Mosca (AsiaNews) - Il rimpatrio forzato di Igor Odintsov, un geometra della città di Sovetsk nell’enclave russa di Kaliningrad in Polonia, che si era opposto alla guerra e che alla fine era caduto nelle mani delle autorità russe, ha scioccato molti, compresi i lituani, per la sua brutalità. Solo la disperazione poteva spingere un uomo di 68 anni a gettarsi in un fiume gelido per sfuggire alla persecuzione. Insieme ad altri casi di deportazione di persone condannate, il mito della fuga come mezzo per raggiungere la libertà si sta sgretolando: basta raggiungere il confine e lì si troverà un mondo libero e giusto. L'ultima speranza degli inflessibili russi di una vita sicura oltre i propri confini sta svanendo.
Il fatto che Igor Odintsov abbia optato per questo particolare metodo di liberazione – nuotare nel freddo dalla costa russa fino a quella lituana – è stato determinato dalla sua “speranza nel potere di una storia leggendaria”, come commenta la psicologa Kira Merkun. La principale lamentela del pubblico riguarda l'insensibilità e la mancanza di empatia dei funzionari che prendono la decisione di deportare i russi pacifisti indagati, e non solo in Lituania. La mancanza di empatia si riferisce a un complesso di schemi mentali e comportamentali che impediscono di ricevere il sostegno di cui le persone hanno bisogno in momenti di difficoltà.
Fuggire non basta; è necessario risocializzare in un nuovo ambiente, e questo richiede che almeno una persona nel nuovo contesto, dall'altra parte, confermi l'affidabilità del nuovo arrivato. Oltre alla tutela legale, è necessaria una protezione sociale e psicologica secondaria, che includa l'autocontrollo, la capacità di difendersi, negoziare e dimostrare la propria importanza e utilità attraverso l'esempio della propria biografia e della storia del proprio gruppo. L'empatia degli estranei e la sola speranza di pietà non bastano a cambiare il destino di una vittima del regime.
Notizie di rifiuti e deportazioni giungono da diversi Paesi, ma l'attenzione si concentra sulla Lituania, perché è stata una delle prime a rispondere alla difficile situazione dell'Ucraina, accogliendo rifugiati dal Paese dilaniato dalla guerra e volontari provenienti da vari Paesi. Questa disponibilità, tuttavia, non si applica ai russi in fuga. La Lituania non accetta nemmeno specialisti essenziali con passaporto russo (psicologi, medici, insegnanti); ha una lunga storia di comprensibile diffidenza nei confronti della Russia. La Lituania non è stata felice nell'Urss, ha una storia di violenza, e allo stupratore e ai suoi messaggeri viene sempre detto “no”.
Ancora prima della Svo russa in Ucraina gli psicologi americani avevano condotto un ampio studio sulla “empatia disposizionale” verso gli “estranei” in 63 paesi. In precedenza, si credeva che la capacità di empatizzare si sviluppasse nei Paesi con alti livelli di povertà e collettivismo: lì, fin dalla prima infanzia, ai bambini viene insegnato a condividere giocattoli e cibo, ma lo studio ha rilevato che i Paesi dell'Europa orientale, tra cui la Russia, si trovavano in fondo alla classifica, con la Lituania all'ultimo posto. La Russia si è classificata al 53° posto.
Nell'aria dello spazio post-sovietico aleggiano ostilità reciproca e scarsa tolleranza per le differenze, tenute insieme da un collante di sfiducia, disprezzo reciproco e controllo, nonostante le somiglianze di pensiero. In psicologia, osserva la Merkun, questo fenomeno è chiamato “narcisismo delle piccole differenze”: maggiore è la somiglianza tra persone e nazioni, maggiore è l'ostilità, con ogni minima cosa del vicino che diventa irritante.
Nella stessa Russia, dall'inizio della guerra si sono osservati tutti e quattro i meccanismi di difesa psicologica primitivi: “combatti!” - al fronte, “scappa!” - all'estero, “congelati!” – restare dove si è, osservare passivamente e “imitare” – comportarsi come tutti gli altri nell'ambiente in cui ci si trova. Alcuni sono fuggiti in diverse direzioni, abbandonando famiglie e animali domestici; altri si sono “rilassati” e hanno preso le distanze dal pericoloso programma, “non sono affari miei”, mentre altri ancora imitano il comportamento dei commentatori televisivi, assumendo una posa cerimoniale di ostentata generosità. Come conclude la psicologa, “certo, si può umiliare e ammonire, fare appello all'empatia, ma non ci si può contare, da entrambe le parti del confine russo”.




















