Il tour (di facciata) negli scam center di Phnom Penh

Alla vigilia di una conferenza sul contrasto ai centri per le truffe online, il governo cambogiano rivendica di aver smantellato centinaia di strutture. Ma diverse indagini documentano una rete di casinò e società collegata anche a esponenti dell'élite politica. Intanto le vittime di tratta restano spesso senza assistenza e le reti criminali si spostano.

di Alessandra De Poli

Phnom Penh (AsiaNews) - Decine di giornalisti sono stati portati in tour in Cambogia per visitare alcuni centri per le truffe online chiusi e trasformati dalle autorità in una sorta di musei del crimine. Un’attività che rientra nella promozione dell'immagine che il governo cambogiano vuole mostrare al mondo alla vigilia dell’International Conference on Combating Online Scams, in programma a Phnom Penh il 23 e 24 settembre con la partecipazione di una ventina di Paesi, tra cui Stati Uniti e Cina. Entrambi negli ultimi anni hanno aumentato le pressioni sui Paesi del sud-est asiatico nel tentativo di mettere fine al fenomeno degli scam center in cui sono coinvolte centinaia di migliaia di persone, spesso trafficate, e poi costrette a commettere attività di phishing online. Ma emergono in maniera sempre più evidente anche i legami con altre attività criminali che proliferano nella regione.

I 79 cronisti di varie testate internazionali sono stati portati a Bavet e Prey Veng hanno riferito di aver visto cabine telefoniche insonorizzate e banconote false da 100 dollari sparse sul pavimento, mentre alle pareti erano state affisse frasi motivazionali in cinese: “Dai il massimo”, “Diventa ricco da un giorno all’altro”. All’interno del compound, che secondo le autorità cambogiane lo scorso anno arrivava a ospitare circa 20mila persone, c’era persino una finta stazione di polizia, utilizzata per rendere verosimili le operazioni di truffa attraverso le videochiamate. “Gli autori dei reati si spacciavano per funzionari dei Paesi che volevano colpire”, hanno spiegato le autorità cambogiane durante la visita. “Se il loro obiettivo era la Cina, si spacciavano per autorità cinesi; se era il Vietnam, si spacciavano per funzionari vietnamiti. Pur avendo sede in Cambogia, le loro operazioni si estendevano a livello internazionale attraverso filiali affiliate”.

Il messaggio è chiaro, la Cambogia vuole mostrare di essere impegnata nella lotta contro un’industria criminale che negli ultimi anni ha trasformato il Paese, insieme a Myanmar, Laos, Vietnam e Thailandia, in uno dei principali centri regionali delle truffe online. Hay Makara, funzionario della commissione cambogiana contro le truffe, ieri ai giornalisti ha dichiarato che le autorità hanno chiuso 663 siti, di cui 86 grandi compound, e congelato oltre 300 milioni di dollari in conti legati alle frodi. Il governo sostiene inoltre di aver arrestato quasi 30mila persone e di averne espulse dal Paese altrettante. Altre circa 210mila persone avrebbero lasciato volontariamente la Cambogia dopo l’intensificarsi dei controlli.

Le affermazioni del governo cambogiano non trovano però pieno riscontro nelle indagini indipendenti, che al contrario hanno messo in luce i legami tra il moltiplicarsi degli scam center e una rete di società finanziarie, casinò, e immobili di vario genere che a loro volta hanno legami con l’élite politica ed economica cambogiana.

A giugno Amnesty International aveva già messo in dubbio la portata della campagna lanciata dal governo cambogiano nel 2025. Su 86 compound individuati dall’organizzazione, vi erano prove di un intervento dello Stato soltanto in 24 casi; in altri sette erano state documentate fughe o liberazioni di massa. Secondo l’organizzazione, inoltre, alcuni interventi sono stati compromessi dalla collusione tra gli amministratori dei compound e la polizia. Ma soprattutto, nessuno dei 73 sopravvissuti intervistati da Amnesty era stato identificato dalle autorità come vittima di tratta. Al contrario, sono stati documentati casi di persone straniere che una volta scappate o liberate sono rimaste senza assistenza, in strada o nei centri per immigrati, mentre altre vittime sono state nuovamente trasferite verso altri centri in modo da evitare controlli più approfonditi.

Anche il rapporto del Dipartimento di Stato americano sulla tratta di esseri umani in Cambogia aveva documentato un quadro analogo nel 2024. Nel documento, funzionari di alto livello, familiari di esponenti del governo e noti imprenditori erano accusati di essere coinvolti o di beneficiare delle attività degli scam center, anche attraverso la proprietà di edifici e strutture utilizzati dalle reti criminali. Il rapporto riferiva inoltre che alcuni compound ricevevano informazioni preventive sui raid o che la polizia locale doveva ottenere l’autorizzazione di funzionari di alto livello prima di poter intervenire, dando così agli operatori il tempo di spostare persone e attività. 

Più di recente, un’inchiesta della Reuters pubblicata a luglio ha ricostruito i rapporti commerciali tra il gruppo cambogiano Lim Heng e alcuni edifici situati a pochi metri dal Royal Hill Resort and Casino, a O’Smach, vicino alla frontiera con la Thailandia. Gli immobili, affittati dal gruppo nel marzo 2024 a un cittadino cinese, erano utilizzati per operazioni illecite su larga scala e ospitavano persone vittime di tratta. Anche in questo caso alcune stanze erano state trasformate in finte stazioni di polizia e filiali bancarie straniere, utilizzate come scenografie durante le videochiamate.

Reuters precisa di non aver trovato prove che Lim Heng Group fosse direttamente coinvolto nelle truffe o nel traffico di esseri umani. Ma l’inchiesta mette in evidenza quanto sia difficile separare l’economia degli scam center dal sistema imprenditoriale e politico cambogiano. Lim Heng è stato fotografato in occasioni pubbliche insieme a importanti generali cambogiani e ha ricevuto un titolo nobiliare dal re. Secondo Reuters, nel 2025 ha inoltre donato 20mila dollari alle forze armate cambogiane.

Il suo non è un caso isolato, i legami tra l’industria delle truffe e l’elite al potere sono documentati da tempo. Il senatore e uomo d’affari cambogiano Ly Yong Phat, per esempio, era finito nel mirino delle sanzioni degli Stati Uniti nel settembre 2024 per il ruolo con l’accusa di gravi violazioni dei diritti umani. Tra le strutture collegate alle sue attività figurava anche l’O’Smach Resort, sempre nella zona di confine dove si trovava il complesso del Royal Hill.

Nel 2025 Washington ha poi designato come organizzazione criminale transnazionale il Prince Group, conglomerato con sede in Cambogia guidato da Chen Zhi, accusato dagli Stati Uniti di aver costruito un impero basato anche sulla gestione discam center, sul traffico di esseri umani e sul riciclaggio di denaro. Chen Zhi è stato arrestato ed estradato in Cina a gennaio di quest’anno, dopo che le autorità cambogiane gli avevano revocato la cittadinanza nel dicembre 2025. Negli stessi giorni la Cina ha eseguito le condanne a morte di 11 membri di organizzazioni criminali che erano attive nel nord del Myanmar. Nato in Cina, Chen Zhi era diventato cittadino cambogiano e aveva costruito negli anni rapporti con l’establishment del Paese, arrivando anche a ricoprire il ruolo di consigliere del premier Hun Manet e, in precedenza, di suo padre Hun Sen, di fatto ancora l’uomo che guida le politiche della Cambogia. 

Seguendo questo filo rosso si arriva fino ai vertici dello Stato. Per questo, il 15 settembre, due deputati americani, Brian Mast e John Moolenaar, hanno chiesto ai dipartimenti di Stato e del Tesoro di indagare su alcune decine di persone e di valutare l’eventuale imposizione di sanzioni per possibili legami con gli scam center. Nell’elenco figurano anche esponenti di primo piano dell’apparato cambogiano, tra cui il vice premier ed ex capo della polizia, Neth Savoeun, e il ministro dell'Interno, Sar Sokha. Secondo le stime elaborate da Washington, solo nel 2025 le organizzazioni criminali transnazionali del sud-est asiatico hanno truffato cittadini americani per almeno 18,2 miliardi di dollari attraverso internet. 

Nel frattempo, lo stesso Neth Savoeun è stato invitato a chiudere i lavori della conferenza di Phnom Penh. E mentre il governo presenta i compound svuotati come la prova del successo della repressione, resta aperta soprattutto la questione delle vittime. Le persone liberate o fuggite dai centri sono state attirate in Cambogia con false offerte di lavoro e poi costrette, sotto minacce e violenze, a truffare altre persone. Amnesty International ha documentato casi di torture, stupri, lavoro forzato e altre forme di abuso e ha denunciato la mancata identificazione di numerose vittime.

Le operazioni di smantellamento condotte finora hanno dimostrato che chiudere fisicamente un compound non incide in realtà sulla diffusione delle frodi online. Gli stessi funzionari cambogiani hanno ammesso che i gruppi criminali si adattano, spostandosi dalle grandi strutture verso case e stanze in affitto, hotel e persino automobili. 

Alla conferenza, Phnom Penh probabilmente ribadirà di essere vicina alla risoluzione del fenomeno. Ma da anni le organizzazioni per i diritti umani spiegano quello che sarebbe necessario fare per contrastare gli scam center: arrivare ai proprietari, ai finanziatori e ai funzionari che consentono alle reti di continuare a operare, proteggendo allo stesso tempo le persone trafficate invece di trattarle come semplici immigrati irregolari o criminali.

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