Gerusalemme (AsiaNews) - Minuti di terrore e confusione si sono vissuti questa mattina sul volo Flydubai che collega il cuore turistico e commerciale degli Emirati Arabi Uniti (Eau) con l’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv, con a bordo 174 passeggeri in maggioranza israeliani, tra cui 27 bambini. L'aereo di linea FZ 1073 in volo da Dubai a Tel Aviv ha segnalato un'emergenza verso le 8,30, per poi compiere un atterraggio di emergenza a Tabuk, in Arabia Saudita. Secondo una prima ricostruzione, uno dei due piloti (originario dell’Oman) voleva far schiantare il velivolo e l'altro l'avrebbe fermato con l’aiuto di alcuni passeggeri e personale di bordo, scongiurando la tragedia. Al momento si rincorrono le voci sullo scopo dell’attentatore: dirottarlo, farlo cadere o dirigerlo verso un obiettivo interno allo Stato ebraico emulando gli attentatori dell’11 settembre a New York a poco più di 25 anni di distanza.
Governo israeliano, Mossad e Shin Bet hanno già avviato inchieste e pare probabile che saranno proprio gli uomini dei servizi ad interrogare passeggeri ed equipaggio, per ricostruire i dettagli di una vicenda che, per poco, non si è trasformata in tragedia. Alcune fonti parlano di “molto sangue” nell’aereo e danni esterni alla coda, causati con tutta probabilità dal repentino abbassamento di quota nello scontro fra attentatore, personale di bordo e il resto dell’equipaggio mentre un altro pilota - non in servizio - avrebbe fatto atterrare il mezzo. Immediata la polemica politica, col ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che invoca un’altra guerra “preventiva”: Lo Stato di Israele “deve rispondere alle intenzioni, non ai risultati” ha scritto su X, commentando il tentato dirottamento del velivolo.
Rotte in espansione
Secondo i media israeliani la ministra dei Trasporti Miri Regev avrebbe chiesto la sospensione di tutti i voli Flydubai verso Israele, anche se la tratta riveste un’importanza strategica. Al contempo ha dato mandato all'Autorità per l'aviazione civile di indagare se gli Eau hanno violato l'accordo con Israele, in base al quale “solo i piloti in possesso di passaporto di Paesi che intrattengono relazioni diplomatiche con Israele possano atterrare nel Paese” e il Sultanato dell’Oman non sarebbe fra questi. Del resto non è la prima volta che un volo tra Israele ed Emirati atterra in Arabia Saudita: un volo della Flydubai da Dubai a Tel Aviv ha effettuato un atterraggio di emergenza a Riyadh nel settembre 2025 a causa di un'emergenza medica, come riferito dai quotidiani israeliani. Incidenti che non hanno però bloccato lo sviluppo dei collegamenti fra i due Paesi firmatari degli “Accordi di Abramo” che hanno segnato la normalizzazione dei rapporti. Al contrario, secondo i dati forniti dagli esperti del settore i collegamenti aerei fra l’emirato e lo Stato ebraico sono andati sviluppandosi in questi anni, superando pure la crisi innescata dal conflitto a Gaza dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. E, in molti casi, si sono rivelati fondamentali per scongiurare un “isolamento” per la sanguinosa guerra nella Striscia e le violenze dei coloni in Cisgiordania, in molti casi avallate dallo stesso esecutivo di ultra-destra del premier Benjamin Netanyahu.
La progressiva crescita nei collegamenti, che prosegue tuttora, è confermata dalla decisione a inizio gennaio scorso da parte di Etihad Airways (del governo di Abu Dhabi), di istituire una nuova rotta a cadenza regolare che prevede sei voli giornalieri verso “Israele”. Mai prima di allora la compagnia aerea di proprietà del governo dell’emirato di Abu Dhabi aveva superato i cinque al giorno verso un’unica direttrice, a testimonianza del rafforzamento dei legami dalla firma degli “Accordi” e destinati oggi a prevalere su considerazioni di natura politica o etica.
Il traffico aereo tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele è cresciuto rapidamente dall’avvio dei voli diretti nel 2020, il cui numero è andato aumentando gradualmente e raggiungendo un picco di 10 voli giornalieri nel 2021, e talvolta arrivando fino a 14 al giorno. A gennaio 2026, con l'aggiunta di sei da parte di Etihad, il numero totale di voli diretti giornalieri ha toccato un nuovo record, parte di un traguardo favorito da una significativa ripresa nel 2025: lo scorso anno, infatti, oltre 300mila passeggeri hanno viaggiato da Israele ad Abu Dhabi sui voli Etihad, con un tasso di riempimento medio prossimo al 90%. Circa il 30% di questi viaggiatori ha visitato Abu Dhabi per svago, mentre il 70% ha proseguito verso destinazioni più lontane in Asia.
Superare l’isolamento
Questo incremento della connettività aerea ha stimolato viaggi e turismo tra le due parti, sebbene in modo decisamente sbilanciato. Gli Emirati sono diventati rapidamente una delle mete turistiche più popolari per gli israeliani. Ad esempio, i dati e i rapporti di inizio 2025 hanno rivelato che Dubai è risultata la destinazione invernale preferita dai viaggiatori israeliani, rappresentando oltre il 10% di tutte le partenze dallo scalo internazionale Ben Gurion. Solo nei primi dieci mesi del 2022, più di 150mila israeliani hanno visitato gli Emirati Arabi Uniti, a fronte di appena 1.600 emiratini che hanno visitato Israele nello stesso periodo. Questa netta disparità indica che i benefici economici derivanti dalla normalizzazione del turismo affluiscono principalmente verso il settore turistico e l'economia generale degli Emirati, sebbene pure quella israeliana ne tragga vantaggi indiretti.
Con l’aumento dei volumi di viaggio, crescono anche i ricavi per gli aeroporti e le compagnie aeree israeliane (come El Al e Israir), e le agenzie turistiche di entrambe le parti hanno registrato un incremento delle attività. Secondo l'Autorità Aeroportuale di Israele, il traffico passeggeri presso l'aeroporto Ben Gurion è aumentato del 33% nel 2025, raggiungendo quota 18,5 milioni di passeggeri rispetto ai soli 13,9 milioni del 2024, anno in cui i viaggi avevano subito un forte impatto a causa della guerra. E i voli dagli Emirati Arabi Uniti sono rimasti tra le tratte più attive dell'aeroporto. Va qui ricordato che la crescita del trasporto aereo ha affrontato una prova cruciale durante la guerra di Israele a Gaza, con compagnie aeree globali come Delta e Lufthansa che hanno sospeso o interrotto i viaggi.
Il traffico passeggeri presso l'aeroporto Ben Gurion si è quasi dimezzato rispetto all'anno precedente. Tuttavia, in netto contrasto, i voli degli Emirati hanno continuato a contribuire a rompere l'isolamento di Israele e a mantenere i collegamenti aerei con il resto del mondo durante le fasi più acute della crisi. Sia Flydubai che Etihad Airways hanno mantenuto servizi regolari tra Dubai/Abu Dhabi e Tel Aviv, dimostrando la determinazione degli Eau a separare la propria strategia di normalizzazione dalle conseguenze umane della guerra a Gaza. In particolare, le statistiche mostrano che Flydubai ha operato oltre 1.800 voli da e per Israele dallo scoppio della guerra a Gaza nel 2023, cancellandone solo 77 voli in quel periodo ed effettuando più di 200 voli nel solo mese di settembre 2024. Analogamente, Etihad Airways ha mantenuto collegamenti giornalieri con Tel Aviv per tutta la durata del conflitto, affiancando la compagnia israeliana El Al e avvalendosi di monitoraggi della sicurezza e protocolli precauzionali laddove necessario.
Lo stesso Times of Israel (TOI) ha confermato che i voli dagli Emirati sono stati in pratica le uniche tratte internazionali a rimanere operative durante la guerra, preservando un livello minimo di connettività aerea con Tel Aviv nel momento di massima crisi. In seguito al cessate il fuoco dell'ottobre 2025, le compagnie aeree globali hanno iniziato a riprendere con cautela i voli verso Israele, portando a un significativo aumento del volume di passeggeri a dicembre (+59% su base annua). Nell'arco dell'intero 2025, l'aeroporto Ben Gurion ha recuperato gran parte dell'attività pre-bellica, servendo 18,5 milioni di passeggeri - incremento del 33% rispetto al 2024 - pur rimanendo al di sotto dei livelli pre-conflitto del 2023. Questi dati sottolineano il duro colpo inferto dalla guerra al settore dell'aviazione israeliano, evidenziando al contempo il ruolo cruciale svolto dalle compagnie aeree emiratine nel mitigare l'isolamento aereo del Paese.
Voli pilastro normalizzazione
Gli ultimi anni hanno infine dimostrato che i collegamenti aerei diretti sono diventati uno dei pilastri più solidi della normalizzazione tra gli Emirati e Israele nel novero degli “Accordi di Abramo”. Nonostante l'instabilità regionale e il diffuso malcontento nell'opinione pubblica del mondo arabo per la guerra a Gaza, Abu Dhabi ha rafforzato ulteriormente la propria partnership: difatti, invece di interrompere i rapporti sono proseguite le visite ufficiali, i collegamenti aerei non si sono mai interrotti e la cooperazione economica si è addirittura intensificata. L’interscambio commerciale tra i due Paesi è cresciuto proprio nel pieno della guerra, raggiungendo i 3,2 miliardi di dollari nel 2024 - con un aumento dell'11% rispetto all'anno precedente - a testimonianza di una crescente convergenza di interessi reciproci anche nei momenti più critici.
Gli Emirati hanno inoltre mantenuto la propria presenza diplomatica a Tel Aviv per tutta la durata del conflitto, nonostante le crescenti richieste dell'opinione pubblica interna di sospendere il processo di normalizzazione. A tal proposito Dina Esfandiary, consulente dell’International Crisis Group, ha spiegato che “il mantenimento dei voli tra le due parti durante la guerra simboleggia l’impegno degli Emirati nel rapporto con Israele, a prescindere da tutto”. Le fa eco l’analista del Bahrein Ahmed Al-Khuzai che, intervistato da Times of Israel, ha sottolineato: “Gli Accordi di Abramo si sono rivelati più resilienti dei precedenti trattati di pace con Egitto e Giordania. Hanno resistito alla tempesta dell'ottobre 2023 e i legami economici e sociali tra gli Emirati e Israele hanno tenuto”. In questo senso, la decisione di Etihad di portare a sei i voli giornalieri per Tel Aviv rappresenta qualcosa di più di un semplice dettaglio operativo. Segnala l’avvio di una nuova fase in cui le relazioni tra Emirati e Israele vengono gestite come un servizio di routine, incentrato sui criteri di “domanda” e “connettività globale” più che di politica, religione e opinione pubblica. E i costi dell’occupazione e della guerra vengono relegati ai margini.



















