Mosca (AsiaNews) - Elizaveta Likhačeva, ex-direttrice del Museo Puškin, ha dichiarato in questi giorni che “la Russia fa parte della cultura occidentale”, citando come esempi i kokošnik, gli antichi copricapi russi a forma di ventaglio intorno alla testa, simboli del costume tradizionale russo, e il grande romanzo “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj. La portavoce del ministero degli Esteri, la sempre polemica Maria Zakharova, e il conduttore propagandista patriottico Vitalij Borodin l'hanno attaccata, dando vita a un acceso dibattito.
La Likhačeva, una delle più importanti storiche dell'arte della Russia, aveva rilasciato un'intervista al video-blogger Pavel Kostin. La conversazione si era concentrata principalmente sull'istruzione e sull'educazione dei figli, ma i commenti della Likhačeva sulla cultura e l'identità russa hanno attirato l'attenzione. “Perché isolarci dalla cultura occidentale? Non lo capisco”, ha detto a Kostin, affermando che “la Russia fa parte di una civiltà più ampia, e per noi questa potrebbe essere l'ultima occasione per comprendere questo problema”.
Likhačeva ha aggiunto che molti simboli familiari della Russia e della “identità russa” sono strettamente legati alle tradizioni di altri Paesi: ad esempio la matrioška, basata su un “giocattolo giapponese”, o il kokošnik, che secondo la storica fu inventato da “artisti dell’Art Nouveau, che rubarono i copricapi dai dipinti italiani del XV secolo”. Ha anche accennato alla letteratura russa, osservando che molte delle sue forme, come il romanzo, sono mutuate da altre culture e che alcuni testi classici sono parzialmente scritti in lingue straniere; in particolare, il romanzo “Guerra e pace” è “per circa metà” scritto in francese, riportando le conversazioni nei salotti aristocratici russi di inizio Ottocento.
Alcuni giorni dopo la pubblicazione dell'intervista, la Zakharova ha commentato sul suo canale Telegram definendo la Likhačeva un “falso intellettuale” e ha affermato, citando alcune “persone preoccupate”, che le parole francesi costituiscono meno del 4% del testo di Guerra e Pace. La Zakharova ha concluso chiedendosi “chi ci proteggerà, noi, il popolo, dalla palese ignoranza, dalla blasfemia, dall'arroganza patetica letteralmente instillata dagli onnipresenti culturologi e opinionisti che li sostengono? Solo noi stessi”.
L’agenzia Msk1.ru ha quindi contattato la Likhačeva per commentare le invettive di Zakharova, e la storica ha risposto che “a quanto pare abbiamo già sconfitto tutti i nostri nemici e raggiunto accordi con tutti, visto che un alto funzionario del ministero degli Esteri è impegnato a scovare le dichiarazioni di uno storico dell'arte disoccupato e a confutarle sul suo blog, trasformandole in una notizia”. Molte persone hanno notato l'osservazione sui kokošnik, che possono rappresentare i patrioti, ma anche i russi di opposizione. Ad esempio, un video di commento all'intervista della storica dell'arte è stato registrato dalla ricamatrice Olga Vasilkova, che secondo quanto afferma nel suo profilo vive in esilio politico e realizza corone e kokošnik, tra cui un copricapo con la scritta "No alla guerra" per la cantante russa Liza Monetočka. Vasilkova ha ricordato che i kokošnik sono menzionati in documenti russi del XVII secolo, e che i musei conservano numerosi esemplari di questi copricapi risalenti al XVIII e XIX secolo, dichiarando di essere ansiosa di vedere i dipinti italiani del XV secolo che, secondo Likhačeva, hanno ispirato i creatori dei kokošnik.
Vladlena Grinblat, fondatrice del museo “Kokošnik russo” nella tenuta di Khaustovo vicino a Zvenigorod, in periferia di Mosca ha commentato invece che “tutte le donne sposate in Russia dalla fine del XVI secolo indossavano il kokošnik, più o meno dello stesso stile che vediamo nei reperti antichi giunti fino a noi dalla fine del XVII all'inizio del XX secolo”, e quindi “negare l'esistenza del kokošnik in Russia fin dall'antichità è una bufala per gli ignoranti e un crimine contro la cultura nazionale”. Vitalij Borodin ha quindi scritto sul suo canale Telegram di aver inviato una petizione alla Procura generale, chiedendo di indagare sulle dichiarazioni di Likhačeva “dirette a screditare il patrimonio culturale russo”, con la motivazione che “negare pubblicamente tali cose non è più una discussione accademica, è un attacco al nostro codice culturale, alla memoria storica… Se qualcuno finanziato da estranei cerca di riscrivere la nostra storia e dividere la società, abbiamo il dovere di fermarlo”. La guerra culturale interna della Russia pare non avere mai fine.



















