Himalaya: l'angoscia della diaspora tibetana e le scarne notizie di Pechino

Il cordoglio del Dalai Lama: "Prego per le vittime di questa tragedia frutto di cause profonde". I tibetani in esilio puntano il dito sulle dighe e i progetti infrastrutturali cinesi. Mentre Pechino continua a sostenere che il crollo del ghiacciaio sia avvenuto in Nepal.

Milano (AsiaNews/Agenzie) - Le notizie sulla catastrofe sull'Himalaya con il conto delle vittime che continua a salire sono seguite con particolare preoccupazione dalle comunità della diaspora tibetana. Che mettono in evidenza anche la scarsità di informazioni che arrivano da Pechino sulla situazione nei villaggi del distretto di Gyirong, quelli che stanno nella Regione Autonoma del Tibet, dal 1955 annessa dalla Repubblica popolare cinese. Fino a ieri sera il conto ufficiale delle vittime da parte di Pechino restava fermo a 3, un dato incompatibile con l'ampiezza del disastro e la mobilitazione messa in campo dal governo cinese. E che pone ancora una volta il problema del controllo sull'informazione riguardo a tutto quanto avviene in Tibet.

Il Dalai Lama ha espresso profonda tristezza per le devastanti alluvioni che hanno colpito la regione di Rasuwa, in Nepal, e Gyirong, in Tibet, provocando vittime e ingenti danni alle infrastrutture.

“Prego per tutti coloro che hanno perso la vita e offro la mia solidarietà e le mie più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime e a tutti coloro che sono stati colpiti da questa tragedia”, ha dichiarato in un messaggio pubblicato sul suo sito ufficiale.

Il leader tibetano ha sottolineato che la zona è stata interessata da calamità anche in passato e che gli eventi potrebbero essere il sintomo di un problema più ampio: “Questi eventi sono certamente sintomi di una causa più profonda — che si tratti del cambiamento climatico o di altri fattori”. Il Dalai Lama ha quindi auspicato “misure adeguate” per evitare, per quanto possibile, che tragedie simili possano ripetersi.

Anche il Parlamento tibetano in esilio ha espresso “profonda preoccupazione” per il disastro lungo il confine tra Nepal e Tibet, definendolo una “terribile calamità” e chiedendo un'indagine approfondita sulle sue cause.

In gioco c'è anche la questione degli impianti idroelettrici e delle infrastrutture che la Cina ha costruito in questi anni nella Regione autonoma. "Sul plateau tibetano - scrive in una nota l'amministrazione tibetana in esilio - il governo cinese sta portando avanti diverse attività distruttive per l'ambiente con il pretesto dello sviluppo, causando un aumento delle temperature a un ritmo raddoppiato. Oggigiorno, il governo cinese sta espandendo apertamente e incessantemente progetti in tutta la catena himalayana, giustificandoli come fonti di energia 'verde' — tra cui la costruzione di bacini idrici e dighe, progetti di energia solare e progetti di collegamento ferroviario. Queste azioni irresponsabili stanno infliggendo gravi danni all'umanità nel suo complesso. Questo non è il momento di rimanere in silenzio di fronte a circostanze che potrebbero portare a pericoli ancora più gravi in futuro".

Al centro del dibattito vi è anche la questione dei possibili sistemi di allerta precoce. In Nepal sono state sollevate domande sul fatto che un eventuale avvertimento proveniente dalla Cina avrebbe potuto limitare il numero delle vittime. La Cina ha respinto queste accuse, definendole “fake news”. Contrariamente alle altre ricostruzioni, i media ufficiali cinesi e la stessa ambasciata di Pechino a Kathmandu continuano a sostenere che la colata di fango e detriti sia stata originata da un crollo avvenuto sul versante nepalese del ghiacciaio.


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