Baghdad: 375 chili d'oro con le tangenti sul petrolio

Una vicenda di corruzione dal valore simbolico che coinvolge l’ex viceministro con delega sui giacimenti. Dopo la caduta di Saddam il nuovo sistema politico ha favorito la nascita di reti clientelari. La Commissione per l’Integrità al lavoro per estradare sospetti e recuperare patrimoni illeciti.

di Giuseppe Caffulli

Milano (AsiaNews) - Una vera e propria montagna d'oro. Per l'esattezza 375 kg. È il bottino recuperato dalle autorità irachene nell'ambito di una delle più vaste inchieste anticorruzione degli ultimi anni, un caso che coinvolge l'ex viceministro del Petrolio per gli Affari della Raffinazione, Adnan al-Jumaili, arrestato nei mesi scorsi con l'accusa di aver gestito un articolato sistema di tangenti, appropriazione di fondi pubblici e arricchimento illecito.

Secondo quanto reso noto dalla magistratura irachena, 358 kg del metallo prezioso sono stati rinvenuti grazie a un'operazione condotta in collaborazione con le autorità della Regione autonoma del Kurdistan, mentre altri 17 kg sono stati sequestrati nel corso di una distinta operazione investigativa. L'intero quantitativo è stato trasferito alla Banca Centrale dell'Iraq, dove verrà custodito nell'ambito del procedimento giudiziario.

Il ritrovamento rappresenta soltanto l'ultimo capitolo di un'inchiesta che continua a rivelare dimensioni sempre più impressionanti. Nei giorni precedenti gli investigatori avevano recuperato circa 14 miliardi di dinari iracheni - oltre 10 milioni di dollari - nascosti all'interno di un canale di scolo delle acque piovane. Secondo il portavoce del governo, i beni finora sequestrati nel solo fascicolo relativo ad al-Jumaili superano i 127 miliardi di dinari, ai quali si aggiungono decine di milioni di dollari, immobili, automobili di lusso e gioielli.

Le immagini diffuse dalle autorità (e che sono state riprese con grande rilievo su media e tv arabi) mostrano decine di lingotti d'oro accuratamente impilati. Una rappresentazione “plastica”, eloquente più di mille parole, della ricchezza sottratta allo Stato in un Paese che, nonostante possieda una delle maggiori riserve petrolifere del pianeta, continua a fare i conti con infrastrutture carenti, blackout elettrici, disoccupazione giovanile e servizi pubblici spesso inadeguati.

L'Operazione Dawn

La corruzione rappresenta da decenni uno dei principali ostacoli allo sviluppo dell'Iraq. Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003, il nuovo sistema politico costruito attorno alla ripartizione del potere tra sciiti, sunniti e curdi ha progressivamente favorito la nascita di vaste reti clientelari. Ministeri, aziende pubbliche e amministrazioni locali sono diventati terreno di spartizione tra partiti e gruppi politici, che spesso hanno utilizzato gli incarichi pubblici per consolidare il proprio consenso attraverso assunzioni, appalti e distribuzione di risorse. Il settore petrolifero, da cui proviene la quasi totalità delle entrate statali, è da sempre - letteralmente - la “gallina dalle uova d'oro”, il centro di enormi interessi economici. Il controllo dei contratti di raffinazione, trasporto e approvvigionamento rappresenta una leva di potere formidabile, capace di generare profitti miliardari.

L'indagine contro al-Jumaili si inserisce nella campagna denominata "Operazione Dawn", lanciata dal nuovo governo del primo ministro Ali al-Zaidi (in carica dal maggio scorso) con l'obiettivo dichiarato di recuperare i capitali sottratti alle casse pubbliche e perseguire funzionari accusati di corruzione. Secondo le autorità, nelle ultime settimane sono stati arrestati numerosi dirigenti pubblici e funzionari di alto livello. Alcuni parlamentari hanno visto revocata la propria immunità per consentire alla magistratura di procedere penalmente nei loro confronti, mentre la Commissione per l'Integrità (l'autorità indipendente dello Stato iracheno incaricata di prevenire, indagare e contrastare la corruzione nella pubblica amministrazione) sta lavorando all'estradizione di centinaia di sospetti rifugiatisi all'estero e al recupero dei patrimoni trasferiti fuori dal Paese. Il governo sostiene di voler colpire senza distinzione di appartenenza politica, insistendo sul fatto che la legge debba applicarsi allo stesso modo a tutti i funzionari coinvolti.

Il contesto politico

La campagna anticorruzione, tuttavia, si svolge in un contesto politico estremamente complesso. L'Iraq continua a essere attraversato da profonde rivalità tra le principali forze sciite, dai delicati rapporti con la Regione del Kurdistan e dalle tensioni tra le diverse milizie che esercitano un'influenza significativa sulla sicurezza e sull'economia nazionale. La lotta alla corruzione rappresenta quindi non soltanto una questione giudiziaria, ma anche uno strumento di competizione politica. Ogni arresto eccellente modifica gli equilibri tra fazioni rivali, alimentando inevitabilmente il sospetto che alcune inchieste possano essere utilizzate (se non create ad arte) anche per indebolire avversari interni. È una dinamica che accompagna da anni la vita pubblica irachena e che rende difficile distinguere nettamente l'azione della magistratura dalle strategie delle diverse coalizioni di potere.

Parallelamente, Baghdad è impegnata nel difficile equilibrio tra le influenze di Iran e Stati Uniti, mentre cerca di preservare una fragile stabilità interna. Le tensioni regionali e il ruolo delle Forze di mobilitazione popolare (in arabo al-Hashd al-Shaabi, un insieme di milizie irachene, in larga parte sciite, nate nel 2014 per combattere lo Stato Islamico ma che ora sono diventate uno degli attori più influenti della politica e della sicurezza irachena) continuano a incidere sugli assetti dello Stato e sulla capacità del governo centrale di esercitare pienamente la propria autorità.

Negli ultimi anni milioni di iracheni sono scesi in piazza chiedendo servizi migliori, occupazione e soprattutto la fine della corruzione sistemica. Le proteste, iniziate con particolare intensità nel 2019, hanno denunciato un modello di governo percepito come incapace di trasformare le immense ricchezze petrolifere del Paese in benessere diffuso. Per questo motivo il recupero dei lingotti d'oro possiede un forte valore simbolico. Da un lato dimostra la capacità dello Stato di individuare patrimoni nascosti e di aggredire ricchezze accumulate illegalmente; dall'altro evidenzia la vastità del fenomeno corruttivo che continua a sottrarre risorse a una popolazione ancora alle prese con problemi strutturali.

Resta ora da capire se questa operazione sarà solo una rondine che che non fa primavera, destinata a esaurirsi una volta conclusa la fase più mediatica delle indagini, oppure rappresenti l'inizio di una reale stagione di riforme. In un Paese dove il petrolio continua a generare enormi flussi finanziari e dove gli equilibri politici restano estremamente fragili, la vera sfida sarà trasformare i sequestri eccellenti in un rafforzamento dello Stato di diritto.


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