23/03/2021, 14.08
UE-CINA
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Guerra di sanzioni sullo Xinjiang: ‘Pechino vuole intimidire la Ue’

di Emanuele Scimia

È la denuncia di Reinhard Bütikofer, uno degli europarlamentari sanzionati ieri dalla Cina. L’Unione europea ha punito quattro alti funzionari e un ente governativo di Pechino per la repressione degli uiguri. I cinesi hanno risposto con delle contro-sanzioni. Coordinamento in chiave anti-Cina tra Europa, Usa, Gran Bretagna e Canada.

Bruxelles (AsiaNews) – “La leadership cinese non si accontenta più di reprimere la libertà di espressione nel proprio Paese, inclusa Hong Kong, ma ora vuole anche intimidire chi in Europa condanna in modo aperto i brutali crimini contro l’umanità commessi in Cina”. Reinhard Bütikofer, capo della delegazione del Parlamento europeo per i rapporti con la Cina, commenta così ad AsiaNews la decisione di Pechino di sanzionare lui e altre nove personalità europee: una risposta alle misure punitive dell’Unione europea per la violazione dei diritti umani nello Xinjiang, le prime che l’Europa impone sul gigante asiatico dal massacro di Tiananmen del 1989.

Ieri i ministri degli Esteri della Ue hanno deciso di congelare i beni posseduti in Europa da quattro alti funzionari e un ente governativo dello Xinjiang: Zhu Hailun, Wang Junzheng, Wang Mingshan, Chen Mingguo e il Xinjiang Production and Construction Corps Public Security Bureau. Essi sono accusati di reprimere gli uiguri e altre popolazioni locali di lingua turca e fede musulmana. Imposto ai soggetti colpiti anche il divieto d’ingresso in Europa.

Secondo dati degli esperti, confermati dalle Nazioni Unite, le autorità cinesi detengono o hanno detenuto in campi di concentramento oltre un milione di musulmani dello Xinjiang, che uiguri, kazaki e kirghisi chiamano “Turkestan orientale”.

Recenti rivelazioni di media hanno messo in luce anche l’esistenza di campi di lavoro nella regione autonoma cinese, dove centinaia di migliaia di musulmani sarebbero impiegati con la forza, soprattutto nella raccolta del cotone. Secondo alcuni ricercatori, il governo cinese sta conducendo anche una campagna di sterilizzazioni forzate per controllare la crescita della popolazione di origine uigura.

I cinesi negano ogni accusa, sostenendo che quelli nello Xinjiang sono centri di avviamento professionale e progetti per la riduzione della povertà, la lotta al terrorismo e al separatismo. Secondo il ministero degli Esteri cinese, la decisione della Ue si basa su falsità e disinformazione.

Le sanzioni di Pechino colpiscono cinque europarlamentari. Sanzionati anche altri tre politici europei e due ricercatori, compreso Adrian Zenz, fra i primi a documentare gli abusi umanitari nello Xinjiang. Presi di mira anche il comitato che riunisce i rappresentanti diplomatici dei Paesi Ue, la sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo, il Mercator Institute for China Studies di Berlino e una fondazione danese creata da Anders Anders Fogh Rasmussen, ex segretario generale della Nato.

Il presidente dell’Europarlamento David Sassoli ha promesso una risposta alle sanzioni cinesi, senza però specificare quale azioni in concreto l’Unione potrebbe intraprendere. Condanne sono giunte dalle principali cancellerie europee. Secondo Bütikofer – in cima alla “lista nera” – la mossa si ritorcerà contro Pechino: “Come recita il proverbio cinese, la pietra che hanno sollevato cadrà sui loro stessi piedi”.

L’unica voce fuori dal coro è quella dell’Ungheria. Dopo aver dato l’assenso alle misure restrittive contro la Cina, il ministro ungherese degli Esteri Peter Szijjarto le ha definite “dannose” e “inutili”.

Subito dopo la decisione dell’Unione, in quella che appare un’azione coordinata, Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada hanno annunciato il loro pacchetto di sanzioni contro la Cina. Australia e Nuova Zelanda non hanno adottato misure restrittive contro i cinesi per le violazioni nello Xinjiang, ma hanno dichiarato di accogliere con soddisfazione l’annuncio dei partner e alleati statunitensi, britannici, europei e canadesi.

Le sanzioni decise dal campo occidentale sono di lieve entità, e con ogni probabilità non modificheranno l’atteggiamento cinese rispetto allo Xinjiang. Secondo diversi osservatori, l’aspetto più rilevante – e preoccupante per Pechino – è che l’amministrazione Biden sembra in grado di coagulare uno sforzo comune per contrastare a livello globale il modello autoritario cinese. Ancora tre mesi fa, tale scenario non era per nulla scontato: a fine dicembre Ue e Cina avevano trovato infatti un’intesa di massima sulla firma di un grande accordo bilaterale sugli investimenti.

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