Milano (AsiaNews) - 3171 persone sgomberate dalle loro case. 488 famiglie dei quartieri di Ein Bahha e Al-Jaladeh. Compresi 209 bambini, 258 anziani, donne incinte, ammalati. Il tutto per un’operazione che - secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Kan News - lo stesso capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, il generale Eyal Zamir, ritiene priva di qualsiasi utilità. È il bilancio a oggi dell’operazione lanciata dal governo Netanyahu a Hebron, dopo l’attacco di due miliziani palestinesi costato la vita venerdì a due militari israeliani di stanza a uno dei check-point di accesso alla grande città dove vivono 250mila palestinesi e circa 700 coloni israeliani. Mentre gli occhi del mondo sono concentrati sulle delicatissime elezioni israeliane, a Hebron continua ad andare in scena da tre giorni una ritorsione collettiva che nulla ha a che fare con la sicurezza. E assomiglia sempre di più a un “fatto sul terreno” da lasciare in eredità, comunque vadano a finire le elezioni di domani.
La primizia dell'Eretz Yisrael (e delle colonie)
Hebron non è una città come le altre in Cisgiordania. È la faglia più incandescente nel rapporto tra le identità in Terra Santa, con il suo epicentro proprio nel luogo che dovrebbe unire: la tomba di Abramo, che sia gli ebrei sia i musulmani considerano come il proprio patriarca. Non a caso in arabo questa città si chiama al Khalil, richiamando l’”amico di Dio”, l’appellativo con cui nel Corano viene chiamato il padre (comune) di Isacco e di Ismaele.
Hebron è il luogo dove Abramo comprò la grotta di Macpela per seppellire sua moglie Sara in quella che la tradizione ebraica considera la “primizia” dell'Eretz Yisrael, la terra promessa. E a Hebron il legame con le tombe di Abramo e Sara (oggi ricomprese in un imponente edificio crociato ritrasformato nel XIII secolo in moschea) non venne mai meno: una piccola comunità ebraica continuò a vivere in questa città anche sotto la dominazione araba, durante tutta la diaspora. Una convivenza durata secoli, fino al grande trauma del 23 agosto 1929, quando nel contesto della prima rivolta araba contro i pionieri sionisti diventò il teatro del primo grande massacro di quello che sarebbe diventato il conflitto arabo-israeliano. Una folla araba quel giorno assalì le case dei circa 700 ebrei che vivevano nella città uccidendone 67. Le stesse fonti ebraiche ricordano che quel giorno ci furono comunque centinaia di ebrei che si salvarono perché altri musulmani li nascosero nelle loro case. Ma quella data avrebbe comunque segnato ben più dei secoli di convivenza la storia di Hebron nei decenni a seguire. Anche perché la reazione degli inglesi, allora potenza mandataria, fu quella di allontanare tutti gli ebrei da Hebron, accentuando così ulteriormente il trauma e non contribuendo in alcun modo a risolvere il problema che loro stessi, giocando contemporaneamente su due tavoli durante la Prima Guerra mondiale, aveva contribuito a creare coltivando contemporaneamente il nazionalismo ebraico e quello arabo in chiave anti-Ottomana.
In un posto come il Medio Oriente dove la storia è eterno ritorno dell'uguale, il primo posto della Cisgiordania dove gli ebrei vollero tornare dopo la guerra del 1967 fu ovviamente Hebron. Un gruppo di sionisti religiosi guidati dal rabbino Moshe Levinger vi si recarono per celebrare la festa di Pesah nel 1968. E da quel giorno non se ne sono andati più, rivendicando la “restituzione” di quelle che erano state le case della comunità di fatto espulsa quarant’anni prima. Le colonie israeliane in Cisgiordania sono nate quel giorno: gli insediamenti nella Valle del Giordano e poi tutti quelli in profondità nei territori abitati dai palestinesi nelle regioni che gli ebrei chiamano Giudea e Samaria sarebbero arrivati solo dopo.
La strage nella moschea nel 1994
Da quel primissimo nucleo di coloni della primavera 1968 sarebbe nata Kyriat Arba, l’insediamento sulla collina vicina dove tuttora abita Itamar Ben-Gvir, il ministro della Sicurezza interna nell’attuale governo Netanyahu, che in questi anni tutti abbiamo imparato a conoscere per il suo estremismo fanatico rivolto indistintamente contro tutti i palestinesi. Ma a Kyriat Arba viveva anche Baruch Goldstein, il medico nato a Brooklyn che il 25 febbraio 1994, durante gli anni del processo di pace in un atroce “vendetta” dei fatti del 1929, nel giorno della festa ebraica di Purim, proprio alla Grotta di Macpela aprì il fuoco sui musulmani in preghiera uccidendo 29 persone e ferendone altre 125, prima di essere lui stesso ucciso.
Quel giorno l’allora primo ministro israeliano Yitzhak Rabin - l’ex generale della Guerra dei 6 giorni nel 1967, ma anche degli accordi di Oslo del 1993 – su Goldstein e sul mondo che già allora rappresentava disse parole durissime: “Non fai parte della comunità di Israele... Non fai parte del campo nazional-democratico e gran parte del popolo ti disprezza. Non sei partner dell'impresa sionista. Sei un corpo estraneo, un'erbaccia infestante. L'ebraismo sano ti sputa fuori. Diciamo a quest'uomo orribile e a quelli come lui: siete una vergogna per il sionismo e un imbarazzo per l'ebraismo”.
Un anno e mezzo dopo, il 4 novembre 1995, Yitzhak Rabin sarebbe stato ucciso da quello stesso mondo. Nel frattempo a Hebron una barriera antiproiettile avrebbe diviso gli spazi tra la sinagoga e la moschea nella Grotta di Macpela, primizia questa volta di un “muro di separazione”. Nel 1997 il protocollo firmato da Netanyahu stesso con Yasser Arafat avrebbe diviso la stessa città nelle zone H1 e H2, la prima (in teoria) controllata dall’Autorità palestinese e la seconda (quella in cui vivono i coloni) sotto controllo totale israeliano. Poi, però, con la seconda intifada le restrizioni sarebbero poi aumentate esponenzialmente a “protezione” dei coloni, nonostante i loro atteggiamenti ogni giorno più provocatori (come l’ormai tristemente famosa spazzatura gettata dall’alto sulle case degli arabi che abitano sotto). Fino alle elezioni del 2022, con le redini del ministero della Sicurezza interna consegnate cinicamente da Benjamin Netanyahu a un uomo come Itamar Ben-Gvir, che onorava la tomba di Goldstein come quella di un eroe. Non ci vuole molto a capire che cosa sia successo in questi quattro anni a Hebron.
L'illusione di poter ignorare l'altro
Il nuovo attacco realizzato qualche giorno fa dai due miliziani palestinesi è arrivato come a chiudere un cerchio. Sulla pelle di donne e bambini, alla vigilia delle elezioni, si distruggono a Hebron anche le case di chi non c’entra nulla con quell’attacco. Si sgombera un intero quartiere, musica per le orecchie dei coloni, i cui voti sono quanto mai fondamentali oggi per Netanyahu.
In Israele e nel resto del mondo tutti aspettano freneticamente l’esito del voto del 27 ottobre. Tra poche ore lo sapremo. Ma domani, ci sarà anche qualcuno che avrà il coraggio di guardare dentro alla faglia di Hebron? E alla follia di quanti in Israele e in Palestina continuano illudersi che due popoli che abitano la stessa terra possano continuare a rimanere prigionieri del passato, illudendosi di poter vivere a lungo facendo finta che chi sta dall’altra parte non esista.




















