Il prezzo della pace per l’Armenia
Quando il premier Pasynian evoca una pace con l’Azerbaigian “che duri 400 anni” non espone solo un’iperbole politica. Guarda a un futuro per Erevan che non sia appeso agli equilibri regionali di turno.

Quando il premier Pasynian evoca una pace con l’Azerbaigian “che duri 400 anni” non espone solo un’iperbole politica. Guarda a un futuro per Erevan che non sia appeso agli equilibri regionali di turno.
La visita al memoriale per i martiri della Guerra di liberazione contro il Pakistan occidentale nel 1971: fra di essi numerosi cristiani, sostenuti da suore e sacerdoti. Il museo dedicato al fondatore del Paese, Sheikh Mujibur Rahman, a cui il papa renderà omaggio. La visita alla nunziatura apostolica e poi al complesso dove si trova la chiesa del Holy Rosary, fra le più antiche del Paese.
Si chiude il viaggio apostolico del pontefice in Myanmar. Più di 6mila persone alla messa con i giovani. La gioia dei ragazzi appartenenti ai gruppi etnici. Dall'inviato.
I rappresentanti delle minoranze parlano di convivenza nella società, progresso e “verità che porta allo sviluppo”. Il sostegno tra le religioni in episodi di violenza. La visione della “non-guerra” contro un mondo “dove si combatte ovunque”. Dall’inviata.
Il sacerdote è il parroco della chiesa dell’Holy Rosary, nel quartiere di Tejgaon. Spiega cosa vuol dire essere un sacerdote in un Paese a maggioranza islamica. “Le persone ci conoscono per il nostro lavoro amorevole”. “Ci sentiamo parte della Chiesa universale seguendo le indicazioni del Santo Padre”. Dall’inviato.
E’ dedicata ai giovani l’ultima messa celebrata da papa Francesco in Myanmar, da dove è partito per il confinante Bangladesh. “Essere ‘discepoli missionari’, messaggeri del lieto annuncio di Gesù, soprattutto per i vostri coetanei e amici. Non abbiate paura di fare scompiglio, di porre domande che facciano pensare la gente. E non abbiate paura se a volte percepirete di essere pochi e sparpagliati. Il Vangelo cresce sempre da piccole radici”.
“Guarigione, accompagnamento e profezia”. Sono le tre “parole” che papa Francesco lascia ai vescovi del Myanmar. “Le vostre greggi portano i segni di questo conflitto e hanno generato valorosi testimoni della fede e delle antiche tradizioni; per voi dunque la predicazione del Vangelo non dev’essere soltanto una fonte di consolazione e di fortezza, ma anche una chiamata a favorire l’unità, la carità e il risanamento nella vita del popolo”.
Francesco si è recato in uno dei templi buddisti più venerati dell’Asia sud-orientale. “Una via basata sulla compassione e sull’amore” è la risposta alle ferite provocate da conflitti, povertà e oppressione. “La giustizia autentica e la pace duratura possono essere raggiunte solo quando sono garantite per tutti”.
Prima messa pubblica celebrata da Francesco in Myanmar. “La via della vendetta non è la via di Gesù. La via di Gesù è radicalmente differente. Quando l’odio e il rifiuto lo condussero alla passione e alla morte, Egli rispose con il perdono e la compassione”. “Anche con mezzi assai limitati, molte comunità proclamano il Vangelo ad altre minoranze tribali, senza mai forzare o costringere, ma sempre invitando e accogliendo”.
Incontrando le autorità del Paese, Francesco non ha nominato espressamente i Rohingya - fatto che sarebbe stato “sgradito” alle autorità del Paese - ma larga parte del suo discorso ha toccato temi che riguardano la loro vicenda. “Il futuro del Myanmar dev’essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità”.
Francesco è atterrato a Yangon poco dopo le 13, ora locale. Ha così inizio il suo 21mo viaggio apostolico.
All’Angelus, papa Francesco esprime “grande dolore” per la strage del 24 novembre in Egitto. “La regalità di Dio: solidale con chi soffre per suscitare dappertutto atteggiamenti e opere di misericordia”. “Quel mendicante, quel bisognoso che tende la mano è Gesù; quell’ammalato, quel carcerato…”. Madre Catalina de María Rodríguez beatificata ieri a Cordoba (Argentina). Stasera Francesco parte per il Myanmar e il Bangladesh.
Nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2018, il pontefice cita Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, fautori dell’accoglienza a migranti e rifugiati e della costruzione del mondo come “casa comune”. I migranti non sono solo un peso economico, ma attori nel “cantiere della pace”, ricchi di “coraggio, capacità, energie e aspirazioni”. Papa Paolo VI e la visita ai rom.
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