Senza arabi non c'è alternativa a Netanyahu: la verità delle urne

Israele esce dal voto con l'ennesimo ritorno di fiamma per Netanyahu che non ha però i numeri per governare. Sconfitta l'idea dell'"alternativa sionista", difficile l'ipotesi di un governo di unità nazionale. La Commissione sul 7 ottobre primo laboratorio per un'intesa tra il fronte Eisenkot e le liste arabe.

di Giorgio Bernardelli

Milano (AsiaNews) - Un premier uscente che (a ragione) esulta, nonostante abbia perso 10 seggi su 64 e non abbia più la maggioranza alla Knesset. Mentre i suoi sfidanti che a caldo ieri sera cantavano vittoria, oggi non sanno ancora bene come porsi davanti all’exploit (peraltro annunciato) delle liste arabe. È sempre difficile dire chi ha vinto davvero nelle elezioni israeliane. Figuriamoci in questa tornata così particolare, con tutte le implicazioni portate con sé dalle ferite del 7 ottobre 2023, dalla guerra a Gaza, dallo scontro tra laici e religiosi, dalle violenze dei coloni in Cisgiordania. In un quadro politico complesso, ad apparire chiaro è piuttosto chi esce sconfitto, che non è tanto un singolo leader o un partito ma un’idea: quella della cosiddetta “alternativa sionista” a Netanyahu.

Il fallimento dell'"alternativa sionista"

L’ex generale Gadi Eisenkot e gli altri tre partiti del fronte anti-Netanyahu a lui alleati (Insieme di Naftali Bennet e Yair Lapid, i Democratici di Yair Golan e Yisrael Beitenu di Avigdor Lieberman) si rivolgevano al solo elettorato ebraico di Israele per chiedere i voti per battere Netanyahu, in gran parte anche apertamente escludendo ogni alleanza con le forze politiche espressione dei palestinesi con cittadinanza israeliana, discendenti di quella parte della popolazione araba che nel 1948 scelse di restare comunque in Israele, forti delle rassicurazioni sul diritto di cittadinanza che stanno scritte nella dichiarazione di Indipendenza proclamata da Ben Gurion. Le urne hanno provato che oggi non esiste un’alternativa di questo tipo al blocco della destra nazionalista israeliana. Blocco che – però – non è affatto maggioritario nel Paese: Netanyahu, i partiti religiosi, Smotrich e Ben Gvir alle urne oggi raccolgono grosso modo il 40% dei voti.

Dunque esiste un 60% dell’elettorato che un cambiamento in Israele lo vorrebbe. Per diventare forza di governo, però, ha bisogno di rompere un tabù: quello per cui molti continuano a guardare come a un corpo estraneo alla minoranza araba. Eppure non solo costituisce il 20% della popolazione israeliana, ma è una presenza fondamentale in tanti settori della vita del Paese: basta fare un giro tra i medici e gli infermieri degli ospedali israeliani per rendersene conto. Ecco, le elezioni di ieri hanno detto con chiarezza questo: non si può essere alternativa a Netanyahu danzando sulla sua musica, cavalcando le stesse paure, ignorando la domanda fondamentale su che cosa vuole essere davvero Israele oggi.

Il segnale delle due liste arabe

Contemporaneamente, recandosi in massa alle urne ieri gli elettori delle aree a maggioranza araba e beduina di Israele hanno lanciato il loro segnale. Proprio i soprusi e le intimidazioni della polizia del ministro della Sicurezza interna Itamar Ben Gvir - il più estremista tra i ministri del governo Netanyahu - li ha convinti a mettere da parte il boicottaggio delle istituzioni israeliane. Hanno scommesso sulla democrazia e sulla possibilità reale di un destino condiviso. E facendo questo hanno lanciato un messaggio potente anche alla Palestina, dove invece proprio in queste settimane Abu Mazen e le altre fazioni palestinesi (Hamas compresa) hanno concordato di rinviare all’anno prossimo elezioni che avrebbero potuto rimettere in discussione i vecchi gruppi di potere, riconoscendo un ruolo a leader di una generazione nuova che in Cisgiordania come a Gaza ha vissuto sulla sua pelle tutti i fallimenti di questi anni (non ultima l’avventura senza ritorno del 7 ottobre 2023).

Il successo senza precedenti della Lista Araba Unita (terza forza in assoluto nel futuro parlamento) e di Ra’am, che insieme si apprestano a raccogliere tra i 18 e i 19 seggi sui 120 della Knesset, è il vero fatto nuovo che queste elezioni lasciano in eredità alla politica israeliana. Sono espressione di due “liste arabe” che in realtà al loro interno hanno anche esponenti del mondo ebraico (e infatti sono state votate anche da parecchi elettori insoddisfatti dall’attuale corso dei Democratici, gli eredi del vecchio Partito Laburista di Rabin e Peres). Il più noto è il numero 2 di Ra’am, Yoav Segalovitz (nella foto con il leader di Ra'am Mansour Abbas), l’ex poliziotto israeliano che ha iniziato a fare fronte comune con gli arabi occupandosi del problema che nelle loro città li toccava di più, la criminalità comune che uccide non solo nella guerra tra bande. Un problema che non interessa a Ben Gvir perché non ha nulla a che vedere con la sua agenda politica, attenta solo a creare ulteriori tensioni con gli arabi e a far crescere gli insediamenti in Cisgiordania.

Gli scenari per il governo

Che cosa succederà dunque adesso in Israele? Netanyahu ha comunque vinto: con i 53 o i 54 seggi alla Knesset che alla fine porterà a casa, la sua coalizione ha ottenuto il massimo che poteva immaginare. Non potrà che essere lui a ricevere in prima istanza l’incarico per tentare di formare un nuovo governo, portando dalla sua parte alcuni tra i parlamentari eletti nel blocco di Eisenkot (o almeno ottenerne l’appoggio esterno). Più difficile l'ipotesi del cosiddetto "governo di unità nazionale": l'opposizione ha visto che fine ha fatto Benny Gantz quando ha accettato. Come ha dimostrato ancora una volta ieri, Netanyahu è in grado di assorbire tutto e tutti. E non ha fretta: nel frattempo resta comunque premier ad interim, con il rischio concreto che tra pochi giorni - dopo le elezioni di midterm - ottenga da Trump il via libera al nuovo round di attacchi a Teheran che da tempo invoca.

Se come si muoverà Netanyahu è facilmente prevedibile, molto meno lo è la strada che seguiranno i parlamentari eletti da quel 60% di israeliani che hanno chiesto di voltare pagina. Un primo punto di incontro lo troveranno quando tra due settimane si insedierà la Knesset ed eleggerà il suo presidente: molto probabilmente ci sarà l’intesa su una candidatura comune. Come pure, insieme voteranno in favore dell’istituzione di quella commissione di inchiesta sul 7 ottobre 2023 che il premier uscente ha sempre bloccato in questi anni. Si fermeranno qui rassegnandosi all’ennesimo governo Netanyahu o a nuove elezioni tra sei mesi? Oppure azzarderanno un percorso comune più ambizioso, con l’obiettivo di arrivare a un governo di minoranza comprendente Ra’am (come accadde già con Bennet tra il 2021 e il 2022) e l’appoggio esterno della Lista araba unita? La partita in Israele è ancora aperta. E non si annuncia breve.   

Rubriche

Asia Today
Ecclesia in Asia
Indian Mandala
Lanterne rosse
Mondo russo
Porta d'Oriente
Destinazione Seoul

Vedi anche

AsiaNews Weekly
Le notizie dall'Asia che contano

Iscriviti alla newsletter per ricevere ogni settimana notizie verificate, analisi e approfondimenti dai Paesi asiatici.

Iscrivitialla newsletter
  • P.I.M.E. Centro Missionario
  • Agenzia Fides
  • P.I.M.E. Brasil
  • Radio Mondo
  • Mondo e Missione
  • P.I.M.E. U.S.A.
  • TV 2000