Nepal: dopo l'alluvione sarà ancora l'emigrazione l'unica risposta?

I danni alle infrastrutture e il blocco dei collegamenti con il Tibet si aggiungono alla forte dipendenza dalle rimesse degli oltre 2,6 milioni di nepalesi emigrati. Un’economia ancora fragile e una disoccupazione giovanile superiore al 20% alimentano un esodo dei giovani fortemente incoraggiato negli ultimi anni.

di Stefano Vecchia

Kathmandu (AsiaNews) - La crisi innescata dalla disastrosa alluvione del 26 agosto lungo il confine con il Tibet rischia di avere conseguenze ancora a lungo per il Nepal. I danni provocati alle infrastrutture, la chiusura del principale punto di transito verso la Regione autonoma tibetana e la Cina – essenziale per il passaggio di turisti, pellegrini e merci – e il blocco della produzione idroelettrica, pari ad almeno il 12% del totale, incentiveranno con ulteriormente il già intenso flusso di persone che emigrano all’estero.

Il Nepal, non soltanto si trova a dover affrontare spese colossali per l’emergenza e la ricostruzione, ma sta pagando pesantemente anche per il rientro e il blocco di centinaia di migliaia di suoi migranti dalla regione del Golfo Persico, dopo che per anni i suoi governi hanno incentivato la partenza dei propri lavoratori, creando una sostanziale dipendenza dalle loro rimesse.

Studi Onu del 2024 indicano una popolazione migrante che ha superato abbondantemente i 2,6 milioni (su quasi 30 milioni di abitanti complessivi), frutto del successo delle politiche di sostegno all’emigrazione, favorito ancor più dal disastroso doppio evento sismico della primavera del 2015. Il “peso” delle rimesse sul Pil nazionale, che nel decennio precedente all’introduzione della politica migratoria nel 2008 rappresentavano in media meno del 9%, nel decennio successivo sono salite a una media del 24%

Vi sono stati risultati positivi, sia a livello nazionale sia familiare. Le autorità hanno attuato politiche per indirizzare le risorse della diaspora verso investimenti produttivi a sostegno del settore industriale, di progetti di sviluppo comunitario e di programmi infrastrutturali locali, spesso co-finanziati dallo Stato.

Tuttavia, il Pil pro capite di circa 1.500 dollari all’anno colloca ancora il Nepal tra le economie a basso reddito a livello globale, così come la posizione al 146° posto su 193 Paesi o territori nell’Indice di sviluppo umano segnala criticità ancora presenti in ambito sanitario, educativo, occupazionale e reddituale.

Il prodotto interno lordo di 42 miliardi di dollari dello scorso anno si basa sostanzialmente su tre risorse: rimesse per almeno il 30% (ma c’è chi, come la Banca mondiale, ne stima il contributo in due terzi della ricchezza prodotta), turismo (7%) ed energia idroelettrica (2%), con ampie possibilità di crescita ma anche forti incognite ambientali.

A determinare povertà e difficoltà nello sviluppo sono vari fattori, tra cui l’instabilità politica, il territorio montuoso, che rende difficile un’agricoltura su larga scala e limita lo sviluppo industriale, l’isolamento geografico e la dipendenza dai due vicini, Cina e India, per il transito di beni di uso quotidiano, ma anche indispensabili alla crescita delle infrastrutture e allo sviluppo.

Il Paese ha, è vero, enormi potenzialità per quanto riguarda lo sfruttamento delle risorse naturali, a partire dai suoi corsi d’acqua, ma il delicato equilibrio tra conservazione e crescita deve tenere conto del fattore climatico, che rende complesso perseguire modelli che fino a pochi anni fa apparivano credibili o percorribili.

Il tempo non gioca a favore e sono soprattutto i giovani che, va ricordato, hanno guidato la rivolta anti-establishment dello scorso settembre, a chiedere possibilità e sbocchi rispetto a una povertà che riguarda anzitutto chi dalle montagne scende a valle e nei centri urbani, ma anche chi, con maggiori possibilità e in un contesto più favorevole, affronta il rischio della disoccupazione intellettuale.

È significativo che, a fronte di una disoccupazione che tocca ufficialmente il 10,5% della forza lavoro complessiva, a sperimentarla sia circa il 20,56% di quanti appartengono alla fascia d’età 15-24 anni. In un contesto in cui l’84% dell’occupazione riguarda il settore informale, privo di adeguate tutele sociali o benefit, l’economia locale fatica a creare opportunità di carriera formali e ad alto potenziale di crescita per le centinaia di migliaia di giovani che ogni anno entrano nel mondo del lavoro.

Non sorprende quindi che lo scorso anno siano stati in media 1.500 al giorno i giovani nepalesi partiti per cercare fortuna all’estero, dalla confinante India, con cui esiste un trattato di libero transito tra le frontiere, fino alla Malaysia e ai Paesi del Golfo.

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