Xi ritorna a Delhi: "partner e non rivali" (ma coi soldati sull'Himalaya)

Pechino ha confermato che il presidente cinese parteciperà il 12 e 13 settembre al vertice dei BRICS. La prima volta in India dopo sette anni, in un disgelo favorito dagli sgarbi di Trump a Delhi. Dopo la guerra del 2020 nella regione del Ladakh l'intesa sui confini resta però lontana e la competizione aperta.

di Andrea Ferrario

 

Milano (AsiaNews) - Con il rarefarsi dei viaggi all’estero di Xi Jinping ogni sua trasferta viene letta come una misura dell'importanza che Pechino assegna al Paese in cui si reca. Si tratta di una griglia interpretativa che può essere applicata anche alla sua attesa presenza al vertice dei BRICS convocato a Delhi per il 12 e 13 settembre e che è stata confermata ufficialmente oggi dal ministero degli Esteri di Pechino. Si tratta della sua prima visita in India dopo sette anni, dai tempi cioè del summit informale di Mamallapuram con il primo ministro Narendra Modi. Secondo il South China Morning Post, Xi porterà con sé una delegazione di circa 400 persone, con Pechino che fa sapere di attribuire grande importanza alla cooperazione tra le grandi economie emergenti.

Xi aveva disertato il vertice BRICS dell'anno scorso in Brasile, sostituito dal premier Li Qiang, e non aveva partecipato nemmeno al summit dei G20 a Delhi nel 2023. Molti osservatori hanno collegato entrambe le assenze alle tensioni persistenti sul confine himalayano. Il viaggio di Xi a Delhi arriva comunque al termine di un prudente riavvicinamento costruito nell'arco di quasi due anni. Il disgelo è cominciato con l'accordo sui pattugliamenti nei settori contesi del Ladakh, annunciato nell'ottobre 2024, e con l'incontro fra Xi e Modi a Kazan, il primo dopo lo scontro del 2020 nella valle di Galwan, in cui erano morti almeno 20 soldati indiani e quattro cinesi. Sono seguiti scambi di visite fra ministri e consiglieri. Poi, dopo sette anni, Modi è tornato in Cina per il vertice di Tianjin della Shanghai Cooperation Organisation (SCO), l'organizzazione di sicurezza regionale nella quale Cina e Russia hanno un ruolo egemonico. In tale occasione Xi e Modi hanno affermato di considerarsi “partner e non rivali”, e il primo ministro indiano ha invitato personalmente Xi al vertice di Delhi.

Nel frattempo erano ripresi i pellegrinaggi indù al monte Kailash, in Tibet (tragicamente coinvolti nella sciagura del 26 agosto scorso), mentre quest'estate hanno riaperto due valichi commerciali himalayani chiusi dal 2020. L'ultimo tassello di queste aperture è stato infine quello di pochi giorni fa a Pechino, quando a fine agosto il consigliere per la sicurezza nazionale indiano Ajit Doval e il ministro degli esteri cinese Wang Yi hanno concluso il 25° round dei negoziati sul confine con un consenso in otto punti, che istituisce gruppi di esperti sulla delimitazione della frontiera e rinvia al prossimo round in India al 2027. Pechino accompagna questo percorso con la formula dell'“elefante e del drago che danzano insieme”, una metafora che a Delhi, dove i comunicati restano molto più asciutti di quelli cinesi, non è mai piaciuta.

Il fattore Trump accelera il disgelo

Su questa sequenza hanno inciso i dazi del 50% imposti da Donald Trump sulle merci indiane nell'agosto 2025, per metà come penale per gli acquisti di petrolio russo, una misura che ha colpito un Paese che era abituato a presentarsi come il partner privilegiato degli Stati Uniti in Asia. Nelle stesse settimane il presidente americano ha ricevuto alla Casa Bianca il capo dell'esercito pakistano e ha rivendicato una mediazione nel conflitto fra Delhi e Islamabad che il governo indiano smentisce, mentre Modi ha fatto sapere di essere pronto a pagare il prezzo dei dazi pur di non sacrificare gli interessi degli agricoltori indiani. Come detto, il riavvicinamento con Pechino era però iniziato già nell'autunno del 2024, prima dell'imposizione dei dazi americani, che ne hanno accelerato il corso fino alla passeggiata di Xi, Modi e Vladimir Putin fianco a fianco a Tianjin, diventata il simbolo più evidente della nuova fase.

Da febbraio è cambiato anche il quadro dei rapporti commerciali tra India e Stati Uniti, dopo che la Corte Suprema americana ha privato gran parte dei dazi della loro base giuridica e Trump ha annunciato un nuovo dazio generale del 15% sulle importazioni provenienti da tutti i Paesi. Delhi ha così ripreso a trattare con Washington e allo stesso tempo ha rafforzato i rapporti con il Giappone. Il riavvicinamento con Pechino non implica quindi un allontanamento dagli altri principali partner asiatici dell'India.

Il disgelo diplomatico non ha però eliminato le tensioni sul terreno. Lungo il confine himalayano il pattugliamento è ripreso soltanto in due punti e restano schierati circa 50.000 soldati per parte, mentre la corsa alle infrastrutture militari prosegue su entrambi i versanti. Le tensioni persistono anche sul terreno delle rivendicazioni territoriali e dei gesti politici. Proprio alla vigilia del vertice il China Daily, quotidiano in inglese del partito comunista, ha accusato Modi di ostilità nei confronti della Cina dopo che Delhi aveva assegnato nomi ufficiali indiani a località dell'Arunachal Pradesh, lo stato federato himalayano che Pechino rivendica come parte del proprio territorio.

I limiti del riavvicinamento

Il deficit commerciale indiano verso la Cina rimane prossimo ai 100 miliardi di dollari l'anno e circa due terzi dei principi attivi farmaceutici utilizzati dall'industria indiana arrivano da fabbriche cinesi, così come il 95% dei componenti degli iPhone assemblati nel Paese. Nel 2025 Pechino ha limitato le esportazioni di terre rare e fertilizzanti verso l'India, rendendo evidente la forte dipendenza indiana dalle forniture cinesi. I vincoli sono stati rimossi soltanto in occasione della visita di Wang Yi a Delhi. A marzo l'India ha a sua volta allentato le restrizioni agli investimenti cinesi introdotte nel 2020, consentendo partecipazioni fino al 10% senza autorizzazione governativa. Restano invece molto limitati i visti d'affari e, secondo l'ambasciatore cinese a Delhi, la maggior parte dei circa cinquanta meccanismi di dialogo bilaterali non è ancora stata attivata.

La competizione fra i due giganti si estende del resto oltre il confine. Pechino ha guadagnato terreno anche nei Paesi che Delhi considera parte della propria sfera d'influenza, come mostrano la scelta del nuovo governo del Bangladesh di riservare alla Cina la sua prima visita di Stato e l'accordo firmato l’anno scorso da Sinopec con il governo dello Sri Lanka per una raffineria da 3,7 miliardi di dollari nell'area del porto di Hambantota 

Considerato questo contesto, ci sono aspettative molto contenute riguardo agli esiti di un incontro bilaterale fra Xi e Modi a margine del vertice. Fonti vicine ai negoziati parlano di progressi limitati per quanto riguarda commercio e investimenti, senza alcun grande accordo sul confine, e ricordano che i due incontri più recenti fra i leader non hanno prodotto nemmeno un comunicato congiunto. Sul tavolo ci sarebbero anche l'allentamento reciproco dei visti e la connettività fra i due Paesi, con Delhi orientata a concessioni graduali e reciproche. Antara Ghosal Singh, ricercatrice del centro studi Observer Research Foundation di Delhi, ha spiegato al South China Morning Post che per l'India un incontro riuscito deve garantire un confine stabile e catene di approvvigionamento più sicure, oltre a un maggiore margine negoziale con gli Stati Uniti. Per la Cina, il contatto ad alto livello con Delhi serve invece a indebolire le politiche statunitensi di contenimento. Il vertice sarà anche un test per i BRICS, un blocco in cui la Cina vale da sola circa due terzi del prodotto interno lordo e che sotto presidenza indiana ha già evidenziato alcune crepe, come nello scontro fra le delegazioni di Iran ed Emirati Arabi Uniti in occasione della riunione dei consiglieri per la sicurezza svoltasi a giugno.

L'esito del vertice servirà soprattutto a capire fino a che punto Cina e India siano davvero disposte a trasformare il disgelo diplomatico degli ultimi due anni in un miglioramento stabile dei rapporti. Sana Hashmi, ricercatrice della Taiwan-Asia Exchange Foundation, ha descritto su Asia Times la fase attuale come una stabilizzazione fragile, accompagnata da una competizione strategica che va dal confine himalayano fino all'Oceano Indiano. La retorica cinese dell'“elefante e del drago che danzano insieme” deve fare i conti con i circa 50.000 soldati che ciascuna parte mantiene schierati sull'Himalaya. Una stretta di mano fra Xi e Modi a Delhi sarebbe un altro passo avanti, ma il futuro dei rapporti fra Cina e India dipenderà soprattutto da ciò che accadrà lungo il confine.


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