Bangkok (AsiaNews) - Il forum delle Nazioni Unite su impresa e diritti umani (United Nations Responsible Business and Human Rights Forum), che si è tenuto dal 14 al 17 settembre a Bangkok con il coordinamento di sette agenzie Onu e la partecipazione di 220 diverse organizzazioni-partner, alla sua ottava edizione annuale si è confermato un crocevia fondamentale per riflettere sulla vitalità e sull’evoluzione dell’agenda su questo tema nell'area Asia-Pacifico. Un’area che accoglie del mondo circa 66,9 milioni di migranti ma che allo stesso tempo è luogo di origine di 110,3 milioni di un terzo delle persone che partono per cercare fortuna altrove (poco più di un terzo del totale mondiale).
Il tema di quest’anno - “Costruire resilienza, promuovere i diritti” - ha consentito di analizzare una molteplicità di aspetti, dalla risposta delle imprese all'incertezza economica e geopolitica all’adattamento delle catene di approvvigionamento ai cambiamenti climatici e tecnologici. Ma soprattutto si è parlato di come governi e aziende sviluppano obblighi e impegni in materia di diritti umani in pratiche sostenibili e come i lavoratori e le comunità coinvolte possano far sentire maggiormente la propria voce ed essere tutelati nel contesto del cambiamento.
La regione dell’Asia-Pacifico non manca di quadri normativi o impegni formali su impresa e diritti umani. La sfida principale, tuttavia, consiste ancora nel tradurli in benefici concreti per i lavoratori e le comunità. E proprio il fenomeno delle migrazioni è ormai al centro di questa riflessione. Non a caso lo scorso anno all'Assemblea generale dell’Onu era stato presentato il rapporto “Migrazioni lavorative, imprese e diritti umani”, contribuendo a dare nuovo slancio al tema dei diritti dei lavoratori migranti all'interno di tale agenda. Ora la sfida consiste nel portare queste conversazioni nei sistemi di reclutamento, nei luoghi di lavoro e nelle catene di approvvigionamento.
Per quanto riguarda l’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) e il suo programma Migrazioni, business e diritti umani in Asia significa “continuare a collaborare con i governi per rafforzare e attuare politiche a tutela dei diritti dei lavoratori migranti; con le imprese, affinché adempiano alla propria responsabilità di rispettare i diritti umani nelle pratiche di reclutamento e impiego; e con i lavoratori migranti, le loro comunità e la società civile, per garantire che le loro esperienze contribuiscano a definire le soluzioni”.
Come sottolinea ancora l’Oim, “i lavoratori migranti e le loro comunità hanno da tempo dimostrato la propria resilienza. Ogni anno, milioni di persone scelgono di lasciare le proprie case e famiglie in cerca di opportunità all'estero, contribuendo allo sviluppo sostenibile delle economie e delle comunità sia nei Paesi di origine sia in quelli di destinazione. Lungo questo percorso, devono confrontarsi con sistemi e procedure burocratiche complessi, ambienti di lavoro e mercati del lavoro sconosciuti, barriere linguistiche e sfide che spaziano dalle spese di reclutamento agli ostacoli nell'accesso e ai meccanismi di ricorso e tutela”.
Il processo di adeguamento dei lavoratori - soprattutto laddove correttamente supportati - è continuo, ma restano diverse problematicità. Le maggiori sono i quadri normativi e politici in continua evoluzione, le politiche aziendali in materia di diritti umani che non sempre riflettono adeguatamente le esperienze dei migranti impiegati, gli ostacoli all'accesso a meccanismi di tutela elevati. Le iniziative - sottolinea ancora l’organismo dell’Onu - vengono ancora troppo spesso concepite “per” i lavoratori migranti anziché “con” loro. Così, “la resilienza dei lavoratori migranti va riconosciuta e valorizzata, ma non può né deve sostituirsi a sistemi e tutele più equi a loro sostegno”.




















