Astana (AsiaNews) - Quando si parla di soft power, di solito si pensa a strategia, immagine e branding nazionale; in realtà è un’operazione anche più semplice, come racconta Ilja Astakhov su Orda.kz. Passa anche per qualcuno che in Messico compra un biglietto per il concerto di Dimaš a New York, o prova il filetto kazi per la prima volta a Londra e si rende conto che il Kazakistan è molto più di petrolio, steppe e stereotipi di Borat.
Per troppo tempo, il Kazakistan è stato visto attraverso gli stereotipi dello “spazio post-sovietico”, o come miniera di materie prime, terra sospesa tra Russia e Cina, patria dei meme di Borat e dei mangiatori di cavalli. I kazaki stanno ora imparando a comunicare il proprio messaggio in modo diverso, non solo attraverso forum ufficiali, ricevimenti diplomatici e grandi accordi, ma anche attraverso la musica, il cinema, il cibo, il turismo, lo sport, le tradizioni e le persone. In alcuni luoghi, questo avviene in modo naturale, in altri, il governo e le imprese danno una mano, e in altri ancora, tutto dipende da fan, ristoratori, registi, guide turistiche e musicisti.
Secondo il Global Soft Power Index 2026, il Kazakistan si è classificato all'82° posto su 193 Paesi, scalando cinque posizioni rispetto all'anno precedente. Non è ancora al livello di Corea del Sud, Giappone o Italia, che hanno impiegato decenni a trasformare la cultura in un prodotto di esportazione, ma si stanno facendo progressi. La musica è forse diventata il canale più rapido per il soft power del Kazakistan: non richiede visti, traduzione simultanea o lunghe spiegazioni.
Dimaš Kudajbergen ne è l'esempio più lampante: dopo la sua apparizione nel programma cinese Singer nel 2017, è diventato un fenomeno internazionale: una vasta estensione vocale, canzoni in diverse lingue, fan in tutto il mondo e concerti in numerosi Paesi. Un dettaglio importante: non è solo “un cantante del Kazakistan, ma utilizza frequentemente la lingua kazaka, la dombra, motivi nazionali ed elementi visivi della cultura kazaka. Questo significa che milioni di persone ascoltano prima la sua voce e solo dopo iniziano a cercare informazioni sul Paese su Google. È una formula quasi perfetta per il soft power: prima l'emozione, poi l'interesse.
Yenlik Kurarbek merita una menzione speciale. Si tratta di un caso in cui la musica nazionale e l'identità non sono associate attraverso i soliti cliché folkloristici della dombra in declino, ma vengono promosse attraverso la musica contemporanea. Prima di intraprendere la carriera di cantante, lavorava come insegnante di inglese nella scuola rurale dove aveva studiato, ma alla fine ha scelto la musica. Yenlik fa R&B, hip-hop e pop alternativo, ma non si tratta solo di generi musicali. La cosa fondamentale è che canta, e anche lei lo fa in kazako, senza i motivi folcloristici e le yurte che a volte vengono riproposti in ogni scena. Il Times of Central Asia ha osservato che la lingua kazaka nella sua musica non funziona come un inserimento etnografico, ma come una forma contemporanea di autoespressione.
Il Kazakistan ha registrato una crescita significativa anche nel settore del turismo: secondo i dati governativi, il numero di turisti nazionali ha raggiunto i 10,5 milioni nel 2024, mentre il numero di visitatori stranieri ha superato i 15 milioni. Queste statistiche includono non solo il turismo tradizionale, ma anche viaggi d'affari e altri attraversamenti di frontiera. Il New York Times ha incluso Almaty nella sua lista delle 52 mete da visitare nel 2024, e Lonely Planet ha inserito il Kazakistan nella sua selezione Best in Travel 2025. Per un Paese che fino a poco tempo fa molti stranieri confondevano con “un posto vicino alla Russia”, si tratta di un cambiamento veramente significativo; il mondo riconosce sempre più un Paese non dagli stereotipi, ma dalla sua musica, dai suoi film, dai suoi viaggi e dalla sua gente. E questo, forse, è il risultato più convincente di qualsiasi soft power.




















