Kuala Lumpur (AsiaNews) - “Le condizioni spaventose nei centri di detenzione sono la causa di morti evitabili. La Malaysia ha l'obbligo giuridico di trattare le persone in custodia in modo umano e di fornire loro assistenza medica tempestiva e adeguata quando necessario”. Così Peter Bouckaert, direttore senior dell’organizzazione umanitaria Fortify Rights ha reagito ai dati comunicati all'inizio di luglio al Parlamento malaysiano dal ministro degli Interni, Datuk Seri Saifuddin Nasution Ismail. Tra il 2021 e il 2025, 465 persone sono morte nei centri di detenzione per immigrati, tra cui 393 uomini, 60 donne e 12 minori. Complessivamente, dal 2024 - anno di avvio della campagna di controllo contro l’immigrazione irregolare - nei centri si sono registrati 140 decessi. Già 31 ne primi sei mesi di quest’anno.
Il ministero ha citato morti dovuti a sepsi, leptospirosi e meningite: patologie che possono essere causate o aggravate da infezioni non trattate, acqua contaminata, scarse condizioni igieniche e sovraffollamento, potenzialmente prevenibili o curabili.
I decessi in detenzione fanno seguito a un'impennata senza precedenti nelle operazioni contro migranti irregolari e rifugiati nell'ambito di una campagna governativa avviata nel 2024. Nel 2025, gli arresti legati all'immigrazione hanno raggiunto i livelli più alti dell'ultimo decennio, con un sovraffollamento dei centri di detenzione che ha aggravato i problemi. Secondo le più recenti statistiche governative, i centri ospitano 22.045 detenuti, superando la capacità dichiarata di 21.530 posti.
“I centri di detenzione per immigrati in Malaysia sono diventati luoghi in cui le persone vengono mandate a morire”, ha dichiarato Lynn Htet, esperta in diritti umani. “Il governo deve indagare se ai detenuti siano state negate cure mediche tempestive e adeguate e rendere pubblici i dettagli completi su ogni decesso avvenuto sotto custodia”.
Dal 2025 Fortify Rights ha raccolto le testimonianze di decine di ex detenuti che hanno riferito di gravi ostacoli all'accesso all'assistenza sanitaria nei centri di detenzione per immigrati. Le loro testimonianze parlano di cure negate, di ritardi nei trattamenti medici o, talvolta, di punizioni per aver richiesto assistenza. Hanno inoltre descritto come la vita in condizioni di degrado, unita a un'alimentazione inadeguata e alla scarsa disponibilità di acqua potabile, abbia aggravato patologie preesistenti.
Ai sensi del diritto internazionale, tutte le persone detenute hanno diritto a un'assistenza sanitaria adeguata e le autorità devono garantire un accesso tempestivo alle cure mediche, senza discriminazioni. Il diritto alla vita è sancito dall'art.3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che stabilisce: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”.
Da parte sua, la n. 24 delle Regole minime standard delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti adottate nel 2015 e comunemente note come “Regole Nelson Mandela”, chiede agli Stati di garantire a tutti i detenuti l'accesso all'assistenza medica.
Oltre la metà dei richiedenti asilo registrati dall’Unhcr in Malaysia ma considerati immigrati irregolari sono di etnia Rohingya in fuga dalla persecuzione in Myanmar. Una sorte particolarmente pesante la loro, sia per l’impossibilità di rientrare nelle loro aree originarie, sia per il pessimo trattamento loro riservato in un Paese che condivide in maggioranza la stessa religione islamica. Ciononostante la Malaysia resta una meta ambita, anche se i loro viaggi via mare finiscono spesso tragicamente. Su questa rotta si trovavano anche i 500 Rohingya scomparsi e che si ritiene siano stati vittime di due recenti tragedie del mare al largo delle coste dello stato Rakhine, in Myanmar, la prima a fine giugno, la seconda all’inizio di luglio.




















