Emirati (più di Trump) chiave del ‘D-Day commerciale’ all’Iran

Da giorni Abu Dhabi ha chiuso i rubinetti a Teheran, in risposta al lancio di missili balistici. Più dei canali ufficiali, a determinare i miliardari flussi di denaro è la “rete ombra” che collega il Paese del Golfo a Teheran. L’alternativa del “modello iracheno” basato su incentivi più che misure punitive.

Abu Dhabi (AsiaNews) - Incapace di vincere la guerra con l’Iran sul terreno militare, il presidente Usa Donald Trump ha dichiarato il “D-Day economico” contro la Repubblica islamica: oltre e più delle sanzioni, l’idea del Tycoon è di isolare l’Iran bloccando ogni transazione che convogli denaro verso Teheran e congelandone i commerci, ma restano diversi interrogativi irrisolti. Pechino si dice pronta a “difendere” i propri interessi nell’area a dispetto dei proclami della Casa Bianca, pur senza andare allo scontro frontale con Washington; in una nota il ministero cinese degli Esteri si oppone a quelle che definisce “sanzioni unilaterali illegali” e annuncia “tutte le misure necessarie” per salvaguardare i propri diritti. Più defilato l’approccio di Mosca, che ieri ha ricevuto in missione “segreta” - e i cui contenuti restano riservati - il capo della Cia Ratcliffe.

La vera partita del confronto economico e commerciale, però, più che sull’asse che collega Cina e Russia sembra giocarsi a pochi chilometri dal cortile di casa degli ayatollah: secondo gli analisti e osservatori più attenti, infatti, le ripercussioni più gravi per l’economia iraniana sarebbero collegate alla decisione della scorsa settimana degli Emirati Arabi Uniti di chiudere i rubinetti con Teheran in risposta al lancio di missili balistici verso il proprio territorio. Un volume di affari del valore di miliardi di dollari che potrebbe avere un effetto “paralizzante” per la Repubblica islamica, che ha già annunciato “ritorsioni” contro quanti intendono conformarsi alle politiche Usa. 

Asse Iran-Emirati

Gli Emirati sono stati a lungo un centro di finanziamento - anche illecito - per la Repubblica islamica, smarcandosi dall’asse che lega sauditi, turchi e pakistani concretizzato di recente nel cosiddetto “patto della Mecca”. Nel corso degli anni, spiega il Washington Institute, gli Stati Uniti hanno sanzionato 353 entità legate agli Eau per condotta finanziaria illecita relativa all’Iran, quasi un quarto delle designazioni totali del governo Usa relative a Teheran in tutto il mondo. Solo la Cina supera Abu Dhabi con 469 entità sanzionate, anche se i due numeri sono strettamente intrecciati poiché molte entità collegate agli Emirati forniscono servizi bancari ombra a Pechino.

Le due nazioni hanno rafforzato la loro cooperazione economica nel 2024, con Abu Dhabi che supera Pechino come partner commerciale vitale dell'Iran. Teheran ha importato circa 14,8 miliardi di dollari di merci dagli Emirati durante i primi 10 mesi dell'anno fiscale 2025, pari al 30% del totale. I porti di Dubai sono il nodo principale attraverso cui l'Iran ottiene merci come cellulari, computer, tabacco e noci. Al contempo, gli ayatollah hanno esportato circa 6,5 miliardi di dollari di merci negli Emirati durante lo stesso periodo, quasi il 15% dei prodotti non petroliferi. Oltretutto, la Repubblica islamica dipendeva dal Paese del Golfo per il 70% delle sue esportazioni di olio combustibile, rendendo gli Emirati il più grande mercato.

Nell'ultimo anno il dipartimento Usa del Tesoro ha sanzionato almeno 154 entità con sede nell’emirato per attività di commercio e scambio con l’Iran. A marzo, nella prima fase della guerra, sono emersi in tutta la loro portata i collegamenti fra i due Paesi, tanto da spingere il presidente Donald Trump a definire la nazione del Golfo “come il banchiere dell’Iran”. Oggi, tuttavia, dopo mesi di operazioni militari ed effetti a cascata, gli Emirati sembrano pronti a fare qualcosa che nessuna precedente minaccia sanzionatoria o impegno diplomatico è stato in grado di raggiungere: rompere i legami finanziari con Teheran.

Gli Emirati Arabi Uniti, infatti, sono stati colpiti da più attacchi nel corso di questo conflitto rispetto a qualsiasi altro Paese nella regione mediorientale: in totale, oltre 530 missili balistici, 26 missili da crociera e 2.200 droni. Sono state prese di mira anche una ventina di navi affiliate alla Abu Dhabi National Oil Company. Ancora, nei giorni scorsi le autorità emiratine hanno rilevato due missili sparati verso i propri confini che hanno preso di mira il “traffico marittimo”, primo raid mirato dall’attacco del 4 maggio scorso al porto di Fujairah. Questi elementi hanno determinato un cambio di rotta nelle relazioni fra Abu Dhabi e Teheran, come sottolinea il consigliere senior Anwar Gargash. “Questa aggressione brutale e pre-pianificata - afferma - rappresenta una minaccia vitale per i decenni a venire” e “le nostre politiche di contenimento sono fallite”. 

Dubai e la rete “ombra”

All’indomani dell’ultimo attacco missilistico dall’Iran, e ben prima dell’annuncio del “D-Day economico” di Trump, Abu Dhabi ha dunque bloccato “tutti” i commerci con l’Iran, anche se al momento non vi sono notizie ufficiali sugli effetti della misura. Certo, una decisione che resta significativa, considerato quanto Teheran dipenda dagli Emirati come punto di trasbordo e riesportazione per merci legittime e un commercio non petrolifero tra i due Paesi che ha superato i 27 miliardi di dollari nel biennio 2023-24. Tuttavia, per gli esperti i blocchi al commercio veicolato attraverso i canali ufficiali non saranno sufficienti considerato l’uso che gli ayatollah fanno degli Emirati come centro per il “traffico illecito e le banche ombra”.

Sottolineando questa realtà, i funzionari del Tesoro Usa hanno preso di mira una rete di contrabbando che aveva spostato centinaia di milioni di dollari nelle casse di Pasdaran, Forze Qods ed Hezbollah su voli aerei commerciali tra il Libano e molte altre nazioni, tra cui gli Emirati. Le società di frontiera iraniane di proprietà o con sede negli Emirati svolgono un ruolo primario nella rete bancaria ombra del regime e nelle vendite di petrolio illecito. Un’analisi delle tendenze ha rilevato che, solo nel 2024, gli Emirati nel loro insieme - e Dubai in particolare - hanno effettuato più transazioni verso “potenziali fondi bancari ombra” legati all'Iran rispetto a qualsiasi altra giurisdizione. Un volume complessivo di circa 6,4 miliardi di dollari, pari al 71% del totale. Gli Emirati hanno anche ricevuto più fondi rispetto a qualsiasi altra entità: circa 5,6 miliardi di dollari (62% del totale).

Inoltre, il 42% dei fondi trasferiti attraverso gli Emirati transitava in zone di libero scambio, mentre un altro 40% si avvaleva del Dubai Multi Commodities Centre (DMCC). Inoltre, il 58% di tali fondi scorreva attraverso società on-shore con sede a Dubai, il 95% delle quali registrate come società a responsabilità limitata e l'86% probabili “società di comodo”. Teheran sfrutta una serie di società in prima linea, comprese quelle petrolifere, marittime e di investimento, per offuscare le transazioni finanziarie, rifornire le navi per le sue spedizioni di petrolio e supporto operativo. Le case di cambio iraniane sono in genere usate per gestire più società negli Eau e altrove, tanto che a Washington considerano pubblicamente gli Emirati (con Oman e Iraq) Paesi “noti per offuscare il carico di origine iraniana”. A ciò si aggiunge il ruolo dei broker di greggio e petroliere con sede negli Emirati che facilitano le vendite di greggio sanzionato, principalmente in Cina. Infine, le entità emiratine faciliterebbero l'uso dei proventi del petrolio da parte di Teheran per finanziare le milizie alleate nella regione compresi gli Houthi in Yemen, garantendo versamenti miliardari. 

Il modello iracheno

In un quadro delicato di rapporti e alleanze, secondo un’analisi della Reuters emergerebbe il “modello iracheno” quale esempio di come gli Stati Uniti possono portare avanti la minaccia delle sanzioni verso nazioni potenzialmente ostili e al di fuori del sistema basato sul dollaro. Washington ha già sanzionato una serie di banche accusate di fare affari con Teheran, evitando però misure che avrebbero devastato l'economia di un alleato strategico. Gli Stati Uniti, dall’invasione nel 2003, detengono un controllo effettivo sulle entrate petrolifere principalmente attraverso la Federal Reserve Bank di New York, garantendo a Washington una straordinaria leva sugli affari di Baghdad.

Teheran ha considerato a lungo il vicino e alleato iracheno come un “polmone” economico ed esercita una notevole influenza militare e politica attraverso le milizie sciite e i partiti politici che sostiene. In questo quadro gioca un ruolo di primaria importanza l’energia, laddove l’Iraq paga all’Iran fino a cinque miliardi di dollari all'anno per il gas naturale per generare elettricità, con le nuove misure statunitensi che potrebbero mettere a repentaglio i pagamenti. Baghdad è stata a lungo una “efficace” via di “evasione” delle sanzioni per l'Iran, sottolinea Tom Keatinge, direttore del Centre for Finance and Security del Royal United Services Institute. Tuttavia, aggiunge, un “approccio basato su incentivi più che su misure punitive potrebbe essere più efficace”. Gli Stati Uniti potrebbero fornire “assistenza tecnica per la banca centrale irachena e il più ampio governo iracheno - conclude - utilizzando maggiormente la strategia della carota più che quella del bastone”. 

Rubriche

Asia Today
Ecclesia in Asia
Indian Mandala
Mondo russo
Porta d'Oriente
Lanterne rosse

Vedi anche

AsiaNews Weekly
Le notizie dall'Asia che contano

Iscriviti alla newsletter per ricevere ogni settimana notizie verificate, analisi e approfondimenti dai Paesi asiatici.

Iscrivitialla newsletter
  • P.I.M.E. Centro Missionario
  • Agenzia Fides
  • P.I.M.E. Brasil
  • Radio Mondo
  • Mondo e Missione
  • P.I.M.E. U.S.A.
  • TV 2000