Chiese indonesiane: dialogo, non armi, per porre fine alla crisi in Papua

Le otto principali confessioni cristiane locali hanno lanciato un appello congiunto per la fine delle violenze che nei primi sei mesi del 2026 hanno già provocato 59 morti, in maggioranza civili. Decine di migliaia gli sfollati: "Si difenda la dignità umana, il dialogo e la giustizia, non la militarizzazione""

di Mathias Hariyadi

Jakarta (AsiaNews) - Otto importanti organizzazioni ecclesiali cristiane in Indonesia hanno invitato il governo di Jakarta a porre fine alla prolungata crisi umanitaria nella regione della Papua, dando priorità al dialogo, alla giustizia e al rispetto della dignità umana invece che a un ampliamento della presenza militare. L'appello è stato formulato in una dichiarazione congiunta diffusa ieri con il titolo: "Porre fine alla crisi umanitaria in Papua: difendere la dignità umana, il dialogo e la giustizia, non la militarizzazione".

La dichiarazione è stata sottoscritta da Conferenza episcopale indonesiana (KWI), Comunione delle Chiese in Indonesia (PGI), Fraternità delle Chiese Pentecostali dell'Indonesia (PGPI), Fraternità delle Chiese e delle Istituzioni Evangeliche Indonesiane (PGLII), Fraternità Battista Indonesiana (PBI), Esercito della Salvezza Indonesia, Chiesa Avventista del Settimo Giorno in Indonesia, Chiesa Ortodossa dell'Indonesia.

Presentando il testo il presidente della PGI, rev. Jacklevyn Fritz Manuputty, ha dichiarato che le ripetute violenze a Intan Jaya e in altre aree colpite dal conflitto dimostrano che la crisi umanitaria della Papua non è più un caso isolato, ma un problema strutturale che continua senza una soluzione dignitosa. “Invitiamo tutte le parti armate, sia le forze di sicurezza statali sia i gruppi armati non statali, a cessare ogni forma di violenza e a porre la sicurezza dei civili al di sopra di qualsiasi altro interesse”, ha affermato.

La crisi umanitaria si aggrava

I leader delle Chiese hanno espresso profonda preoccupazione per il conflitto armato che in Papua dura da decenni e continua a mietere vittime tra i papuani indigeni, i civili non papuani, il personale delle forze di sicurezza e altre persone coinvolte nella violenza. “La crisi umanitaria in Papua non è più un problema occasionale, ma una crisi strutturale che continua a ripresentarsi senza una soluzione dignitosa”, afferma la dichiarazione.

Le Chiese hanno osservato che donne, bambini, comunità indigene, operatori sanitari, insegnanti, agricoltori e sfollati interni restano i più vulnerabili alle conseguenze del conflitto, e che molte famiglie sfollate continuano a non avere un accesso adeguato al cibo, all'assistenza sanitaria, all'istruzione, alla protezione e ai servizi pastorali.

Uno degli episodi evidenziati è stata la morte della signora Markina Sondegau, una donna incinta colpita da un proiettile durante uno scambio di colpi d'arma da fuoco nel distretto di Sugapa, nella reggenza di Intan Jaya, lo scorso 2 luglio. In precedenza, Okto Tigau, un agricoltore locale, era stato trovato morto dopo essere stato presumibilmente aggredito durante un'operazione militare volta a cercare membri del Movimento per la Papua Libera (OPM).

Secondo la Commissione nazionale per i Diritti umani 59 persone sono state uccise nel conflitto armato in tutta la Papua nei primi sei mesi del 2026. Di queste, 43 erano civili, mentre otto erano membri delle forze di sicurezza indonesiane (TNI-Polri) e altre otto appartenevano all'Esercito di Liberazione Nazionale della Papua Occidentale - Movimento per la Papua Libera (TPNPB-OPM).

La presidente della Commissione, Anis Hidayah, ha dichiarato che le morti di Okto Tigau e Markina Sondegau costituiscono violazioni dei diritti umani riguardanti il diritto alla vita, il diritto a non essere sottoposti a tortura e a trattamenti crudeli, il diritto al giusto processo e il diritto alla sicurezza personale. Ha esortato il presidente Prabowo Subianto a riesaminare le politiche di sicurezza e le operazioni militari in Papua e a garantire indagini trasparenti sulle presunte violazioni dei diritti umani.

Secondo la PGI, il conflitto ha costretto allo sfollamento circa 107.000 persone, mentre Human Rights Monitor stima il numero in 124.931. La Commissione nazionale per i Diritti umani ha riferito che circa 3.000 residenti sono stati sfollati nella sola Intan Jaya tra maggio e luglio 2026.

Dall'approccio militarizzato al dialogo

I leader delle Chiese hanno esortato il governo a condurre una revisione completa della propria politica di sicurezza in Papua, sostenendo che un approccio prevalentemente militarizzato non è riuscito a portare una pace giusta e duratura. Al contrario, il continuo dispiegamento di unità militari non organiche, la costruzione di nuove strutture per la difesa e l'intensificazione delle operazioni di sicurezza hanno contribuito allo sfollamento della popolazione, ai traumi, alla paura e a un persistente ciclo di violenza.

“Il benessere della popolazione non dovrebbe essere misurato dalla crescente presenza delle forze di sicurezza, ma dai miglioramenti nell'istruzione, nell'assistenza sanitaria, nella tutela dei diritti delle popolazioni indigene, nel rispetto delle terre consuetudinarie, nelle pari opportunità economiche e dalla possibilità per i civili di vivere senza paura”, afferma la dichiarazione.

Le Chiese hanno ribadito il loro storico appello a un dialogo inclusivo e sincero che coinvolga tutte le parti interessate per affrontare il conflitto di lunga data della Papua. Hanno affermato che il dialogo non dovrebbe essere considerato un segno di debolezza dello Stato, ma un'espressione di maturità democratica e uno strumento per ricostruire la fiducia, riconoscere le sofferenze e cercare soluzioni pacifiche che rispettino la dignità di ogni persona.

La dichiarazione ha inoltre invitato il presidente Prabowo Subianto a porre la tutela della vita umana al centro di tutte le politiche governative riguardanti la Papua.

Protezione umanitaria

I leader delle Chiese esortano inoltre il governo a dare maggiore priorità ai bisogni degli sfollati interni, in particolare donne, bambini, persone con disabilità e anziani che sono stati gravemente colpiti dal conflitto. Chiedono garanzie sulla possibilità di poter svolgere liberamente e senza stigmatizzazioni i propri ministeri umanitari e pastorali.

Secondo la dichiarazione, il lavoro umanitario svolto dalle Chiese non dovrebbe essere considerato un sostegno ad alcun gruppo politico o separatista, bensì parte di un impegno comune per ristabilire la dignità umana e la fiducia e promuovere una pace giusta e duratura.

La dichiarazione si conclude con un invito alle Chiese di tutta l'Indonesia a continuare a pregare per la Papua, rafforzando al tempo stesso l'assistenza umanitaria attraverso la cura pastorale, la guarigione dai traumi, l'educazione alla pace, iniziative di riconciliazione, servizi sanitari e il rafforzamento delle comunità.

Il rev. Manuputty ha anche affermato che i leader ecclesiali hanno ripetutamente inviato lettere per chiedere un dialogo con il presidente Prabowo, ma finora non hanno ricevuto alcuna risposta. “Non smetteremo di far sentire la nostra voce e speriamo che alla fine ci venga data l'opportunità di impegnarci in un dialogo aperto”, ha dichiarato.

Rispondendo all'appello, il ministro per i Diritti umani, Natalius Pigai, ha affermato di sostenere gli sforzi per raggiungere una pace duratura in Papua e di auspicare che il conflitto armato non provochi altre vittime. Ha inoltre suggerito che le richieste di dialogo vengano presentate tramite il segretariato di Stato.

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