Bangkok (AsiaNews) - Il caso dei profughi uiguri fuggiti dalla Cina nel 2014 per cercare rifugio in Thailandia continua a pesare sul governo di Bangkok. Martedì 3 novembre la vicenda è tornata anche in Parlamento, dove una rappresentante dell’opposizione riformista ha chiesto di non procedere con il rimpatrio forzato di due uiguri, appena amnistiati insieme ad altri tre connazionali condannati per aver tentato la fuga da un centro di detenzione per immigrati.
Erano oltre 300 gli uiguri arrivati a Bangkok nel 2014, dopo viaggi lunghi e rischiosi, per sfuggire alle persecuzioni delle autorità cinesi nella provincia occidentale dello Xinjiang, terra d’origine di questa minoranza di fede islamica. Anziché essere accolti e accompagnati verso l’inserimento nella società thailandese, sono stati segregati o incarcerati sotto successivi governi, sia militari sia civili. Questo nonostante la Thailandia, pur non avendo firmato la Convenzione Onu sui rifugiati, sia vincolata dal principio internazionale di non respingimento delle persone che scappano da conflitti o persecuzioni.
Nel corso degli anni, la maggior parte degli uiguri presente in Thailandia è stata espulsa: 170 persone, soprattutto donne e bambini, erano state trasferite in Turchia nel 2015, mentre nello stesso anno diversi uomini erano stati invece rimpatriati in Cina. Nel 2025 altre 40 persone circa sono state rimpatriate in Cina, nonostante le numerose critiche internazionali.
Anche per i due uomini amnistiati il 21 ottobre, così come per gli altri tre che si trovano ancora in carcere, Pechino ha chiesto l’estradizione. La richiesta è stata confermata dal portavoce del governo thailandese, Ekkapob Pianpises, che ha anche riferito che Bangkok ha dato ai due la possibilità di opporsi per vie legali. I cinque, che non hanno ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato, sono ricercati dalle autorità cinesi dal 2014 sulla base di un mandato di cattura. Gli attivisti per i diritti umani temono che, se rimpatriati, i due possano essere sottoposti a persecuzioni.
Se la richiesta di Pechino sarà confermata, spetterà dunque a un tribunale locale pronunciarsi sulla loro estradizione in Cina. Resta però il precedente dei circa 40 uiguri rimpatriati con la forza lo scorso anno, che le autorità cinesi avevano definito “migranti illegali”: una definizione che, anche alla luce dei rapporti bilaterali, potrebbe risultare difficile per Bangkok da contestare o respingere.
Ancora una volta, quindi il primo ministro Anutin Charnvirakul si trova a dover decidere su una questione delicata, in cui si intrecciano relazioni bilaterali e pressioni internazionali, interessi politici e obblighi giuridici. L’espulsione verso la Cina sarebbe vietata anche dalla legge thailandese che nel 2022 ha messo al bando la tortura, una norma che in passato è già stata aggirata. Come hanno sottolineato mercoledì Amnesty International e Human Rights Watch, se rimpatriati gli uiguri “corrono un serio rischio di tortura e di altre gravi violazioni dei diritti umani”
La soluzione umanitaria sarebbe consentire ai due uomini, già scarcerati e ora trattenuti nel Centro di detenzione per immigrati di Suan Phlu, a Bangkok, di raggiungere un Paese terzo. Una possibilità che appare ancora più urgente se si considera che oltre un milione di uiguri e di altri cittadini cinesi di fede musulmana sono detenuti nello Xinjiang nell’ambito di una campagna discriminatoria che l’Onu ha ritenuto possa configurare un crimine contro l’umanità.





















