fede, affermare la morte e la resurrezione di Cristo e la sua natura divina che ci salva. Questo è fondamentale!
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