Kathmandu (AsiaNews) – Il Nepal ha ripreso a esportare elettricità in Bangladesh dopo la sospensione provocata dalle alluvioni del 26 agosto che avevano danneggiato diverse infrastrutture e centrali idroelettriche. La ripresa è stata resa possibile grazie a un primo finanziamento internazionale da 20 milioni di dollari stanziati dal Fondo delle Nazioni Unite per la risposta alle perdite e ai danni (Fund for Responding to Loss and Damage, FRLD) e dal sostegno dell’India, che ha messo a disposizione le proprie infrastrutture.
L’elettricità è tornata a scorrere dal Nepal al Bangladesh venerdì 23 ottobre attraverso la rete di trasmissione indiana. Le centrali di Trishuli e Chilime, entrambe autorizzate a rifornire il mercato bangladese, sono state danneggiate dalle alluvioni. L’energia utilizzata proviene dagli impianti di Solu Khola e Kabeli B1, mentre le forniture allo Stato indiano dell’Haryana sono state autorizzate dalla centrale di Lower Modi Khola.
In questo modo Kathmandu può continuare a esportare il surplus di energia prodotto durante la stagione dei monsoni, quando le abbondanti precipitazioni alimentano gli impianti idroelettrici al punto da superare la domanda interna. Un accordo quinquennale tra la Nepal Electricity Authority (NEA) e il Bangladesh Power Development Board, firmato il 3 ottobre 2024, prevede forniture stagionali di 40 megawatt dal 15 giugno al 15 novembre di ogni anno.
Le esportazioni verso l’India sono invece proseguite nonostante i danni provocati dal disastro. Tra metà settembre e metà ottobre, secondo i dati della NEA, il Nepal ha venduto al Paese vicino 633,986 milioni di unità di elettricità, ricavando 5,925 miliardi di rupie nepalesi. Il valore è superiore di 962 milioni rispetto allo stesso periodo del 2025 e di 832,5 milioni rispetto al mese precedente. Nel primo trimestre dell’anno fiscale 2026-2027, iniziato a metà luglio, le entrate complessive dalle esportazioni elettriche hanno raggiunto 16,1513 miliardi di rupie.
Circa due terzi dell’elettricità venduta all’India sono stati forniti attraverso accordi bilaterali con gli Stati dell’Haryana e del Bihar, mentre la quota restante è stata commercializzata tramite la borsa elettrica indiana.
Le alluvioni hanno danneggiato in totale 13 centrali idroelettriche, oltre a strade, ponti e scuole. Oltre 5mila persone risultano ancora disperse mentre le vittime accertate sono state 1.500. Secondo le stime ufficiali il costo complessivo della ricostruzione potrebbe superare i 4,7 miliardi. Per questo il 22 ottobre il consiglio del FRLD, il fondo internazionale istituito nell’ambito delle Nazioni Unite per sostenere i Paesi colpiti dagli effetti dei cambiamenti climatici, ha approvato uno stanziamento di 20 milioni di dollari per il Nepal. È la prima volta che vengono attivate le procedure di emergenza del fondo in risposta a uno specifico disastro climatico.
La somma, però, per il momento rappresenta meno dell’1% delle necessità stimate per la ricostruzione. A fine settembre, secondo un funzionario del ministero nepalese competente per il clima e l’ambiente citato dall’Associated Press, il governo aveva ricevuto circa 102 milioni di dollari in aiuti nazionali e internazionali e stava cercando ulteriori risorse da India, Cina e banche multilaterali di sviluppo.
Ancora una volta la vicenda mette in luce le difficoltà dei Paesi più vulnerabili agli eventi climatici estremi. Il Nepal contribuisce in maniera limitata alle emissioni globali, ma si trova ora a sostenere costi elevatissimi per riparare i danni. Il ritorno alle esportazioni rappresenta un segnale di ripresa per il commercio regionale, ma ancora non risolve le necessità delle comunità che hanno perso case e mezzi di sussistenza.





















