I blocchi di Israele affossano la sanità palestinese

A lanciare l’allarme uno studio degli esperti di Physicians for Human Rights Israel. Dietro la crisi la decisione dello Stato ebraico di trattenere le “clearence revenues” che rappresentano i due terzi del bilancio palestinese. Mancano centinaia di farmaci essenziali, il debito ha superato gli 1,18 miliardi.

di Dario Salvi

Gerusalemme (AsiaNews) - Il sistema sanitario pubblico palestinese versa in condizioni disastrose ed è ormai prossimo al “collasso”. A lanciare l’allarme sulla situazione delle strutture mediche e assistenziali nella Cisgiordania occupata è l’ultimo studio, pubblicato ieri, dagli esperti del Physicians for Human Rights Israel (Phri), partendo dai numeri: 447 su un totale di 590 sedi parte del servizio globale fornito dal ministero della Sanità hanno ridotto in modo sostanzioso e grave il loro funzionamento e l’attività; il debito supera gli 1,18 miliardi di dollari; inoltre, centinaia di medicinali essenziali sono esauriti o stanno per esaurirsi.

Dietro il quadro di profonda criticità, spiegano gli esperti, vi sarebbe la pratica di Israele - inasprita nell’ultimo periodo - di trattenere le cosiddette “clearance revenues” [entrate doganali o di sdoganamento, ndr] dell’Autorità palestinese (Ap). Si tratta dei proventi fiscali e doganali che lo Stato ebraico raccoglie per conto della Ap su merci e beni importati nei territori palestinesi attraverso valichi o porti controllati da Israele stessa, che costituiscono circa i due terzi (il 65-70%) del bilancio pubblico palestinese e servono a pagare stipendi pubblici e servizi essenziali. La continua sospensione “mina gravemente la capacità dell’Ap di finanziare servizi sanitari essenziali”.

Secondo le cifre contenute nel rapporto, inviato per conoscenza ad AsiaNews, almeno 447 delle 590 sedi operative sul territorio del ministero palestinese della Sanità hanno ridotto drasticamente l’attività a sole una o due volte alla settimana. Nel 2025, solo il 63% dei centri di assistenza sanitaria di base sono risultati parzialmente operativi e, di questi, molti erano fruibili dagli utenti solo un giorno alla settimana, rispetto ai sei giorni precedenti all’ottobre 2023.

Il dicastero avrebbe inoltre un debito di oltre 1,18 miliardi di dollari nei confronti di ospedali privati e fornitori di prodotti farmaceutici. Dei circa 1.260 farmaci essenziali normalmente tenuti in magazzino, 160 sono esauriti, circa 600 hanno scorte sufficienti per pochi giorni e circa 250 sono disponibili solo in quantità limitate. I pazienti affetti da cancro, malattie renali, diabete e altre patologie croniche hanno sempre più difficoltà ad accedere alle cure essenziali.

Anche gli operatori sanitari ricevono solo una parte dello stipendio, spesso con notevoli ritardi. Il 9 maggio scorso, ricorda lo studio, i medici palestinesi hanno indetto uno sciopero a tempo indeterminato per protestare contro i salari non pagati. La serrata ha determinato la chiusura dei centri di assistenza primaria del ministero della Sanità e limitato i servizi ospedalieri pubblici prevalentemente alle cure d’urgenza e salvavita. Sebbene l’Associazione medica palestinese abbia annunciato, un mese più tardi, la graduale revoca dello sciopero, ad oggi gli operatori svolgono il servizio a capacità ridotta. Risulterebbero invariate anche le problematiche relative alla carenza di medicinali, ai mancati stipendi e ai limiti nell’attività. 

Il Phri individua nella trattenuta da parte di Israele dei proventi palestinesi derivanti dai dazi doganali uno dei fattori principali all’origine della crisi. Si tratta di entrate fiscali dell’Ap riscosse da Israele ai sensi del Protocollo di Parigi del 1994 e costituiscono una delle principali fonti di finanziamento dei servizi pubblici dell’Autorità. Secondo la Banca Mondiale, dall’ottobre 2023 le trattenute mensili da parte di Israele sono aumentate passando da circa 200 milioni di Nis (Nuovo shekel israeliano, oltre 57 milioni di euro) a 500 milioni (oltre 144 milioni di euro), riducendo di oltre la metà le entrate trasferite. Solo tra febbraio 2019 e luglio 2024, Israele ha trattenuto 3,54 miliardi di Nis (poco più di un miliardo di euro), pari a circa il 5% del Pil (Prodotto interno lordo) palestinese nel 2023. Nel giugno 2026, Israele ha ulteriormente ampliato il meccanismo, consentendo trattenute superiori al 100% di determinati pagamenti dell’Autorità Palestinese, rispetto alla precedente trattenuta pari al 100%.

Il rapporto sottolinea che la crisi finanziaria si sta verificando parallelamente all’intensificarsi di operazioni militari, chiusure e restrizioni alla circolazione in tutta la Cisgiordania, indebolendo ulteriormente i servizi sanitari e limitando la possibilità dei pazienti di accedervi. Milena Ansari, direttrice del dipartimento per i Territori palestinesi occupati presso Phri e autrice dello studio, ha sottolineato: “Israele sta trattenendo le entrate palestinesi mentre il sistema sanitario che tali entrate sostengono sta crollando. Le conseguenze - prosegue - sono già visibili: le cliniche stanno chiudendo, i medici lavorano senza ricevere lo stipendio completo, i farmaci essenziali stanno finendo e ai pazienti viene negata l’assistenza di cui hanno bisogno”. Quando ministri israeliani di alto livello invocano apertamente la “caduta” e lo “smantellamento” dell’Autorità Palestinese, il protrarsi della trattenuta delle entrate palestinesi non può essere considerato una semplice controversia finanziaria di natura tecnica. La questione, avverte Ansari, è ormai “parte di una politica più ampia con conseguenze dirette per i civili”.

“Israele non può controllare le entrate, i confini, la libertà di movimento e l’accesso alle risorse dei palestinesi, negando al contempo la propria responsabilità per la crisi sanitaria che le sue politiche stanno contribuendo a creare. Le entrate trattenute - conclude l’esperta - devono essere trasferite immediatamente e la comunità internazionale deve riconoscere il collasso del sistema sanitario in Cisgiordania per quello che è diventato: un’emergenza sanitaria pubblica”. Da qui l’appello finale dei membri di Physicians for Human Rights Israel, che invoca il trasferimento immediato delle entrate palestinesi congelate e un intervento internazionale urgente per impedire un ulteriore deterioramento del sistema sanitario palestinese quasi al collasso. 

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