Beirut (AsiaNews) – “Se c'è una persona che merita di essere chiamata patriarca di tutti i libanesi, è proprio il patriarca Hoyek”. È il giudizio condiviso da molti libanesi nei confronti di un uomo che le vicende travagliate della storia non hanno aiutato ad apprezzare nel suo giusto valore, ma che la sua beatificazione - in programma per domani a Dimane, nella residenza estiva dei patriarchi maroniti - collocherà su un piedistallo d'onore degno della sua missione. La cerimonia si terrà alla presenza del card. Marcello Semeraro, prefetto del dicastero delle Cause dei santi.
La storia ha conservato di Hoyek questa frase emblematica: “Io sono il patriarca dei maroniti! La mia comunità è il Libano. Appartengo a tutti i libanesi”. Non è una frase gratuita: è alla guarigione miracolosa di un alto graduato della comunità drusa che quest'uomo di preghiera, che aveva fiducia soltanto in Dio, deve la sua beatificazione.
"Juvenis ad majora natus" - “Nato per cose grandi” - era il motto di san Stanislao annotato profeticamente a margine del libretto scolastico di Elias Boutros Hoyek (1843-1931), al termine dei suoi studi teologici a Roma. Aveva allora 27 anni e si trovava nella capitale italiana, inviato dal patriarca Boulos Massaad per completare al Collegio Maronita i suoi studi teologici e prepararsi al sacerdozio.
Contraddistinto dalla sua viva intelligenza e dal suo meticoloso rispetto delle regole, quest'uomo destinato alla grandezza sarebbe diventato niente meno che il 72º rappresentante di una lunga stirpe di santi patriarchi maroniti, della quale è certamente una delle personalità più eminenti. La sua grande opera fu la battaglia per la nascita del Grande Libano, proclamato dal generale Gouraud, alto commissario della giovane Repubblica, il 1º settembre 1920.
La sua visione del Paese
Nato nel 1843 a Helta (Batroun), minuscolo villaggio di un remoto angolo dell'Impero Ottomano, Elias Hoyek fu infatti l'uomo della Provvidenza che avrebbe difeso presso il primo ministro francese Georges Clémenceau, e poi presso la Società delle Nazioni, alla fine della Prima guerra mondiale, l'idea della creazione di un Grande Libano, due mesi dopo la firma del Trattato di Versailles (28 giugno 1919), che poneva una parte del Medio Oriente sotto mandato francese.
Ci si potrebbe chiedere fino a che punto la scelta del patriarca Hoyek a favore di un Libano pluralista costituisse una scommessa storica sostenibile, mentre le dinamiche dominanti del mondo arabo nel XX secolo - decolonizzazione, ascesa del nazionalismo, sviluppo dell'islam politico e contestazione della modernità occidentale - evolvevano in una direzione spesso opposta. Il progetto pluralista difeso dal patriarca era un'anticipazione visionaria della diversità del Medio Oriente, oppure una scommessa storica resa progressivamente fragile dalle grandi evoluzioni del XX secolo?
Dietro questa decisione c’era tuttavia – almeno questo lo si può dire - una rara lungimiranza politica, economica ed ecclesiologica. Anzitutto, il Grande Libano metteva i cristiani libanesi al riparo dalla dhimmitudine che sarebbe stata la loro sorte nei Paesi a maggioranza islamica che si stavano formando; inoltre, integrando Beirut, Tripoli, la Beqaa e il Jabal Amel nel nucleo «libano-montano» della Mutasarrifiyya, restituiva al Paese il suo «granaio» e lo proteggeva da una carestia analoga a quella che decimò la sua popolazione nel 1915; gli assicurava inoltre ricche risorse idriche e infine lo coronava con una dei più bei litorali marittimi del Mediterraneo e, nello stesso tempo, con un promontorio strategico unico.
Ma se il Libano geografico era un vero gioiello, la sua vocazione umana e spirituale non era meno preziosa: nello spirito del suo difensore, esso doveva servire da scrigno al vivere insieme, far coabitare “il lupo e l'agnello” (come scriveva il profeta Isaia), un ideale biblico messianico che il Libano avrebbe cercato di incarnare e del quale Giovanni Paolo II avrebbe poi detto che è “un modello di libertà e di pluralismo per l'Oriente e l'Occidente”. Un modello che continua a elevare il Libano, nonostante tutte le difficoltà storiche che il Paese ha conosciuto.
Il pluralismo come diritto sacro
Poco più di cinque anni dopo la proclamazione dello Stato del Grande Libano, il 1º settembre 1920, dalla Residenza dei Pini, il patriarca ebbe l'occasione di esplicitare la propria posizione politica. Rispondendo a un questionario fondamentale indirizzato al Patriarcato maronita dalle autorità mandatarie sulla natura della rappresentanza parlamentare, il patriarca Elias Hoyek e i vescovi maroniti, l'8 gennaio 1926, precisarono che essa doveva essere confessionale, per i seguenti motivi: “Il Paese è composto da diverse comunità religiose. Esse differiscono non soltanto per i loro dogmi, ma anche per le loro tradizioni, i loro costumi, i loro modi di vivere e il loro approccio alle questioni sociali. Di conseguenza, l'elezione su base confessionale permette di rappresentare queste comunità all'interno dell'assemblea secondo una proporzione definita. Lì esse imparano a conoscersi e a trovare un accordo, ciascuna accettando di sacrificare una parte delle proprie esigenze attraverso il gioco delle concessioni reciproche. Questa dinamica condurrà progressivamente a un'osmosi e a un'unificazione della vita politica”. (Archivi del patriarca Elias Hoyek).
“Ciò che colpisce il lettore in questa esposizione magistrale”, commenta il prof. Georges Hobeika, vicario generale dell'Ordine Libanese Maronita (OLM) e rettore emerito dell'Università Saint-Esprit di Kaslik, “è che il patriarca Hoyek considera la diversità, il pluralismo e le divergenze all'interno delle società umane come un dato naturale. Egli non vede nulla di anormale nell'eterogeneità delle tradizioni, dei costumi, dei modi di vivere e delle opinioni generate dalle credenze religiose. Rispetta il diritto alla differenza e vi si attiene fermamente come a un diritto sacro, non negoziabile. Il contrario sarebbe stato sorprendente”.




















