Le urne per cambiare. Ma non a Hong Kong

Con la condanna ad altri 10 anni di carcere Yoshua Wong, l'ex ragazzo di Demosisto e della "rivoluzione degli ombrelli", resterà dietro le sbarre fino ai 40 anni. Semplicemente per aver lottato per quel diritto che esaltiamo in queste stesse ore con i risultati del voto in Israele, in Serbia o negli Stati Uniti.

di Giorgio Bernardelli

 

Milano (AsiaNews) – Altri 10 anni in carcere per “collusione con forze straniere”. In aggiunta ai 4 anni e otto mesi ormai già quasi finiti di scontare per aver “osato” organizzare nel 2020 elezioni primarie con l’intenzione di rafforzare il movimento pro-democrazia a Hong Kong.

Nella nuova condanna comminata oggi a Yoshua Wong, - il leader forse più conosciuto della cosiddetta “rivoluzione degli ombrelli”, oggi trentenne - c’è ben poco ormai che stupisce. Sapevamo tutti in anticipo che nella caricatura che è ormai diventato il sistema giudiziario di Hong Kong anche un abominio giuridico come un secondo processo sostanzialmente per lo stesso reato per cui si è già stati giudicati, sarebbe sfociato in una condanna. Così la difesa aveva puntato sull’ammissione di colpevolezza, per ottenere perlomeno una mitigazione della pena. Cosa che non è arrivata: nel pallottoliere della Legge sulla sicurezza nazionale - imposta da Pechino nel 2020 per reprimere i movimenti pro-democrazia che a Hong Kong avevano portato in piazza due milioni di persone - per salvare la forma è bastata innalzare la “gravità del reato”. E dunque comminare una pena teorica di 13 anni, per poi ridurla a 10.

Così ora, dopo due figure di età avanzata come Jimmy Lai e Lee Cheuk-yan - costretti con condanne esorbitanti a trascorrere la loro vecchiaia in carcere - era il volto giovane della protesta quello da cancellare. Assicurandosi che l’ex ragazzo (cristiano evangelico) che ancora da studente dello United Christian College di Kowloon aveva dato vita al movimento Demosisto rimanga in carcere almeno fino al compimento dei 40 anni.

Pronunciando la sua condanna il giudice William Tam l’ha motivata dicendo che l’attività di Yoshua Wong e di Nathan Law (l’altro giovane co-fondatore di Demosisto, che oggi vive in esilio ndr) per chiedere sanzioni internazionali nel 2019 e nel 2020 (contro la repressione dei movimenti pro-democrazia, anche se questo il giudice Tam non l’ha detto) ha "aggravato" la crisi politica dell'epoca. “Il reato è avvenuto in un momento in cui Hong Kong stava affrontando i disordini sociali in corso a livello locale; e per raggiungere i propri obiettivi politici, l'imputato, ha esacerbato quella situazione colludendo con governi stranieri o elementi esterni”. Il giudice ha riconosciuto che “si tratta di una condanna molto pesante per l’imputato”, ma ha aggiunto che “la pena deve essere proporzionata alla gravità del crimine commesso”.

La battaglia per la democrazia a Hong Kong è un crimine grave, dunque. Del resto già qualche mese fa condannando Lee Cheuk-yan, Albert Ho e Chow Hang-tung un’altra corte aveva individuato la loro offesa alla sicurezza nazionale aver voluto immaginare un sistema in cui il potere possa anche non essere nelle mani del Partito comunista cinese, il partito unico a Pechino ma di fatto anche il padrino imprescindibile di ogni forza politica a Hong Kong.

Veniamo da giornate in cui in molte parti del mondo si è esaltato il valore della democrazia. La settimana scorsa l’affluenza massiccia alle urne di quel 20% di arabi con cittadinanza israeliana ha rimesso in movimento da sola il quadro politico tra Gerusalemme e Tel Aviv. Abbiamo visto papa Leone XIV compiere un gesto piccolo ma rivoluzionario come esprimere alla pari di tutti gli altri elettori degli Stati Uniti il suo voto nelle elezioni di midterm, motivandolo proprio con la sottolineatura del diritto-dovere dei cittadini di partecipare ai processi democratici. E proprio in queste ore proprio la volontà degli elettori con il brusco cambiamento che ha provocato a Washington sta mettendo in discussione le scelte adottate dall’amministrazione Trump su un tema cruciale come guerra.

E allora viene da chiedersi: che cosa succederebbe se si potesse votare davvero e con libertà a Pechino e nei luoghi come Hong Kong dove il Partito ha imposto le sue regole? E fino a quando - in nome della realpolitik e degli affari da salvaguardare - continueremo a pensare che un giovane che si è battuto per aver il diritto di affermare un’idea sulla vita politica di una comunità e portarla all’esame del voto degli altri cittadini in fondo 15 anni di carcere se li è cercati?

Se non vogliamo essere ipocriti il messaggio della sentenza di oggi è molto chiaro: quanto è accaduto in questi giorni in Serbia, in Israele o negli Stati Uniti, in Cina non deve assolutamente accadere. I cambiamenti a Pechino è meglio che arrivino dall’alto, con operazioni come la “lotta alla corruzione” o le purghe all’interno del Comitato centrale del Partito. Quelle che lasciano il manovratore sempre allo stesso posto. E tutti gli altri a obbedire alle sue leggi.


Foto: Flickr / Thierry Ehrmann

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