13/10/2020, 08.22
TAGIKISTAN
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Dushanbe, rieletto Emomali Rakhmon, altro ‘leader eterno post-sovietico’

di Vladimir Rozanskij

Alle elezioni dell’11 ottobre ha ricevuto oltre il 90% dei consensi. È al potere dal 1994. Le sue linee di governo: sudditanza da Mosca e repressione del dissenso interno. Suo figlio Rustam è destinato a succedergli.

Dushanbe (AsiaNews) – Mentre in tutto il territorio ex-sovietico si tengono manifestazioni di protesta contro le figure di potere alla ribalta da molti anni, in Tagikistan, alle elezioni dell’11 ottobre, il presidente Emomali Rakhmon (nella foto a destra) si è confermato con oltre il 90% dei consensi. Rakhmon è al quinto mandato ed è al potere dal 1994, dopo essere stato già dal 1992 presidente del parlamento o Assemblea Suprema del Paese, superando quindi anche i record di Putin in Russia e Lukašenko in Bielorussia. Già segretario del Pcus nella regione prima della fine del comunismo, Rakhmon garantisce la continuità “post-sovietica” in uno scenario assai turbolento, a cominciare dal vicino Kyrgyzstan, da cui è diviso solo dalla catena dei monti Alay.

In effetti, da quasi 30 anni la politica di Rakhmon si basa sul sostegno incondizionato alle posizioni di Mosca, come avveniva ai tempi dell’Unione Sovietica, accompagnata da una implacabile repressione di ogni forma di dissenso. Nel Paese esistono alcune pubblicazioni non statali, ma neanche un canale televisivo privato. Coetaneo di Vladimir Putin, Rakhmon ha lasciato intendere di essere giunto ormai al suo ultimo mandato, ma la prospettiva assomiglia piuttosto a quella del suo principale sponsor del Cremlino, o dell’altro satrapo ex-sovietico del Kazakistan, Nursultan Nazarbaev: il controllo a vita del Paese. Alla successione di Emomali sembra destinato il figlio maggiore Rustam, attualmente presidente del senato tagiko (nella foto a sinistra).

Rakhmon uscì vittorioso dalla “guerra civile” tagika nei primi anni dalla fine del comunismo, come marionetta imposta da Mosca. E proprio Mosca proibì perfino l’istituzione di un ministero della difesa nazionale: la parte militare della vita del Paese è tuttora garantita direttamente dalla Russia, che durante la guerra civile riforniva entrambe le parti, in attesa di puntare sul possibile vincitore. Durante gli scontri furono uccisi 73 giornalisti, la cui morte non è mai stata nemmeno oggetto di indagini.

Le elezioni presidenziali si sono svolte in tempo di pandemia, negata dal presidente più che negli stessi Paesi vicini. Secondo le cifre ufficiali, in tutti questi mesi si sono infettate oltre diecimila persone, il 90% delle quali è guarita, e in tutto ci sono stati 78 decessi. Per quanto il Paese sia uno dei più blindati al mondo nelle comunicazioni con l’esterno, queste cifre rimangono assai poco credibili, anche solo guardando al numero dei tagiki che cerca di emigrare in altri Paesi, a cominciare dalla Russia. Alle elezioni si presentavano ufficialmente cinque candidati alla presidenza, espressioni di partiti da sempre alleati di Rakhmon, che non hanno neppure tenuto una vera campagna elettorale.

Dopo la precedente elezione nel 2013, Rakhmon aveva ampliato le sue prerogative presidenziali, e aveva completamente ripulito la scena politica da ogni forma di opposizione, soprattutto quella del partito della Rinascita Islamica del Tagikistan. Rakhmon ha firmato un accordo con il presidente del partito Said Abdulla Nuri, garantendogli un certo numero di seggi parlamentari e posti di comando nelle istituzioni. Dal 2015 ha cominciato a usare per sé stesso il titolo di “leader della nazione”, poi confermato ufficialmente dalla riforma costituzionale del 2016, un classico ormai della politica neo-sovietica, insieme all’immunità totale per il “leader”. Ma secondo la nuova carta costituzionale, i successori di Rakhmon non avranno il diritto di fregiarsi dello stesso titolo, e non potranno presentarsi alle elezioni per più di due mandati, come nella nuova costituzione russa approvata quest’anno.

Il tagiko è una lingua persiana simile a quella dei Paesi vicini, ma a differenza di essi, per l’influenza russa, conserva la scrittura cirillica che la rende molto affine alla lingua dei baškiri, una delle regioni della Russia strettamente legata ai tagiki. La rielezione di Rakhmon permette così di preservare uno spazio non solo politico, ma anche culturale e sociale di assoluta memoria sovietica, di cui Vladimir Putin ha oggi davvero un grande bisogno.

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