10/03/2017, 13.27
VATICANO

Papa: la preghiera e non il “celibato opzionale" sono la risposta alla crisi delle vocazioni

In una lunga intervista pubblicata sul settimanale tedesco Die Zeit, Francesco che, tra l’altro, si definisce “un peccatore” e “fallibile”, parla di  “viri probati”, “guerra mondiale a pezzetti”, critiche e manifesti, i populismi in Europa.

Città del Vaticano (AsiaNews) – India, Bangladesh, Colombia, Fatima, allo studio c’è l’Egitto. Sono i prossimi viaggi del Papa, che vorrebbe andare in Sud Sudan, ma non crede si possa fare. E anche in Russia non può andare, perché dovrebbe andare anche in Ucraina. Erano in programma i due Congo, ma con Kabila non crede di poter andare. E’ lo stesso Francesco a raccontarlo in una lunga intervista pubblicata sul settimanale tedesco Die Zeit.

La crisi delle vocazioni e i “viri probati”, la “guerra mondiale a pezzetti”, le critiche e i manifesti, i populismi sono i principali argomenti dei quali ha parlato Francesco che, tra l’altro, si definisce “un peccatore” e “fallibile”.

La crisi delle vocazioni “è un problema grande” e “grave”. Dove non ci sono sacerdoti manca l’Eucaristia e “una Chiesa senza l‘Eucaristia non ha la forza: la Chiesa fa l’Eucaristia ma l’Eucaristia fa la Chiesa”. Se mancano le vocazioni sacerdotali è perché manca la preghiera. “Il Signore ci ha detto: pregate. È questo che manca, la preghiera. E manca il lavoro con i giovani che cercano orientamento”. Un lavoro “difficile”, ma “necessario”, perché “i giovani lo chiedono”. Comunque il “celibato opzionale", cioè lasciato alla libera scelta, "non è la soluzione”. Quanto alla questione dei “viri probati” - uomini sposati di provata fede a cui affidare alcune funzioni sacerdotali, per affrontare la scarsità di vocazioni - “Dobbiamo riflettere se i viri probati siano una possibilità e dobbiamo anche stabilire quali compiti possano assumere, ad esempio in comunità isolate”.

Parlando di sé Francesco afferma: “Non dico che sono un povero diavolo, ma sono una persona normale, che fa quello che può. Così mi sento”. “Io sono un peccatore e sono fallibile e non dovremmo scordare che l'idealizzazione delle persone è una forma di aggressione. Quando vengo idealizzato mi sento aggredito” perché l’idealizzazione non concede a una persona “di essere un peccatore fallibile”. E alla domanda se gli facciano male gli attacchi che vengono dal Vaticano. “No” risponde Francesco: “Dal momento che sono stato eletto Papa non ho perso la pace. Capisco che a qualcuno non piaccia il mio modo di agire, ma lo giustifico, ci sono tanti modi di pensare, è legittimo ed è anche umano, è una ricchezza”. E sui manifesti in romanaccio che lo accusavano di non essere misericordioso, dice che il romanaccio usato “era bellissimo”: però “non l’ha scritto uno della strada”, ma una persona colta. E non ha apprezzato la finta prima pagina dell’Osservatore romano dedicata ai dubbi “dubia” (dubbi) che gli hanno rivolto quattro cardinali.

Sulla vicenda dell’Ordine di Malta spiega che c’erano dei problemi che il cardinale Burke “forse non è stato capace di gestire, perché lui non era l’unico protagonista”. Per questo ha nominato un delegato capace di sistemare le cose, una persona “con un carisma che non ha il cardinale Burke”. Ma il cardinale, afferma, resta sempre patrono dell’Ordine.

Il Papa torna a parlare della “terza guerra mondiale a pezzetti”: basta pensare all’Africa, all’Ucraina, all’Asia, al dramma  in Iraq, “alla povera gente che è stata cacciata via”. E’ una guerra che “si fa con le armi moderne e c’è tutta una struttura di fabbricatori di armi che aiuta questo”.

Lo preoccupano, poi, i populismi di oggi, almeno per quelli che si vedono in Europa: dietro, sostiene, c’è sempre “un messianismo: sempre. E anche una giustificazione”, quella di preservare l’identità di un popolo. Invece, i grandi politici del dopoguerra nel vecchio continente “hanno immaginato l’unità europea”, “una cosa non populista” ma “una fratellanza di tutta l’Europa, dall’Atlantico agli Urali. E questi sono i grandi leader – i grandi leader – che sono capaci di portare avanti il bene del Paese senza essere loro al centro. Senza essere messia: il populismo è cattivo e alla fine finisce male, come ci mostra il secolo scorso”.

 

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