Acque del Golfo a rischio catastrofe ambientale per la guerra

Una marea nera punta le coste degli Emirati per il danneggiamento di una petroliera. Gli esperti temono per le sorti della fauna marina e delle popolazioni della regione. A rischio anche gli impianti di desalinizzazione. Dal conflitto un’ombra di grave incertezza sul futuro dell’intera regione.

Abu Dhabi (AsiaNews) - La guerra nel Golfo Persico di Israele e Stati Uniti all’Iran nel febbraio scorso, col progressivo coinvolgimento dei Paesi della regione - non ultima l’escalation della tensione fra Riyadh e Houthi in Yemen - sta causando anche gravissimi danni ambientali nelle acque della regione. In questi giorni immagini satellitari diffuse da Copernicus Sentinel-2 mostrano una vasta chiazza di petrolio in avvicinamento alla costa degli Emirati Arabi Uniti. Una grande onda nera (e tossica), che con tutta probabilità è il risultato di una fuoriuscita da una petroliera danneggiata, altra vittima del conflitto armato nella regione. Gli esperti temono per la sicurezza delle comunità locali e della vita marina di tutta l’area che registra già un’escalation nei livelli di inquinamento dei mari. 

Il Golfo Persico ospita un ecosistema brulicante di vita ed è dimora di diverse specie di tartarughe marine, centinaia di pesci e della seconda popolazione più grande al mondo di dugonghi, noti anche come mucche di mare. In questo fragile equilibrio, la guerra sta disperdendo sostanze inquinanti in aria e nel mare. Bombe e missili hanno rilasciato metalli pesanti e sostanze chimiche nocive nell’atmosfera, mentre gli attacchi contro impianti petroliferi hanno provocato incendi che hanno avvolto Teheran in una fitta coltre di fumo nero e in una pioggia satura di petrolio. L’inquinamento che ne deriva potrebbe avere ripercussioni durature sulla salute di milioni di persone.

Fuoriuscita massiccia

Gli attacchi contro navi e infrastrutture petrolifere hanno inoltre causato sversamenti di greggio visibili persino dallo spazio. Il 19 ottobre scorso gli abitanti dell'emirato di Sharjah hanno iniziato a lamentare la presenza di un odore forte e sgradevole nell'aria. Nonostante gli sforzi delle autorità regionali e federali, non è stato possibile individuare la fonte di tale odore. Solo il 23 ottobre il ministro dei Cambiamenti climatici e dell'Ambiente degli Emirati Arabi Uniti (Eau) ha riferito ufficialmente di una fuoriuscita di petrolio da una petroliera danneggiata nelle acque del Golfo Persico. Il giorno seguente, le immagini satellitari fornite a Reuters dai servizi Copernicus hanno mostrato una chiazza scura, estesa su una superficie stimata di 160 km², in avvicinamento alla costa.

Secondo analisti ed esperti, la fonte della fuoriuscita sarebbe la petroliera Gem No.2, danneggiata nel corso di una serie di attacchi iraniani avvenuti tra il 9 e il 10 ottobre. Le autorità degli Emirati non hanno ancora confermato tali informazioni, mentre il monitoraggio satellitare mostra che la chiazza di petrolio continua a espandersi. La sostanza oleosa e scura ha già raggiunto la costa, costringendo le autorità emiratine a chiudere le spiagge negli emirati di Umm al-Quwain, Ras al-Khaimah e Sharjah. Sono state inoltre avviate intense operazioni per rimuovere fisicamente il petrolio dal litorale e dalle acque costiere.

Fauna marina minacciata

Gli ambientalisti sono profondamente preoccupati per le potenziali conseguenze dello sversamento, come emerge dalle parole di Aseel Takshe, preside della Facoltà di Scienze della Salute, Innovazione Digitale e Sostenibilità presso la Canadian University Dubai. Per la studiosa, l'entità dei danni dipenderà dal vento, dalle maree, dalle correnti e dal moto ondoso, fattori che determinano gli spostamenti del petrolio e la possibilità che esso raggiunga lagune e isole particolarmente vulnerabili. Inoltre, risulteranno determinanti anche la tipologia di greggio imbarcato, la rapidità con cui verrà contenuto dalle squadre di intervento e dall'accuratezza delle operazioni di bonifica lungo la costa.

Tali preoccupazioni sono condivise da Steve Widdicombe, direttore del Centro per la Ricerca Marina di Sharjah (Emirati Arabi Uniti), il quale ha dichiarato a Bbc Verify che le conseguenze negative dell'incidente sono “inevitabili”. L'inquinamento da idrocarburi rappresenta una minaccia specifica per le acque poco profonde e semichiuse del Golfo Persico, che ospitano circa 500 specie di grande valore. La dottoressa Takshe aggiunge che, anche dopo la rimozione della sostanza oleosa, la sicurezza dell'ambiente naturale “non sarà garantita”. Il petrolio può infatti persistere nei sedimenti del fondale e nelle baie riparate, compromettendo il ripopolamento ittico, le attività di ricerca di cibo delle tartarughe, il successo riproduttivo degli uccelli marini; in pericolo anche la salute delle praterie di fanerogame marine e degli ecosistemi a mangrovie, che costituiscono la base di una complessa rete alimentare.

Inquinamento record

La società di analisi Windward mette in guardia da un’ulteriore potenziale minaccia: le correnti oceaniche potrebbero trasportare il petrolio verso le prese d’acqua degli impianti di desalinizzazione negli Emirati, che forniscono oltre il 40% dell’acqua potabile del Paese. La contaminazione dell’acqua grezza con composti petroliferi potrebbe rendere necessarie ulteriori misure di protezione, modifiche ai sistemi di captazione idrica o addirittura la chiusura temporanea degli impianti. In molti casi, la sequenza che va dall'impatto di un'imbarcazione al danno ambientale è chiaramente visibile afferma Brian Barnes, membro di un gruppo di oceanografi specializzati nell'analisi satellitare presso l'università della Florida del Sud, che studia a distanza gli effetti di questa guerra. “Per alcune delle navi principali prese di mira, si osservano scie prolungate che si estendono per centinaia di chilometri dal punto di impatto” ha proseguito l’esperto.

Il Golfo Persico soffre da tempo di inquinamento da petrolio, ma una ricerca condotta da Barnes e altri scienziati, che confronta il mese di marzo 2026 - caratterizzato da intensi combattimenti - con lo stesso periodo dell'anno precedente, evidenzia un netto incremento. La contaminazione nel Golfo comporta sfide peculiari, dato che questo bacino è relativamente poco profondo - i punti più profondi raggiungono appena i 360 piedi circa - ed è di dimensioni contenute, estendendosi per 93mila miglia quadrate. Inoltre, presenta un unico punto di ingresso e di uscita verso l'oceano aperto: lo Stretto di Hormuz, che conduce al Golfo di Oman e, più oltre, all'Oceano Indiano. Di conseguenza, le sostanze inquinanti tendono a non disperdersi né a diluirsi facilmente.

Per tutte queste ragioni, il Golfo Persico è emerso come una delle aree marine strategicamente più sensibili al mondo con livelli di inquinamento che risultano raddoppiati rispetto al passato. Da un lato, esso rimane una rotta strategica per il trasporto di petrolio e un punto focale in cui si scontrano le ambizioni militari ed economiche delle potenze globali. Dall’altro, circa 160 milioni di persone vivono nei Paesi che si affacciano sul Golfo; la loro prosperità dipende da risorse idriche scarse e da una crisi climatica in costante peggioramento. Le comunità e gli ecosistemi locali sono già da tempo sottoposti a un grave stress ambientale e il conflitto in Medio oriente sta intensificando la pressione, gettando un’ombra di incertezza sul futuro della regione.

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