Arcivescovo Nagasaki: "Negli Usa con la Vergine sopravvissuta all'atomica"

A fine mese mons. Nakamura sarà a Los Alamos alla conferenza sul Trattato per la proibizione delle armi nucleari con la statua divenuta un simbolo. Ad AsiaNews racconta il cammino della sua Chiesa illuminata dalla testimonianza dei martiri. L'invito a riscoprire in Giappone lo “spirito dell’evangelizzazione”. I migranti “esempio di fede”.

di Dario Salvi

Milano (AsiaNews) - Oggi il Giappone è “un Paese di missione” in cui i cattolici devono riscoprire “lo spirito dell’evangelizzazione” all’interno di una comunità che “sta diminuendo” e non è “un compito facile”. In quest’ottica “abbiamo molto da fare” e i migranti rappresentano “un modello e un esempio di fede”. È quanto spiega ad AsiaNews mons. Peter Michiaki Nakamura, arcivescovo di Nagasaki, raccontando la vita di una Chiesa che deve riscoprire la gioia dell’annuncio in una realtà tuttora permeata dal dramma dell’olocausto nucleare. In tema di atomica, l’arcidiocesi locale intende portare in pellegrinaggio negli Stati Uniti, per la prima volta in 16 anni, la testa superstite della statua lignea della Madonna distrutta durante lo scoppio di “Fat Man”, la bomba al plutonio che il 9 agosto 1945 è caduta proprio nell’area della cattedrale. A fine mese il volto della Vergine andrà a New York portato da mons. Nakamura, per la conferenza sulla revisione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari e poi a Los Alamos, New Mexico, luogo di sviluppo dell’atomica.

Testimoni di fede

Sul fronte missionario, mons. Nakamura sottolinea che “non vi è ancora un vero impegno in materia di evangelizzazione; inoltre il Giappone è una realtà evoluta e le persone, perlopiù benestanti, ritengono che la fede non sia così necessaria”. Da qui il richiamo perché sia trasmesso “il valore del Vangelo, la sua ricchezza” ad una società che deve riscoprire “questa passione. E per farlo anche noi [cristiani] dobbiamo diventare ‘poveri’ non solo sul piano economico, ma soprattutto a livello spirituale. Se noi stessi non diventiamo poveri, umili - afferma -  evangelizzati, non possiamo evangelizzare gli altri”.

Nato il 21 marzo 1962 a Saikai, nella prefettura di Nagasaki, mons. Nakamura è stato ordinato sacerdote nel 1988 nel clero diocesano, poi ha perfezionato gli studi in teologia morale a Roma presso l’Accademia Alfonsiana. Rientrato in Giappone ha svolto il ministero insegnando nel seminario minore di Nagasaki e nei maggiori di Fukuoka e Tokyo e al servizio pastorale delle parrocchie di Togitsu e Uematsu. Nominato ausiliare di Nagasaki da papa Francesco nel maggio 2019 pochi mesi prima del viaggio apostolico in Giappone, è succeduto il 23 febbraio 2022 al predecessore mons. Joseph Mitsuaki Takami - egli stesso un Hibakusha - che la guidava dal 2002.  

Lo abbiamo incontrato nei giorni scorsi durante la visita a Lucca, in Italia, dove ha partecipato all’inaugurazione della mostra “L’eredità di Takashi e Midori Nagai” al padiglione “Nagasaki ‘45” del Lucca Comics&Games 2026, dedicata al tema “Legacy”. Una testimonianza di fede in un mondo segnato dall’olocausto nucleare che ha devastato la città del sud del Giappone, con fotografie d’epoca e vignette che ripercorrono la storia di Takashi Paolo Nagai e della moglie Midori, discendente della comunità dei cristiani nascosti. 

“Di Hiroshima, dopo lo scoppio della bomba, abbiamo l’immagine di una città che protesta, di manifestazioni. A Nagasaki, invece, proprio per la fede che la caratterizza, emerge il ritratto - sottolinea mons. Nakamura - di una Chiesa [e una città] che prega”. Anche Nagai, aggiunge, “ha dato un contributo a questa immagine di chiesa che prega e aiuta la gente. Non ha pensato solo a se stesso, ma ha testimoniato la fede aiutando le persone. Per questo è ricordato non solo come un medico del corpo ma dell’anima, anche per l’insegnamento ricevuto dalla moglie. Se la Chiesa di Nagasaki ricorda più la Chiesa di Pietro, con una fede forte e salda, l’esempio di Nagai imprime una svolta e la indirizza verso una Chiesa di Paolo, ad gentes, missionaria. Da una fede petrina, a paolina. Midori ha mantenuto una spiritualità semplice, vera, grazie a essa Takashi si è convertito”.

I martiri e l’atomica

L’arcidiocesi di Nagasaki, città di oltre 1,3 milioni abitanti il 4,5% dei quali cattolici [oltre 59mila, dati aggiornati ai primi del 2022], è una sede metropolitana il cui centro è la cattedrale di Santa Maria, con co-cattedrale la basilica dei Ventisei Santi Martiri del Giappone. Il territorio è suddiviso in 72 parrocchie, con 135 presbiteri di cui 89 secolari e 46 regolari; fra i religiosi vi sono 60 uomini e oltre 600 donne. La città è famosa anche per essere stata luogo di martirio di molti cristiani nelle prime fasi dell'evangelizzazione del Paese asiatico. I 16 fedeli uccisi tra il 1633 e il 1637, su ordine dello shogun Tokagawa, sono stati canonizzati da Giovanni Paolo II nel 1987. A questi si sono aggiunti una lunga serie di martiri, tra cui 26 cristiani crocifissi nel 1597 e altri 205 martiri uccisi dalle autorità giapponesi tra il 1617 e il 1632.

“Quello che manca - racconta mons. Nakamura - è la fede in azione. Serve maggiore entusiasmo e più capacità di stare accanto ai poveri, coi bisognosi, perché siamo molto chiusi in noi stessi”. Va ricordato che la Chiesa locale “è rimasta per 250 anni senza preti e senza strutture”, ciononostante ha saputo “mantenere e difendere la fede, che è profonda. Oggi - prosegue il prelato - il problema è trasmetterla agli altri, mentre permane un clima di paura e di fatica di fronte all’annuncio. Dopo aver vissuto per molti anni nascosti” come i primi cristiani delle catacombe, oggi “risulta difficile uscire allo scoperto e mostrare il volto di una fede che è presente e salda”. In quest’ottica resta essenziale l’esempio dei martiri, che hanno saputo “donare la loro vita per il Vangelo” sottolinea l’arcivescovo di Nagasaki: “Il messaggio più grande che trasmettono - spiega - è che per loro Dio era così ‘importante’ da dare quanto avevano di più prezioso. Non hanno saputo donare la vita perché la fede era forte e salda, ma solo perché hanno capito che Dio era con loro, li accompagnava nel loro cammino”. 

Altro tema che resta attuale è quello dell’atomica, perché ancora oggi “in molti si stanno chiedendo il perché sia successo”, perché Dio abbia permesso che accadesse questa tragedia, ma “non hanno risposte”. La bomba è caduta nei pressi della cattedrale, facendo sorgere anche domande sulla reale presenza ed esistenza stessa di Dio, che avrebbe permesso una simile atrocità. A questo si sommano le accuse degli altri abitanti della città, i non cristiani, che li hanno incolpati ritenendoli responsabili morali. L’ordigno nucleare, conferma mons. Nakamura, ha “segnato le coscienze” ma vi è un elemento “positivo: come avvenuto al tempo delle persecuzioni, quando i cristiani sono scappati per poi tornare, lo stesso è successo con l’atomica. La bomba ha distrutto tutto - racconta - e molti sono fuggiti, ma sono rientrati e la prima cosa che hanno ricostruito non sono le case, ma la cattedrale, la chiesa, cuore della vita della comunità. Da lì hanno avviato un nuovo cammino di fede”. 

Chiesa migrante

Oltre all’atomica e ai martiri, la realtà cattolica del Sol Levante è caratterizzata da una terza componente significativa, quanto di difficile integrazione in alcune aree, soprattutto nelle grandi metropoli: la Chiesa migrante, formata da lavoratori dal continente asiatico, in particolare dal Vietnam. “Nella mia diocesi, che è una realtà soprattutto agricola e rurale - racconta il prelato - non sono numerosi, se ne trovano molti di più a Tokyo o in altre metropoli. Certo è che mettere assieme, integrare le due comunità locale e straniera - aggiunge - non è semplice”. A livello di conferenza episcopale è presente la questione e “in alcune diocesi l’integrazione funziona meglio e di più che in altre, però l’ideale - sottolinea - è quello di avere un’unica Chiesa, non certo la Chiesa degli stranieri e la Chiesa dei giapponesi che viaggiano parallele”. 

Il compito, spiega mons. Nakamura, è quello di “creare iniziative in cui si prega insieme, la messa deve essere in comune, possibilmente in diverse lingue”, perché il rischio in questo caso è che rimangano “separate”. Al contrario, la comunità deve essere “unica e unita” pur nelle sue diverse anime, un compito “non facile” a partire dalle difficoltà legate “alla lingua. Da parte dei vescovi - afferma il prelato - vi è giustamente una grande attenzione, e il percorso deve essere quello che guarda all’unità, anche se gli stranieri sono numerosi e, a livello di cattolici, avrebbero già superato gli stessi giapponesi in termini assoluti”. “Guardando agli stranieri - racconta - mi viene in mente l’immagine dei martiri, perché pur con tanti sacrifici, il lavoro, in alcuni casi lo sfruttamento, non mancano di venire in chiesa e sono saldi nel loro credo. E questa è una immagine e una testimonianza molto bella”. “Essi sono i veri missionari, testimoni anche per noi [giapponesi] - conclude mons. Nakamura - perché ci dimostrano che nonostante le fatiche e le difficoltà, mantengono la loro fede. Questo è un messaggio importante, un invito all’evangelizzazione fatto con le opere, più che a parole”.

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