Milano (AsiaNews) - Le pietre mostrano ancora i segni della guerra. Alcuni archi restano fragili, colonne e capitelli attendono di essere ricollocati, tutt'attorno le tracce della violenza subita non sono state cancellate. Eppure, nel tardo pomeriggio del 1 settembre scorso, per le Chiese d'Oriente giorno della festa liturgica del santo, mentre il sole al tramonto rendeva ancora più suggestivo il luogo, il grande santuario di San Simeone lo Stilita, sulle colline a nord-ovest di Aleppo, è tornato a vivere. Dopo circa quindici anni di silenzio forzato, una folla di cristiani provenienti da tutta la regione di Aleppo ha gremito le rovine del monastero per la solenne celebrazione. Con loro c'erano i capi delle diverse Chiese cristiane della città: una preghiera comune, in un luogo che per secoli è stato uno dei grandi centri del pellegrinaggio cristiano nel Vicino Oriente.
La riapertura del santuario non significa che il restauro sia concluso. Al contrario. Molto resta da fare. Ma proprio questa scelta (riaprire ai pellegrinaggi senza aspettare che ogni ferita sia rimarginata) ha dato alla giornata un significato particolare. San Simeone torna ad accogliere i pellegrini mentre le sue pietre raccontano ancora la guerra. È un segno concreto di speranza, fa notare fra Bahjat Elia Karakach, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco francescano ad Aleppo, in una Siria che prova lentamente a ricostruire non soltanto edifici e strade, ma anche la propria memoria.
Una colonna che non isolava, ma riuniva
Il monastero, costruito alla fine del V secolo attorno al luogo in cui visse Simeone, è uno dei più importanti monumenti del cristianesimo delle origini. Il santo, secondo la tradizione, trascorse più di quarant'anni su una colonna, in preghiera e penitenza. Da quella scelta radicale nacque lo stilitismo, una forma di ascetismo che si diffuse in tutto l'Oriente cristiano. Ma la colonna, paradossalmente, non era un luogo di separazione dal mondo: attorno ad essa arrivavano pellegrini, poveri, malati, persone che chiedevano di ottenere dall'anacoreta consiglio e consolazione. Dopo la morte del santo, il luogo divenne uno straordinario centro di pellegrinaggio e attorno alla colonna fu costruito un vasto complesso monastico. La parte più rilevante è la basilica o martyrium, al cui centro si trovava il pilastro; da qui partivano quattro corpi basilicali, a loro volta suddivisi in tre navate disposte a croce greca.
Oggi il sito fa parte degli antichi villaggi cristiani della Siria settentrionale, le celebri «Città morte», riconosciute dall'Unesco come Patrimonio dell'umanità. Ma gli anni del conflitto siriano, iniziato nel 2011, hanno lasciato un segno pesante. Il monastero è rimasto a lungo inaccessibile. Bombardamenti, saccheggi, scavi clandestini e l'utilizzo dell'area da parte di gruppi armati dello Stato islamico hanno compromesso il complesso. Secondo Abdel Jalil Arabi, responsabile del sito, tra il 30 e il 40 per cento dell'area ha subito danni. Un arco occidentale è crollato con le sue colonne; muri e strutture sono stati lesionati. Nel maggio 2016 un'incursione colpì il santuario, suscitando la condanna dell'Unesco. Poi, nel febbraio 2023, il terremoto che devastò la Siria e la Turchia ha ulteriormente indebolito archi e murature.
La sfida del restauro
La guerra aveva disperso anche i resti della celebre colonna dello Stilita. Il suo basamento era rimasto al centro della chiesa, ma quel che restava del fusto (per quanto consunto dal tempo e della devozione dei pellegrini) era stato spostato e danneggiato. Nei mesi scorsi il ritorno degli archeologi ha permesso di avviare una nuova fase. Una missione franco-siriana ha ispezionato il complesso per documentare i danni e stabilire le priorità degli interventi. Micheline Kurdi, archeologa franco-siriana che ha dedicato al sito la propria ricerca, ha parlato della necessità di partire dagli antichi rilievi e dai progetti conservati per ricostruire quanto ancora possibile.
La Francia svolge un ruolo importante in questo processo di recupero e restauro. Il suo incaricato d'affari in Siria, Jean-Baptiste Faivre, ha sottolineato che questo patrimonio è importante non soltanto per il passato, ma anche per il futuro economico e turistico del Paese, annunciando una cooperazione tra la Direzione generale siriana delle antichità e dei musei e le istituzioni culturali francesi. Al progetto dovrebbero contribuire anche partner e finanziatori internazionali, tra cui la Fondazione Aliph, impegnata nella tutela del patrimonio nei Paesi colpiti dalla guerra.
"Una luce da Aleppo"
La celebrazione del 1 settembre ha rappresentato il primo grande ritorno dei pellegrini nel santuario dopo gli anni dell'assenza. La giornata era stata preparata dal Consiglio dei capi delle confessioni cristiane di Aleppo e si è svolta nel quadro delle celebrazioni dedicate a San Simeone, sotto il tema “Una luce da Aleppo”. I capi delle Chiese, sacerdoti e fedeli hanno pregato insieme nel luogo che, per oltre quindici secoli, ha conservato la memoria del grande asceta.
Particolarmente significativo è stato il ritorno dei frammenti della colonna nel luogo originario. Il recupero è stato promosso congiuntamente dalle autorità locali, dalla Direzione delle antichità e dal Consiglio dei capi delle Chiese cristiane. Davanti alla colonna, l'arcivescovo greco-ortodosso Ephrem Maalouli ha guidato la preghiera, mentre il coro della Scuola di musica bizantina San Simeone ha accompagnato la cerimonia con gli inni della tradizione orientale. La pietra è stata aspersa con acqua benedetta e venerata dai presenti.
Per i cristiani della regione di Aleppo, il cui numero è stato tragicamente ridotto dalla guerra e della diaspora, non si tratta semplicemente del recupero di un reperto archeologico. La colonna di Simeone è il simbolo della perseveranza nella fede e della capacità di resistere alle avversità. Non è difficile cogliere il legame con la storia recente della Siria. Dopo gli anni della fuga e della dispersione, tornare a pregare insieme in quel luogo significa affermare che in Siria l'antichissima presenza cristiana non intende scomparire. E che le diverse confessioni cristiane guardano allo Stilita per ritrovare insieme alle proprie radici.




















