Abu Dhabi: turismo e cultura nuove ‘armi’ per superare i conflitti

Non solo petrolio, l’emirato punta su musei, mostre e architettura. Dati DCT indicano un numero record di 26,6 milioni di visitatori lo scorso anno, +19,5% sul 2024. Svolta ambiziosa: da lusso e affari all’arte e grandi eventi in un unico “ecosistema”. Cuore della trasformazione Saadiyat Island.

di Giuseppe Caffulli

Milano (AsiaNews) - Certo, prima di tutto il petrolio. Ma sempre più anche musei, mostre, architettura e grandi eventi... È questa la strategia con cui Abu Dhabi sta cercando di ridefinire la propria immagine internazionale, trasformandosi da capitale amministrativa degli Emirati Arabi Uniti a destinazione turistica capace di competere con le principali città culturali del mondo. Una strategia che oggi deve fare i conti con le gravi tensioni geopolitiche del Medio oriente e nel Golfo, che inevitabilmente frenano i flussi turistici e alimentano la percezione di instabilità. Ma che non sembra aver modificato i piani di lungo periodo dell'emirato.

I numeri continuano infatti a raccontare una crescita robusta. Secondo il Department of Culture and Tourism (DCT Abu Dhabi), nel 2025 l'emirato ha accolto il record di 26,6 milioni di visitatori, con 5,9 milioni di ospiti negli hotel, ricavi alberghieri pari a 9,1 miliardi di dirham (circa 2,5 miliardi di dollari), in aumento del 19,5% rispetto all'anno precedente. Il turismo congressuale ha superato i 2,2 milioni di presenze, mentre gli eventi culturali e di intrattenimento hanno attirato oltre 4,2 milioni di partecipanti. Nel 2026, nonostante il conflitto regionale che ha toccato inevitabilmente gli Emirati, Abu Dhabi continua a investire nel settore, puntando su nuove aperture e sul rafforzamento dell'offerta culturale.

La scommessa è semplice quanto ambiziosa: non più soltanto una destinazione del lusso o degli affari, ma un luogo in cui il patrimonio storico, l'arte contemporanea, la natura e gli eventi sportivi convivono in un unico “ecosistema” turistico. Da una parte deserti, mangrovie, isole, spiagge e le montagne di Jebel Hafeet; dall'altra un calendario che comprende il Gran Premio di Formula 1 di Yas Marina, l'Abu Dhabi Golf Championship, la Sustainability Week, la Fiera Internazionale del Libro e numerosi festival gastronomici e musicali.

Il cuore di questa trasformazione è Saadiyat Island, l'isola della cultura, destinata a diventare uno dei più grandi distretti museali del pianeta. Qui gli Emirati hanno scelto una strada diversa rispetto ai tradizionali investimenti immobiliari: stringere partnership con alcune delle più prestigiose istituzioni culturali internazionali, importando competenze, collezioni e marchi riconosciuti in tutto il mondo.

Anche l'architettura diventa uno strumento di comunicazione globale. Gli edifici sono firmati da alcune delle più celebri "archistar", trasformando ogni museo in un'attrazione prima ancora del suo contenuto. Il francese Jean Nouvel, il canadese-americano Frank Gehry, il britannico-ghanese David Adjaye e lo studio olandese Mecanoo hanno contribuito a costruire un'identità urbana che punta a rendere Abu Dhabi riconoscibile attraverso edifici che ne diventano un simbolo, come Bilbao lo è diventata con il Guggenheim.

Partiamo dal Louvre Abu Dhabi. È probabilmente il progetto più rappresentativo della strategia culturale dell'emirato. Nato dalla partnership con la Francia, ospita opere che attraversano tutta la storia dell'umanità, dall'antichità all'arte contemporanea, secondo un percorso universale che mette in dialogo culture differenti. Il grande tetto traforato progettato da Jean Nouvel, con il celebre effetto della "pioggia di luce", è diventato una delle immagini simbolo degli Emirati.

Una grande novità è rappresentata dal Guggenheim Abu Dhabi. Dopo quasi vent'anni di attesa, aprirà l'11 dicembre 2026. Disegnato da Frank Gehry, sarà il più grande museo della rete Guggenheim e comprenderà trenta gallerie dedicate all'arte moderna e contemporanea internazionale, consolidando il ruolo di Abu Dhabi come polo artistico globale.

Dedicato al mondo arabo è invece il Museo Zayed (che porta il nome del suo fondatore, lo sceicco Zayed bin Sultan Al Nahyan, primo presidente degli Emirati arabi uniti). Racconta la storia della Penisola arabica attraverso installazioni che immergono i visitatori in un universo sensoriale fatto anche anche di suoni e profumi.

Non poteva mancare il Museo di storia naturale. Progettato dallo studio Mecanoo, accompagna il visitatore in un viaggio di 13,8 miliardi di anni, dal Big Bang fino alla biodiversità contemporanea. Tra i pezzi più spettacolari figurano un fossile di Tyrannosaurus rex e un frammento autentico della Luna.

Il museo più innovativo del complesso è certamente il teamLab Phenomena. Realizzato dal collettivo artistico giapponese teamLab, propone installazioni digitali interattive che cambiano continuamente in funzione della presenza e dei movimenti dei visitatori, cancellando il confine tra arte e tecnologia.

Il polo espositivo Bassam Freiha Art Foundation rappresenta invece una dimensione più raccolta, dedicata alle collezioni private e alla valorizzazione del patrimonio artistico regionale, con particolare attenzione al dialogo tra cultura araba e produzione internazionale.

Più di una parola va spesa per l’Abrahamic Family House. Non è museo in senso stretto: è un simbolo religioso, politico e culturale. Progettato da David Adjaye, riunisce una moschea, una chiesa e una sinagoga identiche per dimensioni, come manifesto della convivenza tra le tre religioni abramitiche. Il progetto è ispirato ai principi espressi nel Documento sulla Fratellanza Umana, firmato nel 2019 da papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmed El-Tayeb. All’interno del compound sorge la chiesa dedicata a san Francesco d’Assisi, affidata al vicariato apostolico dell’Arabia meridionale retto da mons. Paolo Martinelli. L’intera struttura, un gioiello dell’architettura contemporanea, è chiusa ai visitatori dal febbraio 2026 in seguito all'inasprimento delle tensioni regionali.

Dietro questi investimenti non c'è soltanto una politica culturale, ma una precisa strategia economica. Gli Emirati vogliono ridurre progressivamente la dipendenza dagli idrocarburi, facendo della cultura uno strumento di diversificazione economica e di soft power internazionale. Il turismo viene così concepito come un'industria capace di generare occupazione, attrarre investimenti esteri e rafforzare il prestigio del Paese.

Resta naturalmente l'incognita geopolitica. La guerra che ha coinvolto il Medio Oriente nel 2026 ha ha avuto ripercussioni anche sull'industria turistica degli Emirati. Ma il messaggio è chiaro: il futuro poggia anche sul valore simbolico della cultura, delle partnership internazionali e di un patrimonio artistico capace di attrarre visitatori da tutto il mondo. In una regione spesso raccontata attraverso le crisi e i conflitti, Abu Dhabi prova insomma ad allargare i propri orizzonti attraverso le “armi” della diplomazia culturale e del turismo internazionale.

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