Kyauktaw (AsiaNews) - Almeno 49 persone sono morte e altre 58 sono rimaste ferite in un attacco aereo condotto ieri lunedì 28 settembre dall’esercito birmano contro un mercato di Kyauktaw, nello Stato Rakhine. A riferirlo è l’Arakan Army (AA), il principale gruppo etnico armato della regione che combatte contro la giunta militare birmana. Ma l’attacco di ieri ha colpito una zona civile che si trova lontano dalle aree dove da tempo sono in corso i combattimenti.
La zona di Kyauktaw è abitata da popolazione di etnia rakhine o arakan, solitamente di fede buddhista. Ma il Rakhine è anche la regione d’origine della minoranza etnica dei Rohingya, perlopiù di fede musulmana, perseguitata per decenni dalle autorità e dall’esercito birmano. Oltre un milione oggi vive nei campi profughi del Bangladesh (oltre 150mila persone sono scappate solo dalla fine del 2023), mentre ogni anno a migliaia tentano la fuga via mare, spesso rischiando la vita, nel tentativo di raggiungere la Malaysia o altri Paesi del sud-est asiatico.
Nonostante la situazione di conflitto aperto, questa mattina la Kuala Lumpur ha rimpatriato 1.476 cittadini birmani che erano detenuti nei centri di immigrazione della Malaysia senza rendere noto quanti di loro siano Rohingya, contro le raccomandazioni degli esperti delle Nazioni unite e di diverse organizzazioni umanitarie.
La linea del fronte nel Rakhine
Kyauktaw è sotto il controllo dell’Arakan Army dal febbraio 2024 e si trova circa 100 chilometri a nord da Sittwe, capoluogo del Rakhine. Secondo Democratic Voice of Burma, tre bombardamenti hanno colpito il mercato indiano e il vicino ponte Kissapanadi, lungo una delle principali vie di collegamento tra le aree controllate dall’AA.
Il Rakhine è oggi uno dei fronti più attivi della guerra civile birmana scoppiata nel 2021 dopo il colpo di Stato condotto dalla giunta militare. Verso la fine del 2023, l’AA ha condotto un’ampia offensiva insieme ad altri due gruppi etnici armati ed è riuscito a riconquistare 14 delle 17 township che compongono il Rakhine.
A inizio settembre, però, l’esercito ha lanciato un’operazione chiamata 4926. Per condurre questa offensiva sta impiegando aerei da combattimento, artiglieria e navi militari, riferiscono le testate vicine all’opposizione all’estero. Gli scontri più intensi si sono finora concentrati nell’area tra Sittwe e Ponnagyun. L’Arakan Army non è ancora arrivata al capoluogo, ma ha conquistato tutti i territori che lo circondano. Mentre la giunta, oltre a Sittwe, controlla il porto di acque profonde di Kyaukphyu e l’isola di Manaung, luoghi fondamentali per gli interessi commerciali cinesi.
Secondo quanto riportato da The Irrawaddy sulla base delle testimonianze di due militari catturati dall’AA, le forze governative hanno ordinato ai soldati di colpire anche la popolazione civile, ma si tratta di affermazioni che non possono essere verificate in maniera indipendente. Allo stesso modo, pare che l’esercito abbia subito pesanti perdite nei combattimenti a Kyaukphyu - un distretto dove si contano circa 30mila sfollati interni - e Ponnagyun.
L’esercito ha continuato a condurre bombardamenti aerei contro la popolazione nelle ultime settimane. Secondo Democratic Voice of Burma, tra il 17 e il 27 settembre sono stati uccisi almeno sei civili e 16 persone sono rimaste ferite. Il 23 settembre, a Ponnagyun, un bombardamento notturno ha ucciso due civili e distrutto diverse abitazioni. Nei giorni successivi migliaia di persone hanno continuato ad abbandonare i villaggi lungo il confine tra Ponnagyun e Sittwe. Molte famiglie, che spesso erano già state sfollate, hanno trovato rifugio in campi profughi informali nella foresta, senza ripari adeguati, con poco cibo e un accesso molto limitato alle cure mediche.
Pochi giorni prima del bombardamento di ieri, il 24 settembre, l’Independent Investigative Mechanism for Myanmar dell’Onu aveva già sottolineato che nel Rakhine i civili sono costantemente vittime di bombardamenti aerei, attacchi con droni, sono oggetto di detenzioni arbitrarie, torture e uccisioni, e gli aiuti umanitari sono ostacolati. Gli esperti delle Nazioni unite hanno poi ribadito ancora una volta che non esistono le condizioni per un ritorno sicuro dei Rohingya.
I collegamenti e gli aiuti sotto attacco
La situazione è particolarmente delicata proprio a Sittwe, dove decine di migliaia di abitanti sono intrappolati a causa dei combattimenti tutt’intorno che impediscono gli spostamenti. Oltre ad aver lanciato una nuova offensiva, da inizio settembre il regime ha imposto nuove restrizioni alla distribuzione di aiuti, vietando le donazioni dirette e obbligando le forniture a passare attraverso i canali governativi. Sittwe dipende quasi interamente dalle navi provenienti da Yangon per l’approvvigionamento alimentare. Testimoni locali hanno raccontato che la popolazione sfollata è ospitata in 53 monasteri buddhisti, e molte famiglie hanno risorse sufficienti solo per un pasto al giorno.
Il Rakhine, in generale, è diventato negli ultimi anni sempre più dipendente dalle vie commerciali con i Paesi confinanti, a causa dei blocchi agli aiuti imposti dalla giunta, che vietano il passaggio delle merci sulle strade e sulle vie fluviali che collegano lo Stato al resto del Myanmar. Un corridoio oggi particolarmente importante passa attraverso il vicino Stato indiano del Mizoram e la township di Paletwa, nello Stato Chin del Myanmar, anch’essa sotto il controllo dell’Arakan Army. Da qui arrivano alimenti, medicinali, carburante e altri beni di prima necessità. Ma anche questa rotta è fragile: negli ultimi mesi è stata più volte interrotta a causa delle violenze, della scarsità di carburante, delle frane e degli attacchi aerei dell’esercito birmano.
La riconquista dei territori è una questione significativa per le sorti del conflitto civile anche perché negli ultimi anni l’AA è riuscita a costruire un’estesa amministrazione territoriale, spesso accusata di condurre abusi al pari di quelli perpetrati dai militari. Diversi rapporti indipendenti hanno raccolto informazioni su detenzioni arbitrarie, torture, sfollamenti forzati e restrizioni all’accesso agli aiuti commessi anche da membri dell’Arakan Army. I Rohingya si trovano così esposti alle violenze di entrambi gli schieramenti. In alcune aree sono persino reclutati dall’esercito birmano, anche contro la loro volontà, per combattere contro l’Arakan Army.



















