Vescovi indonesiani: le foreste bruciate vanno ripristinate, non sfruttate

La Commissione Giustizia e Pace della Conferenza episcopale indonesiana denuncia i rischi per la salute e i mezzi di sussistenza causati dagli incendi. Oltre tre milioni di persone esposte ai fumi ad agosto. Chiesta una gestione trasparente del territorio e la tutela delle comunità indigene.

di Mathias Hariyadi

Jakarta (AsiaNews) - Le foreste distrutte dagli incendi in Indonesia devono essere ripristinate e non trasformate in piantagioni, aree minerarie o altri insediamenti commerciali. È l’appello lanciato dalla Commissione per la Giustizia e la Pace, i Migranti e gli Itineranti della Conferenza episcopale indonesiana (KKP PMP-KWI), che chiede al governo di applicare la legge in modo rigoroso, equo e trasparente contro i responsabili dei roghi e della distruzione ambientale.

La richiesta è contenuta in una dichiarazione intitolata “Ascoltare il grido della Terra, difendere la vita nella crisi degli incendi forestali e terrestri in Indonesia”, diffusa a Jakarta il 26 ottobre e firmata da p. Mathen Jenarut, segretario della Commissione. Il documento esprime preoccupazione per gli incendi che interessano diverse regioni dell’arcipelago, in particolare Sumatra, Kalimantan, Papua, Maluku e Sulawesi.

Per la Commissione, non si tratta soltanto di un’emergenza ambientale, ma di una questione che riguarda anche la dignità umana, la giustizia sociale e la possibilità di garantire condizioni di vita sostenibili alle generazioni future.

I numeri riportati nella dichiarazione restituiscono la portata del problema. Secondo il ministero delle Foreste, al 10 ottobre erano stati registrati in Indonesia 11.772 anomalie termiche rilevate dai satelliti. Il ministero della Salute ha invece riferito che ad agosto oltre tre milioni di persone in sette province erano state esposte ai fumi provocati dagli incendi. Al 17 ottobre, nelle aree colpite di Sumatra e Kalimantan erano stati registrati 311.363 casi di infezioni respiratorie acute.

La Commissione precisa che non tutte le aree calde corrispondono necessariamente a incendi e che non tutte le infezioni respiratorie possono essere attribuite direttamente all’esposizione alla foschia. I dati, sottolinea tuttavia il documento, mostrano la gravità dei rischi per la salute pubblica, soprattutto per le persone che dispongono di meno risorse per proteggersi.

Oltre a compromettere la qualità dell’aria, gli incendi distruggono gli ecosistemi e minacciano le attività da cui dipendono molte comunità locali. A essere particolarmente vulnerabili sono le popolazioni indigene, la cui sopravvivenza materiale e culturale è spesso legata alle foreste e alla terra.

Per questo la Commissione chiede che gli interessi economici non prevalgano sulla sicurezza delle persone, sulla tutela dell’ambiente e sul diritto fondamentale a vivere in un ambiente sano. Al governo e alle imprese domanda inoltre una gestione del territorio più trasparente e responsabile, insieme a maggiori investimenti nella prevenzione degli incendi, nella revisione delle politiche di utilizzo del suolo e nel recupero degli ecosistemi danneggiati.

Uno dei punti centrali della dichiarazione riguarda proprio il destino delle aree bruciate. La Commissione respinge la possibilità che vengano destinate a nuove piantagioni, attività minerarie o altri usi commerciali: ripristinare le foreste, sostiene, non è soltanto un intervento tecnico, ma un obbligo morale e giuridico per preservare l’equilibrio ecologico. Le foreste non possono essere considerate esclusivamente risorse economiche, perché sostengono la vita delle comunità e dell’intero ambiente naturale.

Il documento articola l’appello in sette richieste rivolte alle istituzioni, al mondo imprenditoriale e alla società civile: dare priorità alla salute e alla sicurezza delle persone; perseguire i responsabili degli incendi; proteggere i diritti delle popolazioni indigene e delle comunità locali; promuovere una gestione sostenibile del territorio; rafforzare la solidarietà con le persone colpite; ripristinare le foreste danneggiate; e tradurre la conversione ecologica in comportamenti concreti, educazione ambientale e politiche pubbliche più giuste.

La Commissione richiama anche l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco e il suo insegnamento sul legame tra il grido della Terra e quello dei poveri. Il degrado ambientale, sottolinea, non può essere separato dalla sofferenza delle persone che ne subiscono le conseguenze più gravi. Da qui l’invito rivolto ai cattolici e a tutte le persone di buona volontà a rafforzare la solidarietà e a trasformare la preoccupazione per la crisi ecologica in azioni concrete.

La tutela delle comunità vulnerabili riguarda anche i migranti. La missione pastorale della Commissione comprende infatti il sostegno ai lavoratori migranti indonesiani e alle loro famiglie. Su questo fronte, suor Fransiska Kristina, religiosa passionista originaria del Kalimantan occidentale, ha raccontato ad AsiaNews che, durante un programma di formazione per formatori, le diocesi della regione ecclesiastica di Giava hanno concordato due iniziative per rafforzare l’accompagnamento pastorale.

La prima prevede la creazione di una banca dati dei lavoratori migranti, a partire dalle comunità ecclesiali di base fino alle parrocchie. La seconda consiste nell’utilizzo di strumenti di profilazione per conoscere meglio le condizioni economiche, lavorative e formative dei migranti e dei loro familiari. Le informazioni raccolte dovrebbero aiutare le parrocchie a sviluppare interventi più mirati, individuare situazioni di rischio e sostenere chi incontra difficoltà nei luoghi di lavoro, anche attraverso attività di tutela e assistenza legale.

Per chi rientra in Indonesia, l’accompagnamento dovrebbe comprendere anche il reinserimento psicosociale, economico e sanitario.

Nella dichiarazione sugli incendi e nelle iniziative a favore dei migranti emerge così una stessa attenzione per le persone più esposte alle crisi ambientali e sociali. Difendere la casa comune, conclude la Commissione, significa anche tutelare la vita e la dignità di chi rischia di pagarne il prezzo più alto.

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