Phnom Penh (AsiaNews) - Un’importante organizzazione cambogiana per i diritti umani ha diffuso immagini satellitari che mostrano come centinaia di abitazioni ed edifici pubblici, tra cui centri sanitari, siano stati rasi al suolo in tre villaggi cambogiani occupati da mesi dalle truppe thai. La notizia giunge mentre oltre 20mila cambogiani risultano tuttora impossibilitati a rientrare nelle loro case e il governo di Phnom Penh intensifica le pressioni su Bangkok affinché riprenda i colloqui, attualmente in stallo, unitamente alle ispezioni congiunte alla frontiera.
Le immagini, disponibili al pubblico grazie ai satelliti Sentinel-2 dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), mostrano un confronto affiancato tra lo stato dei villaggi nell’aprile dello scorso anno, prima che le forze thailandesi ne prendessero il controllo, e quello di marzo 2026. La Lega cambogiana per la promozione e la difesa dei diritti umani (Licadho), una delle più antiche e grandi organizzazioni per i diritti umani del Paese, afferma che circa 627 abitazioni sono state distrutte dopo che le due parti avevano concordato una tregua precaria a dicembre.
“La distruzione di proprietà civili da parte delle forze di occupazione, a meno che non sia assolutamente necessaria per operazioni militari, è vietata dall’articolo 53 della Quarta Convenzione di Ginevra”, afferma la Licadho. “Il diritto internazionale - prosegue la Lega - in materia di diritti umani tutela inoltre il diritto a un alloggio adeguato e vieta la distruzione arbitraria di abitazioni civili e gli sgomberi forzati, indipendentemente dalla forma di possesso o dallo status di proprietà del terreno. Le abitazioni civili - conclude - non devono diventare bersagli o subire danni collaterali in una disputa di confine, e occorre prevedere un risarcimento per la distruzione dei beni”.
La Thailandia non ha ancora risposto formalmente alla pubblicazione delle immagini satellitari, né ai commenti espressi da alti funzionari del governo cambogiano. Tuttavia, Bangkok ribadisce sistematicamente di non aver preso di mira infrastrutture civili e in passato ha respinto le critiche mosse dalle organizzazioni per i diritti umani in merito agli sfollamenti lungo il confine.
Il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Cambogia, Tom Andrews, ha visitato la zona di confine e ha incontrato alti funzionari del governo cambogiano, oltre che rifugiati, nel corso di una missione di 12 giorni conclusasi il 31 luglio. “È una questione di diritto internazionale che le persone sfollate a causa di un conflitto armato abbiano il diritto di tornare alle proprie case” ha affermato in una conferenza stampa a Phnom Penh, aggiungendo che il cessate il fuoco di dicembre sanciva il diritto al ritorno. “È imperativo - ha concluso - che la Thailandia e la Cambogia collaborino per accelerare il ritorno dei civili sfollati. Hanno bisogno, e meritano, di tornare a casa”.
Secondo i dati del ministero degli Interni di Phnom Penh al 6 agosto 20.281 cambogiani, tra cui 10.331 donne e 6.066 bambini, continuano a vivere nei campi profughi senza poter tornare alle proprie case e alle proprie fattorie. Lo sfollamento ha compromesso i servizi pubblici nelle province di confine, causando la chiusura di scuole, centri sanitari e altre strutture. Intanto la Cambogia sta intensificando gli sforzi diplomatici sulla disputa di confine con la Thailandia, esortando la Commissione mista cambogiano-thailandese per i confini (Jbc) a riprendere la demarcazione, mentre gli osservatori Asean ampliano le ispezioni lungo la frontiera.
“La questione non si risolverà a breve”, ha dichiarato ad AsiaNews un diplomatico di un Paese del blocco che riunisce le nazioni del Sud-est asiatico, di stanza a Phnom Penh. “Le due parti - aggiunge - non sembrano affatto vicine a una soluzione, né tantomeno a iniziare a dialogare seriamente. Il problema è che più questa situazione si protrae - e più a lungo i soldati thai rimangono in quei villaggi - meno probabile è che gli sfollati interni (Idp) possano mai tornare a casa”. Al contempo il portavoce del governo cambogiano Pen Bona ha affermato nei giorni scorsi che la ripresa dei sopralluoghi sul campo da parte della Commissione mista di confine (Jbc) è essenziale per consentire alle migliaia di rifugiati di tornare a casa.
“Questa situazione - ha proseguito Bona - sottolinea la necessità che la Commissione mista di confine Cambogia-Thailandia avvii quanto prima la demarcazione congiunta del confine […] L’auspicio è che i civili cambogiani innocenti possano tornare alle loro case liberamente, in sicurezza e con dignità, in conformità con il diritto internazionale”.
Il ministro cambogiano dell’Informazione Neth Pheaktra, in un post pubblicato sui social media il 6 agosto scorso, ha affermato che l’accordo di cessate il fuoco impegna entrambi i governi non solo a porre fine alle ostilità armate, ma anche a garantire che i civili possano tornare a casa. “La vera pace non può essere misurata - ha scritto - semplicemente dal silenzio delle armi”. “Deve essere misurata dal giorno in cui oltre 20mila civili cambogiani sfollati potranno infine tornare alle loro case e alle loro terre in sicurezza, volontariamente e con dignità. Fino a quando ciò non accadrà, gli impegni sanciti nella Dichiarazione congiunta del 27 dicembre - conclude - rimarranno inadempiuti”.



















