La via francese della Giordania nel Medio Oriente in fiamme

A Parigi re Abdullah II ha sottoscritto un accordo di cooperazione con Macron che comprende difesa e sicurezza. Il ruolo strategico del regno hascemita in una regione dilaniata dai conflitti. Libano, Gaza, Territori occupati e Siria, oltre all’acqua, gli altri fronti di intesa strategica.

di Giuseppe Caffulli

Milano (AsiaNews) - A dare maggiore rilevanza all'accordo di cooperazione nel settore della difesa siglato il 17 settembre scorso a Parigi da re Abdullah II di Giordania e dal presidente francese Emmanuel Macron è probabilmente il momento in cui esso è stato sottoscritto. Mentre il capo di Stato francese e il sovrano hashemita mettevano nero su bianco l'impegno ad approfondire la collaborazione militare e di sicurezza tra i due Paesi, il Medio Oriente sembrava aggiungere nuovi focolai a una guerra già senza confini. Nello Yemen gli Houthi stavano consolidando le loro posizioni sulla costa del Mar Rosso, arrivando di fatto a stringere la presa sul Bab el-Mandeb, il passaggio attraverso il quale transitano importanti rotte commerciali ed energetiche tra Mar Rosso e Oceano Indiano. Nelle stesse ore nuovi attacchi contro obiettivi sauditi. Il 17 settembre l'Arabia Saudita intercettava un drone diretto verso Taif, dopo i lanci di missili e droni dei giorni precedenti. 

“Contraddizione” giordana

Ma è la cronaca più recente (il 19 settembre l'attacco a Riyadh e contro un impianto del colosso petrolifero Aramco a Yanbu, sul Mar Rosso) a mostrare con chiarezza quanto sia ormai difficile per gli Stati della regione tenersi fuori dal conflitto. La Giordania, più di altri, conosce questa difficoltà.

Il piccolo Regno hascemita si trova infatti in una posizione geografica che lo espone praticamente a ogni sussulto regionale: a nord la Siria, a ovest Israele e Cisgiordania, a sud l'Arabia Saudita, mentre a est si apre la direttrice irachena verso l'Iran. A questo si aggiunge un elemento tutt'altro che teorico: la massiccia presenza militare americana sul territorio giordano, cosa che rende Amman un obiettivo.

La base aerea Muwaffaq Salti di Azraq, dove sono ospitate forze statunitensi, è stata colpita nelle ultime settimane da missili iraniani, con danni a diversi velivoli americani. Già in luglio un attacco iraniano contro la base aveva provocato vittime tra i militari Usa. La Giordania si trova così dentro una contraddizione delicata: è uno stretto, strettissimo alleato di Washington, ma nello stesso tempo deve evitare che il proprio territorio diventi un'estensione della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran.

È dentro questo quadro che va letto il documento franco-giordano. La dichiarazione congiunta firmata a Parigi definisce il partenariato tra i due Paesi nel settore della difesa e della sicurezza “essenziale” e sottolinea che il coordinamento franco-giordano deve contribuire agli sforzi per la “de-escalation” regionale. Il testo precisa che fornirà “un quadro globale” per organizzare i diversi aspetti della cooperazione militare e di sicurezza e per rafforzare la capacità dei due Paesi di affrontare “le nuove sfide e le minacce in continua evoluzione”.

Amman “pietra angolare”

È soprattutto un passaggio della dichiarazione a fotografare la situazione nella quale si trova Amman. “Il presidente della Repubblica francese ha affermato l'impegno della Francia a sostenere la sicurezza e la stabilità della Giordania”, si legge nel documento, definendo quella sicurezza una “pietra angolare” della stabilità del Medio Oriente. E Parigi, nello stesso testo, condanna “con la massima fermezza” gli attacchi iraniani che hanno colpito la Giordania, confermando la propria solidarietà al Regno hascemita.

Non è certo una garanzia automatica d'intervento militare francese in caso di un nuovo attacco, ma un impegno politico e istituzionale che assume un peso particolare per un Paese che si percepisce spesso come un vaso di coccio tra vasi di ferro. Per Abdullah II significa poter contare su un ulteriore canale di cooperazione militare, accanto allo storico rapporto con Washington, e rafforzare le proprie capacità difensive.

La stessa dichiarazione lega infatti sicurezza nazionale e quadro regionale. Francia e Giordania “hanno riaffermato la necessità di garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz” e, nello stesso punto, “la sicurezza marittima e la libertà di navigazione nel Mar Rosso e nello Stretto di Bab el-Mandeb”. Il riferimento alle due vie d'acqua non è casuale: Hormuz è diventato uno dei punti di maggiore frizione nel confronto con l'Iran, mentre il Mar Rosso è nuovamente investito dall'offensiva degli Houthi.

Gli altri fronti

È la stessa impostazione che emerge nella parte dedicata al Libano. Abdullah e Macron, insieme al presidente libanese Joseph Aoun, hanno aperto a Parigi una riunione del Processo di Aqaba dedicata alle Forze armate libanesi. Obiettivo: mobilitare il sostegno internazionale, individuare le esigenze dell'esercito, sostenere gli sforzi del Libano per “rafforzare la sovranità su tutto il suo territorio” e assicurare “il monopolio dello Stato sulle armi” (il riferimento è al disarmo di Hezbollah), richiamando anche l'attuazione della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell'Onu.

Il riferimento alle istituzioni statali ritorna anche parlando della Siria. Parigi e Amman riaffermano il sostegno “all'unità, alla sicurezza, alla stabilità e alla sovranità della Siria” e agli sforzi del governo di Damasco per la ricostruzione, “nel rispetto delle aspirazioni del popolo siriano e dei diritti di tutte le sue componenti”.

La questione palestinese occupa un altro passaggio centrale. Francia e Giordania chiedono “passi concreti, secondo un calendario chiaro”, verso la nascita di uno Stato palestinese indipendente e sovrano entro i confini del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est capitale, accanto a Israele “in pace e sicurezza”. I due Paesi ribadiscono la loro opposizione a ogni tentativo di annessione della Cisgiordania e di trasferimento della popolazione palestinese e condannano il progetto israeliano denominato  E1 (che mira al collegamento territoriale tra Gerusalemme Est e la parte centrale della Cisgiordania). Nello stesso passaggio Macron riconosce “il ruolo essenziale” della monarchia hascemita quale custode dei Luoghi Santi di Gerusalemme.

Anche Gaza rientra nel documento. Parigi e Amman chiedono l'attuazione del piano di pace statunitense e della risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza, insieme alla “protezione dei civili” e all'accesso degli aiuti umanitari “senza ostacoli e in quantità sufficiente”. Mentre sulla Striscia continuano i raid israeliani, con nuove vittime palestinesi anche negli ultimi giorni, il bilancio complessivo fornito dalle autorità sanitarie di Gaza ha superato i 73.900 morti dall'ottobre 2023.

C'è infine un capitolo che, per la Giordania, ha un valore dir poco vitale: quello che riguarda l'acqua. La Francia conferma il proprio coinvolgimento finanziario e quello delle proprie imprese nel progetto per desalinizzare l'acqua ad Aqaba e trasportarla fino ad Amman, una delle principali infrastrutture con cui la Giordania cerca di affrontare la propria cronica scarsità d'acqua. L'obiettivo è produrre circa 300 milioni di metri cubi d'acqua potabile all'anno.

La cooperazione militare, quindi, è soltanto uno dei tasselli del rapporto. Ma è quello che assume maggiore rilievo nel contesto attuale. La Francia, potenza europea con un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell'Onu, sceglie di legare la propria presenza regionale alla sicurezza di uno dei suoi partner arabi più stretti. La Giordania, dal canto suo, rafforza un rapporto che può offrirle ulteriori capacità e nuovi interlocutori, mentre si trova esposta agli effetti nefasti di una guerra che non ha scelto e nella quale sono coinvolti, direttamente o indirettamente, quasi tutti i suoi vicini.


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