Bangkok (AsiaNews) - Una sentenza giunta a sette anni dall’inizio della vicenda giudiziaria (e a oltre tre anni dalla assoluzione del tribunale di primo grado nel 2023), potrebbe avere messo la parola “fine” al procedimento che ha riguardato la senatrice thalandese Angkhana Neelapaijit (già membro del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate o involontarie e commissaria nazionale per i diritti umani, insignita nel 2019 del Premio Magsaysay per il suo impegno in favore degli emarginati) e due note attiviste per i diritti umani: Puttanee Kangkun (direttrice della sede locale dell’organizzazione Fortify Rights) e Thanaporn Saleephol, che di Fortify Rights è stata responsabile della comunicazione.
Si tratta di una vicenda che ancora una volta ha evidenziato l’utilizzo - tutt’altro che infrequente in Thailandia - dell’accusa di diffamazione per silenziare voci del dissenso o di difesa dei diritti umani. All’origine c’era una controversia di lavoro avviata nel 2016 riguardante un allevamento avicolo nella provincia di Lopburi gestito dall'azienda Thammakaset. Ad avviarla fu allora la denuncia presentata alle autorità e alla Commissione nazionale per i diritti umani della Thailandia da 14 lavoratori migranti provenienti dal Myanmar per le precarie condizioni di lavoro all'interno dell'allevamento.
Le accuse furono respinte dall’azienda che a sua volta denunciò i lavoratori per diffamazione e per aver reso dichiarazioni false a un pubblico ufficiale. Nel luglio 2018, il tribunale di primo grado di Bangkok-Don Mueang aveva assolto tutti i 14 lavoratori e a maggio dell’anno successivo la Corte d'Appello aveva respinto il ricorso dell'azienda, rendendo definitive le assoluzioni. Inoltre le autorità competenti in materia di lavoro e il Tribunale del lavoro avevano ordinato all'azienda di corrispondere ai lavoratori 1,7 milioni di baht (circa 50mila euro) come risarcimento.
La successiva causa per diffamazione intentata da Thammakaset contro le tre attiviste che si erano mobilitate a difesa dei lavoratori, riguardava post o ricondivisioni sui social media di messaggi di solidarietà verso attivisti e lavoratori migranti coinvolti in procedimenti giudiziari avviati dall'azienda. I 30 capi d'imputazione per presunta diffamazione prevedevano ciascuno una pena fino a due anni di reclusione e una multa di 200mila baht thailandesi (circa 5.300 di euro).
“Questo caso dimostra chiaramente come l’azione legale sia stata utilizzata per molestare e intimidire le persone, causando gravi danni fisici ed emotivi a quanti sono stati chiamati in giudizio”, ha dichiarato Angkhana Neelapaijit, che è anche vedova di un attivista scomparso il 24 marzo 2004 dopo essere stato sequestrato da ignoti a Bangkok. “Ci sono voluti sette anni per arrivare a questo punto. Spero che i giudici non ammettano il ricorso alla Corte Suprema, affinché questa vicenda possa finalmente concludersi. Ciò contribuirebbe a ripristinare la giustizia per le donne che difendono i diritti umani e a dare seguito alle indicazioni del presidente della Corte Suprema, secondo cui i procedimenti giudiziari non dovrebbero mai essere utilizzati come strumento per molestare le persone o limitarne i diritti e le libertà”.
A sua volta Puttanee Kangkun, direttrice di Fortify Rights e tra le ex imputate, ha ricordato come non si dovrebbero mai subire accuse penali per esserci espressi sui diritti dei lavoratori. E ha aggiunto: “La sentenza di oggi ci dà un enorme sollievo, ma non può restituirci i sette anni che abbiamo trascorso a difenderci. La Thailandia - che il 9 novembre sarà sottoposta all'Esame periodico universale presso il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra -, dovrebbe depenalizzare la diffamazione, affinché altri non debbano vivere ancora quello che abbiamo vissuto noi”.





















