Milano (AsiaNews) - “Facciamo un confronto: un palestinese con cittadinanza israeliana che vive a Nazareth, Haifa o Umm al-Fahm, e che ha 38 anni, ha partecipato 11 volte alle elezioni nazionali. Un palestinese di 39 anni che vive a Nablus o a Hebron, invece, non ha mai partecipato a una sola elezione nazionale”. In poche parole Samer Sinijlawi, leader di Masar Jadid (New Path), movimento politico palestinese che vuole presentarsi alle urne per imprimere un indirizzo diverso alla vita politica e istituzionale in Cisgiordania e a Gaza spezzando la dicotomia Fatah-Hamas, racchiude la frustrazione di molti. Il suo partito, che valorizza giovani e donne, è fra i pochi che si sono opposti alla cancellazione delle elezioni di novembre decise dal leader palestinese di lungo corso Abu Mazen d'intesa con le altre fazioni tradizionali e sottolinea con ogni mezzo l’importanza di recarsi alle urne, un diritto negato da oltre 20 anni. Perché - come mostra il voto in Israele con l’exploit dei partiti arabi trainato dalla massiccia affluenza alle urne - la partecipazione è essenziale mentre molti palestinesi “non sanno nemmeno cosa sia un’urna elettorale o come si esprima una preferenza. È una situazione terribile”.
Partecipazione e cambiamento
Se il futuro politico e istituzionale in Israele resta incerto, con tensioni interne sulla formazione del nuovo governo e le difficoltà nel tradurre in potere decisionale il successo alle urne del voto arabo, sul versante palestinese si guarda alla palude che blocca da tempo il processo elettorale. “Quasi il 60% dei palestinesi di Gerusalemme Est in possesso della cittadinanza israeliana ha votato in queste elezioni, una percentuale molto alta” osserva al telefono ad AsiaNews Sinijlawi. “Per quanto riguarda gli altri palestinesi, che non hanno la cittadinanza israeliana e scelgono di mantenere il proprio legame con il sistema palestinese, quest’ultimo continua a impedire il voto escludendoli di fatto dalla partecipazione politica. È un grande dilemma, oltre che una profonda delusione”.
Da cittadino palestinese, prima ancora di parlare in qualità di esponente politico, il leader di Masar Jadid è “felice” che gli arabi in Israele “abbiano votato in percentuale molto elevata, oltre l’80%. Credo che questo - prosegue - sia l'unico giorno in cui questi palestinesi israeliani si sentano davvero uguali al 100%, sfruttando appieno questa possibilità”. Ora, riflette, “potrebbero essere gli arbitri, i ‘kingmaker’ nella formazione del governo”, ma devono muoversi “con attenzione” e diventare “partner a pieno titolo: devono restare nel governo, devono far parte della coalizione” per poter tradurre il consenso alle urne in possibilità reale di cambiamento.
Per Sinijlawi la palla è ora nel campo israeliano: “La vera domanda - riflette - è se gli israeliani saranno in grado di compiere un cambiamento radicale, storico, riconoscendo che i 19 membri arabi della Knesset valgono tanto quanto i membri ebrei, accettandoli come partner legittimi in una coalizione. Solo in questo modo - osserva - la situazione potrebbe sbloccarsi, ma senza questo passo, forse non cambierà nulla. Entrambe le liste arabe includono membri ebrei che sono stati eletti, e hanno ricevuto voti sia da arabi che da ebrei. Tre sono i veri partiti democratici in Israele: quello democratico di Yair Golan, che ha ottenuto voti sia da arabi che da ebrei, e gli altri due” della lista araba. Sono questi i partiti che rappresentano la vera democrazia, il futuro di Israele”.
Messaggio ai leader
Al netto delle differenze fra i campi israeliano e palestinese, il messaggio che arriva dal voto per il leader di Masar Jadid è “chiaro: nonostante viviamo sotto un sistema politico che non è basato sull'identità nazionale e che considera [gli arabi] una minoranza, resta la possibilità di votare. Al contrario, i palestinesi che vivono sotto un regime nazionale che si definisce palestinese, si vedono negare il diritto di voto”. Tuttavia, recarsi alle urne resta fondamentale perché solo in questo modo è possibile esprimere una preferenza e bocciare determinate politiche come quelle radicali ed estremiste propagandate da Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich: “Le urne - osserva Sinijlawi - hanno rappresentato una reazione al radicalismo, alle politiche discriminatorie. Questo è il modo in cui i cittadini palestinesi in Israele hanno risposto alle sue minacce e alle sue politiche”. Per questo, conclude, “noi di Masar Jadid stiamo facendo tutto il possibile per andare al voto, ci siamo rivolti all’Alta Corte e stiamo aspettando una risposta al nostro ricorso. Ci stiamo mobilitando, intendiamo ricorrere a ogni mezzo legale, politico e diplomatico: settembre [2027] è un termine troppo lontano, riteniamo che si possa votare a gennaio, o marzo al massimo, dopo il Ramadan”.
Adel Misk, medico neurologo, esponente della società civile palestinese, commentando per AsiaNews il voto israeliano e la massiccia partecipazione araba sottolinea che il risultato deve ora tradursi “in peso e partecipazione” nella politica israeliana. Il voto arabo lancia un chiaro segnale e “può essere l’ago della bilancia” e fornire anche solo “un appoggio esterno” ad un governo guidato da Gadi Eisenkot se non in tutte le sue componenti, anche solo “in alcune frazioni minori, quei sei o sette seggi” che possono essere fondamentali. Di certo, prosegue, il voto arabo “ha avuto come effetto primario quello di impedire a Benjamin Netanyahu di avere lo stesso governo di ultra-destra” sinora al potere. “Ora l’attesa e l’attenzione è rivolta al presidente israeliano Isaac Herzog che dovrà affidare a qualcuno l’incarico di formare il governo”.
Voto negato, causa congelata
Misk, già volto di The Parents Circle, associazione che riunisce centinaia di israeliani e palestinesi familiari di vittime del conflitto, rilancia le critiche della società civile palestinese per la cancellazione del voto con un colpo di mano di Abu Mazen, mossa che definisce “illegale”. “I palestinesi dovevano scegliere una nuova guida, visto che il Parlamento è congelato, non funziona da vari anni, e lo stesso Abu Mazen è fuori uso, il suo mandato è ormai scaduto e non ha più alcuna funzionalità. Il presidente non funziona, il Parlamento non funziona - prosegue - e questo proietta un quadro di difficoltà nella vita quotidiana dei palestinesi” i quali continuano a subire l’occupazione dalla Striscia a Ramallah, Nablus fino a Hebron laddove l’autorità palestinese “non viene mai considerata: [i militari israeliani] entrano, escono, distruggono, chiudono, hanno imposto fino a 1250 blocchi stradali con tanto di cancelli enormi che, di fatto, dividono e paralizzano gli spostamenti della popolazione”. E la mancata “reazione” di una leadership “forte” consente alla controparte israeliana “di fare ciò che vuole”.
“La questione palestinese, tutta la storia palestinese è congelata e nessuno ne parla” accusa l’esponente della società civile. “Sia Netanyahu che Eisenkot - riflette - concordano in almeno tre fattori chiave: sono entrambi contrari alla creazione di uno Stato palestinese; premono per l’eliminazione di ogni forma di resistenza a Gaza e in Cisgiordania; operano per riconoscere lo Stato di Israele come solo ed esclusivo per gli ebrei. Tutto questo senza tenere conto che il 20% circa della popolazione israeliana è araba, cui si sommano i due milioni a Gaza e i tre milioni in Cisgiordania, fino ai 6 o 700mila a Gerusalemme”. “Queste persone - accusa - sono emarginate, silenziate, senza voce. E senza elezioni e una leadership palestinese nuova che sia in grado di riportare nell’agenda internazionale la questione palestinese, poco cambierà”.





















