Il nuovo mondo del caos universale

L'economista Vladislav Inozemtsev immagina tre scenari che plasmeranno il mondo in cui probabilmente vivremo. Nei quali rimane comunque difficile inserire la Russia, che rimane la scheggia impazzita, come spesso è accaduto nella sua storia più antica e in quella recente.

di Stefano Caprio

La guerra in Iran, che si è aggiunta a quella in Ucraina, segna chiaramente la fine del vecchio ordine mondiale, come osserva l’economista e analista Vladislav Inozemtsev sul sito Važnye Istorii, “Storie importanti”, descrivendo gli scenari possibili per il futuro. La più famosa affermazione sulla “fine della storia”, e sulla vittoria delle idee liberal-democratiche sul comunismo e sul nazismo, fu fatta da Francis Fukuyama nel 1989, quando l'Unione Sovietica esisteva ancora, ma era ormai in declino. Alcuni iniziano il conto alla rovescia con la fine della Guerra Fredda e il crollo dell'Urss, altri con la guerra in Iraq, altri ancora con l'annessione della Crimea o l'invasione su vasta scala dell'Ucraina. Il concetto è stato persino menzionato quando Donald Trump ha definito il Canada il 51° Stato degli Stati Uniti, o ha chiesto che la Groenlandia fosse ceduta all'America.

Le azioni della Russia in Ucraina dal 2014 sono state un fattore scatenante significativo, ma tutte le avventure del Cremlino, dalla guerra del 2008 in Georgia, passando per la Crimea e il Donbass fino all'invasione del 2022, rimangono comunque circoscritte e non si estendono oltre le immediate vicinanze del “perimetro russo”. Come afferma Inozemtsev, “assomigliano alle azioni di un topo rinchiuso in una stanza, che graffia i muri o cerca di mordere la porta”. A differenza di Mosca, Washington è in grado di proiettare il proprio potere ovunque nel mondo, come dimostrato dagli eventi da Caracas a Teheran (e probabilmente ne seguiranno altri).

In passato, gli Stati Uniti cercavano di giustificare formalmente le proprie azioni: i bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia nel 1999 non furono approvati dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, e furono giustificati dalla risoluzione sulla crisi umanitaria in Kosovo (alla Jugoslavia fu richiesto di cessare le violenze). Anche l'invasione dell'Iraq del 2003 non fu approvata, ma gli Stati Uniti si sforzarono di ottenerla; il segretario di Stato Colin Powell dedicò 75 minuti a dimostrare che il regime di Saddam Hussein possedeva armi biologiche (il famoso caso della “provetta di Powell”). Nel 2011 la Russia non bloccò la chiusura dello spazio aereo libico. Le dichiarazioni di Trump su Canada e Groenlandia rimangono solo parole vuote, ma l'Iran rappresenta la prima volta in 80 anni che la più grande potenza mondiale ha iniziato una guerra senza alcun tentativo di ottenere nemmeno una minima legittimità internazionale, semplicemente perché lo vuole e lo può fare.

Ha senso parlare di “ordine mondiale” in quanto tale quando esistono non solo determinati principi generali, ma anche istituzioni che lo garantiscono. Il primo tentativo di stabilirlo, intrapreso dopo le guerre napoleoniche al Congresso di Vienna del 1815, difficilmente può essere considerato, in senso stretto, l'incarnazione dell'ordine. Tuttavia, gli accordi raggiunti in quell'occasione contribuirono a ridurre il numero di guerre in Europa per lungo tempo, con la proclamazione solenne della “Santa Alleanza” proposta dallo zar-vincitore Alessandro I, che intendeva unire gli ortodossi russi con i cattolici austriaci e i protestanti prussiani, in una prima e alquanto illusoria “unione europea” politica e religiosa.

I regimi emersi dopo la creazione della Società delle Nazioni nel 1918 e delle Nazioni Unite nel 1945 possono rivendicare di aver instaurato un “ordine”, che però non impedì al mondo di precipitare in una nuova guerra mondiale vent’anni dopo la prima, mentre l'Onu è riuscita a garantire sette decenni di pace tra le grandi potenze (sebbene a volte garantita da aspri scontri nella periferia globale). I principi in entrambi i casi erano simili: sovranità, non ingerenza negli affari di altri Paesi, diritto delle nazioni all'autodeterminazione, e persino le idee fondamentali della dottrina umanistica dei diritti umani.

Tra le due guerre mondiali, esisteva, per usare un'espressione oggi molto in voga, un “mondo multipolare”, come quello auspicato nel discorso di Vladimir Putin a Monaco nel 2007, che ha costituito il punto di svolta della politica estera russa degli ultimi vent’anni. Esso comprendeva allora potenze aggressive, difensive e isolazioniste: alcune si affidavano alla forza, altre ad accordi bilaterali, altre ancora alla distanza dal centro di un potenziale conflitto. Di conseguenza, l'ordine si dissolse gradualmente e gli scontri su larga scala divennero inevitabili. Dopo il 1945 si sviluppò una situazione completamente diversa: molto rapidamente, due gruppi si cristallizzarono attorno a due superpotenze ideologicamente opposte. Ciascuna potenza creò la propria sfera d'influenza e formulò una serie di principi e slogan chiari e attraenti.

La fine della Guerra Fredda ha rapidamente trasformato il mondo in bianco e nero in un mondo di “cinquanta sfumature di grigio”, come commenta Inozemtsev. Si è scoperto che nell'era della globalizzazione, la dottrina dei diritti umani, svincolata dagli Stati nazionali, può giustificare con altrettanta efficacia idee opposte. Ad esempio, la necessità di rovesciare un regime islamista che impone un'adesione “troppo rigida” alle tradizioni musulmane e l'imposizione di tali tradizioni (ad esempio, l'abbigliamento) ai migranti musulmani in Europa, sulla base dei principi del multiculturalismo. Allo stesso tempo, il mondo occidentale ha rapidamente perso la sua unità ideologica, e se durante la Guerra Fredda esistevano “due Europe e un Occidente”, dopo la sua fine è emersa “un'Europa, ma due Occidenti”.

Secondo l’economista, la diffusione dell'economia di mercato a livello globale è diventata una gigantesca “cortina fumogena”, che cela le enormi differenze nei sistemi politici e sociali dei principali attori. Tra discorsi di globalizzazione e interdipendenza si torna a un mondo policentrico senza un egemone, forse simile a quello che esisteva nel XVIII e XIX secolo. Allora, le guerre in generale non necessitavano di giustificazioni o autorizzazioni, proprio come non ne hanno bisogno nel mondo caotico del XXI secolo. L'idea che singole potenze (che si tratti di Stati Uniti, Cina o Russia) stiano combattendo per smantellare l'ordine mondiale esistente e crearne uno nuovo, che tenga adeguatamente conto dei loro interessi, non sembra molto convincente.

Sulla base di quanto osservato, Inozemtsev immagina tre scenari che plasmeranno il mondo in cui probabilmente vivremo. Nessuno di essi prevede il ripristino di istituzioni come l'Onu, il cui degrado è ormai evidente. Il primo è quello del “caos globale”, che molto probabilmente è destinato ad aumentare. Le azioni unilaterali delle grandi potenze, in un contesto di estrema incertezza per molte norme internazionali, stanno creando un vero e proprio “vortice di caos”: persino i Paesi che inizialmente disapprovavano gli attacchi israeliani e statunitensi contro l'Iran vengono trascinati in questa “coalizione dei decisivi”, e non si sa come reagiranno i diversi Paesi alla questione di Taiwan. La posizione ufficiale dei Paesi occidentali è che Taiwan fa parte della Cina, e opporsi alla sua “riunificazione”, qualora avvenisse, sarebbe molto più difficile che opporsi all'annessione della Crimea da parte della Russia, ma non sono nemmeno disposti ad accettarla.

Il secondo scenario è quello della “frammentazione dell'ordine”: se non può essere instaurato a livello globale, si può tentare di crearlo nelle singole regioni. Una reazione peculiare al crescente caos sarà probabilmente la “regionalizzazione dell'ordine”, un tentativo di costruire istituzioni che ne garantiscano il mantenimento all'interno di uno spazio relativamente limitato. Le strutture esistenti possono fungere da contrappeso al caos e da punti di consolidamento: attualmente, la più avanzata in questo senso è l'Unione Europea, che da oltre mezzo secolo sta consolidando norme sovranazionali in un unico continente, ma anche l’Asia centrale si sta decisamente organizzando in questo senso.

La terza tendenza è quella della “nuova bipolarità”, come commentano molti esperti, con il ripristino di un ordine bipolare, ma con la differenza che l'avversario dell'America sarà la Cina. Hanno ideologie diverse, ambizioni geopolitiche contrastanti, alleati e satelliti, in modo molto simile alla rivalità della Guerra Fredda. Allo stesso tempo, sono strettamente legati economicamente, il che riduce la probabilità di un conflitto diretto. Il ruolo unico degli Stati Uniti e della Cina potrebbe diventare, per molti Paesi, il mezzo ottimale per ciascuna superpotenza per gestire i propri alleati, e ridurre il potenziale di conflitto tra i Paesi del “secondo mondo”.

In questi scenari rimane difficile inserire la Russia, che rimane la scheggia impazzita del caos universale, come spesso è accaduto nella sua storia più antica e in quella recente. Amica “eterna” della Cina, che la tiene al guinzaglio senza soddisfare più di tanto le sue esigenze, la Russia “eurasiatica” potrebbe tornare all’unione distopica con l’Europa, soprattutto se andranno al potere leader e movimenti più “amichevoli” per Mosca. Avremmo così una formula difficile da decifrare: un’Europa, due Occidenti e due Orienti.


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