New Delhi (AsiaNews) - Proprio mentre Xi Jinping si appresta a tornare a Delhi dopo sette anni, arriva oggi nelle sale indiane il film “4 Rivers 6 Ranges”, del regista di origine tibetana Shenpenn Khymsar che racconta la resistenza tibetana e la fuga del quattordicesimo Dalai Lama verso l’India nel 1959. Alla notizia è subito arrivata la reazione di Pechino: la tv di Stato ha accusato la pellicola di offrire una “riscrittura fittizia” della storia del Tibet e il regista di utilizzare il cinema come strumento di propaganda separatista.
Per Khymsar, il film ha a che fare con una parte della storia contemporanea dell’India. “Questo film è geopoliticamente molto importante anche per l’India, per i nostri conflitti geopolitici permanenti con la Cina, per il Dalai Lama che vive in India e per la presenza nell’esercito indiano di una forza speciale di frontiera”, ha spiegato il regista in un’intervista pubblicata il 31 agosto da Cinema Express. Secondo Khymsar, proprio la storia raccontata nel film è legata alle origini della Special Frontier Force, una lettura del regista sul legame tra la resistenza tibetana e le successive strutture di sicurezza indiane.
La fuga del 1959
Il titolo del film è la traduzione dell’espressione tibetana “Chushi Gangdruk”, che significa “quattro fiumi, sei catene montuose”, il movimento armato tibetano nato nel 1958 per opporsi al controllo cinese sul Tibet. La pellicola segue un gruppo di combattenti che accompagna il quattordicesimo Dalai Lama durante la fuga dal Tibet verso il confine indiano.
La fuga iniziò il 17 marzo 1959, quando il Dalai Lama lasciò Lhasa. Il 31 marzo attraversò il confine indiano e raggiunse il territorio dell’allora North-East Frontier Agency, l’attuale Arunachal Pradesh. Il governo indiano, al tempo guidato da Jawaharlal Nehru, aveva deciso di concedergli asilo insieme al suo seguito.
La vicenda raccontata dal film appartiene quindi anche alla storia dell’India indipendente e al rapporto, da allora mai completamente risolto, tra New Delhi, Pechino e la questione tibetana. L’arrivo del Dalai Lama in India nel 1959 contribuì infatti alla nascita di una comunità tibetana in esilio che ancora oggi ha nel Paese il proprio principale centro di vita politica, religiosa e culturale.
Il governo indiano, sotto Nehru, non presentò l’accoglienza del Dalai Lama come una scelta per sostenere l’indipendenza tibetana. In Parlamento l’allora premier sottolineò che la politica indiana era concentrata sulla sicurezza e sull’integrità del Paese, ed era animata sia dal desiderio di mantenere relazioni amichevoli con la Cina e sia dalla “profonda simpatia” per il popolo tibetano.
"Un atto di memoria e verità"
“Volevo che un pubblico più ampio vedesse il film e aumentasse la propria consapevolezza, e spero che possa nascere un dibattito”, ha spiegato il regista, che ha voluto che il film fosse doppiato in hindi proprio per raggiungere un pubblico più ampio e che ha inoltre lamentato la scarsità di film indiani dedicati al conflitto con la Cina, sostenendo che nel cinema del Paese l’attenzione è stata molto più spesso rivolta al Pakistan.
Il legame tra Tibet e India emerge anche dalla storia personale di Khymsar, che è nato a Darjeeling, nel Bengala occidentale, dopo che i suoi genitori erano fuggiti dal Tibet, ed è cresciuto in parte nelle colline della regione. Non lontano da queste colline si concentra la presenza militare cinese, che si trova esattamente a nord del Sikkim, a circa 134 chilometri dal corridoio di Siliguri, la stretta fascia di territorio che collega il nord-est dell’India al resto del Paese.
In un commento pubblicato il 20 agosto, la CGTN, tv di Stato cinese ha definito “4 Rivers 6 Ranges” una “riscrittura fittizia della storia dello Xizang”, utilizzando il nome mandarino per la regione del Tibet. L’emittente cinese ha accusato il regista di fare propaganda separatista, riprendendo alcune affermazioni di Khymsar apparse sui social secondo cui il Tibet “non è e non sarà mai parte della Cina”
Da sempre Pechino presenta il Tibet come parte inseparabile del territorio cinese e considera la questione un affare interno; Khymsar respinge però l’idea che il suo lavoro sia semplicemente uno strumento politico. “Questo film è un atto di memoria, responsabilità e ricerca della verità”, ha dichiarato. Il suo obiettivo, ha aggiunto, è mostrare la resistenza e il sacrificio dei tibetani e raccontare “non la divisione, ma la consapevolezza e il dialogo”, affinché le generazioni più giovani possano comprendere le storie intrecciate dei popoli coinvolti e il costo umano degli eventi.
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