Lo scontro sulle riforme e il futuro dell’Ucraina  

Che cosa accadrà all'economia di Kiev quando la guerra cesserà di essere il principale ostacolo, mentre rimarranno le sue conseguenze, la carenza di manodopera, le infrastrutture distrutte, il fabbisogno di capitali e i rischi per la sicurezza?

di Stefano Caprio

Nel 36° anno dell’Indipendenza, l’Ucraina ha raggiunto un punto oltre il quale la sola crescita del Pil non garantisce più il ritorno di milioni di cittadini dall’estero. Una parte significativa di questa crescita è ancora pagata da partner esterni, e questo aiuto non durerà per sempre; le continue accuse di corruzione ai massimi livelli delle strutture di potere, e le ipotesi di possibili elezioni anche durante lo stato di guerra, impongono una riflessione sulle indispensabili riforme che conducano l’Ucraina a una dimensione efficace di organizzazione sociale ed economica.

Secondo un’analisi di Rbk-Ukraina, confrontandosi con diversi specialisti ed economisti, vi sono alcune questioni irrinunciabili per il futuro dell’Ucraina. Anzitutto gli aiuti esterni devono essere assunti “come ponte, non come modello”: il Paese ha bisogno di sostegno esterno, ma la base per la crescita dovrebbe essere costituita dagli investimenti privati ​​e dalle proprie attività. Gli stipendi da soli non bastano: anche la sicurezza, l’alloggio, l’occupazione professionale e la qualità della vita sono importanti per il ritorno delle persone dall’estero.

Per ottenere dei redditi più elevati serve una nuova economia: l’Ucraina ha bisogno di tecnologia, investimenti, robotizzazione e produzione ad alto valore aggiunto. La carenza di personale persisterà ancora a lungo, e la soluzione è la produttività, l’automazione e la riqualificazione di lavoratori anziani e lavoratori migranti. L’integratore per la difesa MilTech può diventare anche una centrale per l’energia elettrica, ma questo richiede tecnologie a duplice uso, esportazioni e sviluppo dei settori civili. La chiave rimane la qualità delle istituzioni: la protezione della proprietà e lo stato di diritto devono trasformare gli aiuti internazionali in investimenti privati.

L'Ucraina ha celebrato un altro anniversario dell'indipendenza con un'economia paradossale: il complesso militare-industriale sta registrando una crescita record, mentre il resto dell'economia è in contrazione. Il Paese ha raggiunto un punto oltre il quale la sola crescita del Pil non garantisce più né il ritorno di milioni di ucraini dall'estero, né una ripresa post-bellica sostenibile. “Quest'anno il complesso militare-industriale rimane il principale motore della crescita economica, ma allo stesso tempo il settore civile sta soffrendo sempre più per l'escalation della guerra: stiamo già assistendo a un rallentamento dei consumi e all'impatto della distruzione di beni aziendali e infrastrutture logistiche. Ciò significa che la crescita del complesso militare-industriale non è ancora indice di una crescita sana per l'intera economia”, ha osservato Elena Bilan, capo-economista della società di investimenti Dragon Capital, durante un evento organizzato dal Centro per la strategia economica.

La Banca Nazionale ritiene che il settore militare MilTech sarà comunque un esempio chiave e un nuovo motore, stimolando lo sviluppo di settori correlati, ma è proprio qui che si pone la questione chiave per i prossimi anni: cosa accadrà all'economia ucraina quando la guerra cesserà di essere il principale ostacolo, mentre rimarranno le sue conseguenze, la carenza di manodopera, le infrastrutture distrutte, il fabbisogno di capitali e i rischi per la sicurezza? La sola crescita economica non garantisce il ritorno delle persone che si sono trasferite nei Paesi europei, e la ragione non è solo la guerra. Secondo Irina Ippolitova, economista senior presso il Centro per la strategia economica, ciò che conta per i rifugiati non è un confronto diretto tra i salari in Ucraina e quelli in Germania, Polonia o Repubblica Ceca, bensì “il rapporto tra reddito e costo della vita”.

Anche senza un calcolo preciso, è chiaro che l'asticella si è alzata notevolmente. Aleksij Poznjak, responsabile del dipartimento di studi sulle migrazioni presso l'Istituto di demografia e problemi della qualità della vita dell'Accademia nazionale delle scienze dell'Ucraina, ha ricordato che anche prima della guerra i ricercatori consideravano una soglia del 70% dello stipendio estero come incentivo sufficiente a trattenere una persona in Ucraina. Ora la logica è diversa: “prima l'obiettivo era trattenere le persone in Ucraina, ora invece è riportarle in patria, e forse il 70% non è più sufficiente a incentivare il ritorno; un tasso di rimpatrio dell'80-90% sarebbe probabilmente più stimolante”, afferma lo scienziato.

Il denaro non è l'unico fattore, né il principale; Poznjak sottolinea una “barriera psicologica”, visto che molte donne ucraine all'estero lavorano al di fuori della loro specializzazione, come venditrici o lavoratrici stagionali, e nemmeno gli stipendi più alti all'estero compensano la perdita dello status sociale. Nel frattempo, l'opportunità di riacquistare il proprio status precedente in Ucraina può incoraggiare il ritorno, anche con uno stipendio inferiore.

Il dibattito sul tipo di economia da costruire è acceso, e contrappone due scuole di pensiero opposte. I dati citati di recente dalla ex-premier Julia Sviridenko mostrano che l'attenzione all'industrializzazione sta già producendo un impatto fiscale, ma il think tank Case Ukraine si oppone a questa logica: Vladimir Dubrovskij, economista senior dell'organizzazione, definisce la focalizzazione sull'industria un errore strategico, “poiché il mondo vive già in un'era post-industriale e l'industria non sarà mai più un motore di crescita… concentrarsi su di essa è come concentrarsi sull'agricoltura nel XX secolo”. Servono condizioni di concorrenza eque per l'intero mercato, soprattutto visti i perenni problemi di corruzione, per lo stato di diritto e la qualità generale della pubblica amministrazione.

I settori chiave sono “il miglioramento della qualità dell'istruzione, che si sta deteriorando rapidamente, la fidelizzazione dei talenti e la creazione di eco-sistemi di innovazione favorevoli”, afferma l'economista. Anche se il duello industriale finisse a favore delle fabbriche, non ci sarebbe nessuno per costruirle: la carenza di personale non è più un problema temporaneo, e sta diventando un limite strutturale per l’economia. Secondo le stime di Poznjak, ci sono circa 5 milioni di migranti forzati ucraini all’estero; anche in uno scenario ottimistico, non più del 50-60% di loro ritornerà, ma il problema non è solo nella quantità, ma anche nella “qualità” di chi se n’è andato. “C'è una carenza particolarmente acuta di manodopera in Ucraina tra i lavoratori qualificati: autisti, sarte, elettricisti, saldatori, meccanici... la maggior parte degli ucraini adulti che sono andati all'estero hanno un'istruzione superiore, quindi il loro ritorno non potrebbe colmare questa carenza, riducendosi alle professioni dei colletti blu”, afferma Irina Ippolitova.

Aleksej Poznjak offre quindi una soluzione complessa, che parte dall’attirare nel mercato del lavoro gli anziani che “conservano ancora una capacità lavorativa sufficiente”, una maggiore robotizzazione dei processi produttivi (le tecnologie sperimentate al fronte possono essere trasferite all'economia civile), e infine importare manodopera, perché “non ci sono Paesi ricchi al mondo senza migranti”, avvertendo peraltro che la quota di migranti non dovrebbe superare il 10% della popolazione, poiché con una quota maggiore aumenta notevolmente il problema della loro integrazione. Il tempo sta lavorando contro l’Ucraina: un’analogia con gli studi prebellici sulla migrazione di manodopera in Francia mostra che dopo circa cinque anni all’estero, la probabilità che un migrante ritorni diminuisce drasticamente.

Mentre l’economia civile è alla ricerca di un nuovo modello di crescita, il settore della difesa è già diventato la sua locomotiva, e ha la possibilità di rimanere un attore principale anche dopo la guerra. Il capo del consiglio di sorveglianza del cluster di difesa ucraino Brave1, Aleksandr Bornjakov, fa i conti: l’Ucraina produce 4-5 milioni di droni all’anno, e il potenziale per la produzione della difesa nel 2026 è stimato a 50-55 miliardi di dollari. Allo stesso tempo, il budget interno copre solo circa un terzo di questa capacità produttiva, e la capacità in eccesso in alcune categorie raggiunge il 50%. Questo è il motivo per cui sbloccare le esportazioni controllate è diventata una questione di sopravvivenza del settore, non solo di crescita.

Il quadro Drone Deals ha già prodotto i primi risultati: sono stati firmati accordi con Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Paesi Bassi, Lituania e Lettonia, e a luglio 2026 gli Stati Uniti e l’Ucraina hanno firmato una dichiarazione bilaterale di intenti per la cooperazione nel campo dei droni. È la nascita di una nuova industria con vantaggi competitivi senza eguali in nessun altro Paese: test di tecnologie in combattimento, un ciclo di sviluppo compresso (settimane anziché anni) e un feedback diretto tra il fronte e la produzione. Il duplice uso “rappresenta un mercato aggiuntivo per le aziende ucraine e nuove opportunità per attrarre capitali privati”, sottolinea la specialista Oksana Ferčuk. La speranza nel futuro dell’Ucraina dipende dalla guerra, sia nella resistenza all’invasore russo, sia nella prevalenza dell’industria militare, a livello interno e internazionale.


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