Fossa Chemmani: da Jaffna a Colombo i cattolici chiedono giustizia

Due diverse manifestazioni nella capitale e nel Nord per un’inchiesta internazionale sulla fossa comune più grande del Paese. Sacerdoti, suore e laici chiedono la verità sulle atrocità della guerra fra governo e Tigri Tamil. Al 21 luglio scorso recuperati 454 resti umani, tra cui bambini e neonati.

di Melani Manel Perera

Colombo (AsiaNews) - I vertici cattolici di Jaffna, dai sacerdoti alle suore tamil, hanno manifestato chiedendo giustizia e verità, nell’ambito di una inchiesta internazionale, sulla mega-fossa comune di Chemmani, la più grande contenente vittime della guerra nel nord fra esercito e ribelli legati alle Tigri Tamil. L’imponente protesta, dai toni pacifici, si è tenuta il 30 luglio scorso ed è stata organizzata dalla Commissione di Giustizia e pace della locale diocesi. In contemporanea si è svolta un’analoga dimostrazione nella capitale, Colombo, voluta da sacerdoti ed esponenti della società civile per chiedere che il governo adotti misure adeguate e una indagine rigorosa - con l’aiuto di organismi ed enti globali - sulle fosse comuni di Chemmani e Matale.

Un gruppo di circa un centinaio di sacerdoti e suore ha partecipato alla marcia di protesta pacifica della scorsa settimana, partita davanti alla statua di San Giuda Taddeo ad Ariyalai sotto la guida di p. Anthonipillai Augustine, presidente della Commissione Giustizia e Pace. La manifestazione è proseguita sotto forma di processione pacifica fino all’incrocio di Chemmani, dove si trova la fossa comune, vicino alla strada principale.

I manifestanti hanno esposto alcuni cartelli su cui erano scritte le loro richieste in lingua tamil e in inglese. Tra gli slogan più gettonati mostrato dai partecipanti si leggeva: “La responsabilità porta alla riconciliazione”, “Giustizia per Chemmani è giustizia per l’umanità”, “La verità non può essere sepolta”, “I morti meritano dignità, i vivi meritano verità”, “Che la verità venga portata alla luce”, “Onu: proteggi la verità! Proteggi i testimoni!”. Al termine della marcia silenziosa e pacifica, i leader hanno consegnato ai media - dopo che due preti l’hanno letta in inglese e tamil - la lettera di appello urgente redatta dalla Commissione Giustizia e Pace della diocesi di Jaffna all’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Volker Turk. 

L’appello riportava le ultime informazioni in base alle quali al 21 luglio scorso sono stati recuperati dal sito 454 resti umani, tra cui quelli di bambini e neonati. Esso, inoltre, invocava un’indagine internazionale indipendente per accertare la verità e garantire che i responsabili rispondano delle proprie azioni. A leggere il documento è stato p. Anthonipillai Augustine, presidente della Commissione Giustizia e Pace, il quale ha chiesto che lo scavo, l’identificazione e la conservazione dei resti umani siano effettuati in conformità col Protocollo del Minnesota e altre norme internazionali. Servono inoltre analisi indipendenti del Dna, oltre alla partecipazione significativa delle famiglie e alla protezione dei testimoni e dei difensori dei diritti umani. Vi è poi la richiesta agli organismi delle Nazioni Unite che si occupano di diritti umani di continuare a monitorare gli scavi di Chemmani e di proteggere i testimoni, in particolare nell’area di Jaffna. Alla manifestazione pacifica hanno partecipato più di 100 persone, tra cui il vicario generale della diocesi, p. Jebaratnam, p. Paul Jeyantham Pacheck, membri del clero e religiosi e religiose.

In concomitanza con la marcia di Jaffna, nella capitale si è tenuta un’altra manifestazione con lo stesso obiettivo e le stesse richieste organizzata dal “People’s Power for Justice” cui hanno partecipato membri del clero e rappresentanti di organismi della società civile di Colombo. “Il governo - racconta il sacerdote - è stato aiutato dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna a porre fine alla guerra nel 2009. L’Unione europea, che ha contribuito, ora viene a Chemmani e ci dice che deve essere fatta giustizia. In questo momento, l’Unione Europea non ha bisogno di venire in Sri Lanka come salvatrice”. Dobbiamo capire, prosegue, che la giustizia rischia di “subire ritardi” per gli “scheletri nell’armadio” di alcune personalità coinvolte. Ed è per questo, conclude che “diciamo al governo Npp [Potere Nazionale del Popolo, ndr]: non si possono insabbiare i crimini commessi dal governo, qualsiasi esso sia”. 

Rivolgendosi ai media presenti alla manifestazione p. Jeevantha Peiris, noto attivista per i diritti umani, ha dichiarato: “Nella fossa comune di Matale sono state rinvenute circa 154 ossa, ma per queste persone non è ancora stata fatta giustizia. A Chemmani sono stati rinvenuti circa 480 scheletri completi, rendendola la più grande fossa comune dello Sri Lanka. Pertanto, questa fossa comune, la più grande del Paese, piena di corpi di persone sconosciute, non può essere chiusa” e quanto successo insabbiato. “Dobbiamo quindi scoprire - avverte il sacerdote - cosa sia accaduto alle persone sepolte in questa fossa comune attraverso un’indagine approfondita condotta sotto l’attenzione della comunità internazionale”. Infine, p. Peiris ha sottolineato l’urgenza di garantire “giustizia” alle vittime e alle loro famiglie: “Noi, popolazioni del sud e del nord, non ci arrenderemo; vogliamo solo far sentire la nostra voce”.

La fossa comune nei pressi del cimitero di Chemmani Sitthupattu a Jaffna è stata scoperta per la prima volta nel 1998, a seguito di una rivelazione fatta da un ufficiale dell’esercito durante un processo per lo stupro di gruppo e l’omicidio di alcune studentesse. Gli scavi hanno preso il via nel 1999 e già nella prima fase sono stati rinvenuti i resti di 15 corpi. Finora sono state condotte sei fasi di scavo e sono stati recuperati i resti di 480 persone, tra cui alcuni identificabili ufficialmente come bambini e scolari. Si tratta della più grande fossa comune mai scoperta in Sri Lanka. I 429 scheletri rinvenuti in quel luogo eranoo stati sepolti in posizione seduta.

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