Delhi (AsiaNews) - “Profondo dolore” e un appello alla “solidarietà” con le vittime delle devastanti alluvioni che hanno colpito Nepal e Tibet nei giorni scorsi, in particolare nell’area di confine. È l’appello lanciato in queste ore dalla Conferenza episcopale indiana (CCBI) in una nota inviata ad AsiaNews, in cui i prelati esprimono le ”condoglianze” alle famiglie che hanno “perso i loro cari” unita a “vicinanza spirituale” ai feriti, sfollati o privati di case e mezzi di sussistenza nel disastro. I vescovi si uniscono a papa Leone XIV nella preghiera per le vittime e per tutti coloro che lottano per far fronte alle conseguenze della catastrofe. “Proprio come il Santo Padre ha assicurato alle vittime la sua vicinanza spirituale, così anche noi, come il CCBI, siamo vicini - prosegue la dichiarazione - ai nostri fratelli e sorelle in quest'ora di dolore”.
Parlando a nome della Chiesa cattolica in India, il card. Filipe Neri Ferrão presidente CCBI si rivolge a vescovi, sacerdoti, congregazioni religiose, istituzioni cattoliche, fedeli e a tutte le persone di buona volontà per rispondere alla crisi con “compassione, preghiera e solidarietà pratica”. Il porporato invoca assistenza “in qualsiasi modo ciascuno sia in grado di farlo”, aggiungendo che la risposta deve “andare oltre” le parole e trovare ”espressione in atti concreti di compassione e sostegno”. La Conferenza episcopale invoca al contempo preghiere per i soccorritori e per quanto sono impegnati in operazioni di assistenza. Da ultimo, conclude la nota, incoraggia la comunità cattolica in India a “rimanere unita nella preghiera e nella solidarietà con il popolo del Nepal durante questo periodo di sofferenza”.
Fra le realtà impegnate nelle operazioni di soccorso vi è anche Caritas Nepal che, in queste ore, ha raggiunto le aree colpite dall’alluvione a Nuwakot, portando beni di prima necessità per sostenere le famiglie colpite dalle devastazioni. I materiali sono stati consegnati presso la sede locale del Comitato di coordinamento distrettuale, dipendenti dal Dipartimento amministrativo distrettuale (Dao) a Nuwakot, in collaborazione con le autorità governative. Al contempo la stessa Caritas Nepal ha lanciato un appello alla popolazione e alla comunità cristiana internazionale, chiedendo di sostenere le operazioni di soccorso con contributi e finanziamenti. “Assieme - afferma un messaggio della direzione rilanciato sui social - possiamo portare speranza, sollievo e dignità a tutte le persone che sono state colpite” dal disastro.
Intanto continua ad aumentare il numero delle vittime dell’inondazione del 26 agosto scorso, per un bilancio che - pur restando ancora provvisorio - si fa sempre più drammatico. L’ultimo dato fornito in mattinata dalla nepalese National Disaster Risk Reduction & Management Authority (Ndrrma) parla di 626 morti e oltre 2.400 dispersi; al contempo le autorità cinesi riferiscono di sette vittime e più di 550 dispersi sul versante tibetano sebbene le informazioni siano censurate e non risultino rapporti indipendenti. Un disastro che non è solo di vite umane, ma anche in termini economici e di infrastrutture: il ministro delle Finanze di Kathmandu afferma che il Paese necessiterà di una somma fra i quattro e i cinque miliardi di dollari per la ricostruzione. “Questa è solo una stima. Perdita e danni ha precisato Swarnim Wagle - sono in fase di valutazione”. Oltre a spazzare via le case, l’alluvione ha distrutto infrastrutture chiave come strade, ponti e centrali idroelettriche.
Sul versante nepalese si registrano nuove piogge in tutto il nord del Paese che, oltre a ostacolare l’intervento delle squadre di emergenza nelle aree più remote, rischiano anche di causare ulteriori crolli. Dal lato cinese arrivano invece i primi video relativi agli interventi del personale di emergenza nella contea di Gyirong Country, in Tibet, in aiuto alle popolazioni colpite. Fra le squadre presenti vi sarebbero i reparti del Sichuan Fire and Rescue Mobile Corps impegnati a setacciare le aree montuose, col compito primario di cercare persone sepolte e scomparse.
A dispetto degli scarni filmati, il governo di Pechino mantiene una rigida censura nella regione sensibile (pure) sotto il profilo politico e religioso con i tibetani della diaspora nella ricerca - sinora vana - di maggiori notizie. Ma quando si confrontano i contenuti Internet del paese con ciò che gran parte del mondo ha visto online negli ultimi giorni, il firewall cinese diventa più visibile che mai. Il Tibet, che Pechino ha annesso negli anni '50, ha cercato di resistere a lungo al dominio del Partito Comunista. Negli anni la Cina ha sempre smentito le denunce di proteste, represse spesso con la forza, ed è stata accusata di gravi violazioni alla libertà religiosa dei buddisti tibetani il cui leader in esilio, il Dalai lama, è considerato un capo politico separatista. Assieme a piazza Tienanmen e altre voci sensibili, è fra le parole più censurate in rete dalle autorità.
Intanto il governo del Nepal ha revocato la precedente decisione di non chiedere aiuto alle squadre internazionali di ricerca e soccorso, anche a seguito dell'intensa pressione diplomatica da parte dei Paesi i cui cittadini risultano tra le persone ancora scomparse nel disastro. Il giorno stesso della tragedia il governo ha detto che i soccorritori nepalesi sarebbero stati in grado di gestire le operazioni di ricerca e salvataggio e che non avrebbe acconsentito all’invio di soccorritori di altre nazioni. “Abbiamo ricevuto enormi pressioni dalla comunità internazionale per consentire almeno squadre di ricerca e soccorso e alcuni esperti perché anche i loro cittadini sono scomparsi nelle inondazioni” ha affermato un alto funzionario del governo. “Stiamo permettendo - ha quindi precisato - un numero limitato di esperti in alcune aree”.




















