26/06/2018, 13.26
IRAQ-VATICANO
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Patriarca Sako: Il futuro dei cristiani irakeni è in Iraq

di Fady Noun

Il patriarca Sako verrà creato cardinale il 29 giugno. L’appello ai cristiani irakeni fuggiti dall’Is e ai fedeli rimasti. “Non avrei mai immaginato che degli eventi così terribili potessero toccare il nostro popolo”.  I cristiani devono “aiutare l’islam ad aprirsi, a sviluppare una nuova lettura dei testi sacri che li collochi nel loro contesto storico e culturale”.

Baghdad (AsiaNews) - È il fiore più bello del clero delle Chiese orientali, la “colomba” di Mosul, colui che papa Francesco eleverà in via officiale al rango di cardinale il 29 giugno, insieme ad altri 14 vescovi. Per il patriarca Sako, il capo della Chiesa caldea di Iraq (70 anni), il titolo sarà onorifico; ma questa carica, che egli condivide con il patriarca maronita Béchara Raï, lo associa al collegio elettore che potrebbe eleggere il prossimo papa.

Conoscere bene il patriarca Sako significa misurare la modestia di un uomo dalla voce sommessa e dalle maniere affabili, che è contrario alle tradizioni e comodità del clero del suo tempo, e ha voluto farsi ordinare il Primo Maggio, festa dei lavoratori, per affermare una volta per tutte che, come sacerdote, è il fratello degli operai e un lavoratore lui stesso.

Eletto nel 2013, il patriarca Sako è anche il capo della Chiesa orientale, che più di tutte ha sofferto gli attacchi dell’Is (Stato islamico). Questo è l’uomo che ha patito più di tutti vedendo il suo gregge disperso; l’uomo che ha pianto vedendo il suo Iraq, la gioia dei suoi occhi, separato in tre: un Iraq curdo, un secondo sciita e un terzo sunnita. “Non avrei mai immaginato che degli eventi così terribili potessero toccare così il nostro popolo” ha confidato un giorno al giornale La Croix, comparando la catastrofe che si è abbattuta sulla sua Chiesa e il popolo irakeno, il 6 agosto 2014, quando 100mila persone sono scappate di notte verso il Kurdistan, a quello che hanno sperimentato i “primi apostoli” al tempo dei romani.

Resta l’amaro, senza illusioni, per il cinismo di un occidente che egli giudica complice, perché è obnubilato dai propri interessi economici al punto di accettare senza fare nulla che un popolo intero venga cacciato dalla propria terra.

Certo, oggi lo Stato islamico è scomparso dal territorio e la città simbolo di Mosul si è arresa, a caro prezzo, alla sua popolazione, ma il patriarca Sako continua a tremare, perché la disgregazione del suo Paese non è ancora completamente finita, e perché i suoi fedeli - potrebbe ben alzare la voce! -, rifiutano ancora di tornare in Iraq, giudicando, spesso giustamente, che il virus del fanatismo continui a minarlo, anche se gli anticorpi bellici sembrano aver avuto ragione.

“Più peso”

Come vede il patriarca Sako la sua nuova missione di cardinale? “Mi darà più peso e possibilità di portare i problemi di giustizia sociale, di uguaglianza e di cittadinanza ” ha dichiarato all’agenzia del Vaticano, dopo aver appreso la notizia. Per lui, tutto è in questo “peso” che il titolo di cardinale comporta, e che egli spera di poter giocare in Vaticano. Egli spera anche che dopo gli anni di separazione questa nuova funzione aiuti ad accelerare la riunificazione dell’Iraq e il ritorno dei fedeli della sua Chiesa. Ma se egli crede al dialogo, non è certo quello “dei salotti”, ma a un vero dialogo che incoraggi i cristiani in Iraq a rimanere nel loro Paese, o a ritornare. Altrimenti “al di sotto di un certo numero, la loro presenza non avrà alcun effetto”.

Coefficiente d’apertura

Alla presenza dei cristiani d’Iraq il patriarca Sako attribuisce un importante coefficiente d’apertura. Si tratta di “aiutare l’islam ad aprirsi, aiutarlo a sviluppare una nuova lettura dei testi sacri, una lettura realistica che li collochi nel loro contesto storico e culturale”. Per questo conta su dei “risvegli qui e là”, e rende particolare omaggio a studiosi come Hani Fahs, di cui si dispiace di non aver seguito la scuola. Apprezza allo stesso modo i contributi di Al-Azhar per un aggiornamento dell’islam, così come la persona e il pensiero dell’Ayatollah Ali Sistani. “Noi dobbiamo rimanere vicini a tutti questi sforzi, per difenderli, per fermare i pregiudizi e l’islamofobia”, avverte.

I due fronti

All’indomani delle elezioni legislative di maggio 2018 che hanno ricomposto il panorama della politica irakena, la Chiesa caldea dovrà lottare su due fronti: nazionale ed ecclesiale. Sul piano nazionale, dovrà stare attenta e lontana dalla politica. Il patriarca Sako sostiene una riforma costituzionale che privilegia la cittadinanza e rinforza la libertà di religione. Egli è cosciente della differenza tra la fede vissuta e quella identitaria. Quest’ultima può condurre al fanatismo e al fondamentalismo. “L'esperienza irakena ci ha insegnato molto – spiega – Certo, la Chiesa deve rimanere sensibile alle principali questioni politiche, ma deve stare attenta a non essere politicizzata. Guardate l’Islam. La sua politicizzazione è stata la sua fine. La politicizzazione di una religione finisce per snaturarla. Credo in una Chiesa al servizio degli altri, come quella di papa Francesco, una Chiesa povera, semplice, una Chiesa delle periferie”.

Ostile all'immagine dei cristiani orientali come “gruppo minoritario”, il patriarca Sako ci rimanda a una lettera sotto forma di rapporto pubblicato nel 2015 in cui aveva preso una posizione ferma contro le milizie “assire” attive in Iraq e in Siria. Non bisogna “pensare che la soluzione dipenda dalla creazione di fazioni di eserciti isolati che stanno combattendo per i nostri diritti”, dice come avvertimento.

Richiamando a trarre delle “lezioni dalla storia”, sostiene, al contrario, l’ingaggio di forze regolari come l’esercito irakeno ufficiale o i peshmerga curdi. “Dobbiamo renderci conto che il nostro destino è legato a quello di tutti gli irakeni e questo è l'unico modo per assicurare il nostro futuro insieme”, scrive in questo documento, invitando i cristiani a “stare nella stessa barca del resto del Paese per arrivare sani e salvi”.

“La nostra ambizione è costruire (...) una società civile democratica, in grado di gestire la diversità, rispettare la legge, proteggere i diritti e la dignità di ogni cittadino, indipendentemente dalla sua appartenenza etnica, religiosa o dal peso della propria comunità nella popolazione totale”, conclude il testo.

Il piano ecclesiale

Sul piano ecclesiale, pur essendo consapevole che il fascino dell'occidente è irresistibile per molti, il capo della Chiesa caldea combatte perché la grande marea umana che è fuggita da Mosul, Qaraqosh e la Piana di Ninive in una notte di terrore inenarrabile, ritorni nei territori abbandonati e non emigri.

Egli cerca anche di convincere alcuni membri del suo clero che sono fuggiti dall'insicurezza, in una sorta di insubordinazione troppo umana (e molto poco cristiana), di tornare in patria al servizio dei fedeli. La “preoccupazione per tutte le Chiese” che ossessionava san Paolo è onnipresente nella sua vita. Deplora il fatto che il suo clero “non preghi abbastanza”, invoca una riforma liturgica che metta la fede alla portata dei fedeli del XXI secolo e teme il contatto del relativismo e della “dissoluzione” con il suo gregge arrivato in occidente. Constata il fatto che i suoi fedeli sono affascinati dal comfort materiale e dai diritti civili che trovano lì, al punto da dimenticarsi del relativismo morale trionfante e del suo effetto distruttivo su quella che è la perla dei suoi occhi: la famiglia, e ancora di più, il significato e i valori della famiglia. “Perdere loro vuol dire perdere tutto”, avverte.

Segni dei tempi

Il discorso del patriarca Sako invita infine a una lettura dei segni dei tempi. “La voce del sacerdote - dice - deve avere un respiro profetico affinché la liturgia sia carica di anima e speranza”.

“Ho imparato molto da papa Francesco in termini di semplicità e vicinanza”, dice il patriarca Sako, “egli non ha di certo solo amici in una Chiesa che è ancora molto clericale e formalista. È a questo prezzo che possiamo rimanere in Iraq e che la nostra presenza avrà un senso. Dobbiamo anche aiutarci l'un l'altro a rimanere. Ho l’intima convinzione nel Signore che, prima o poi, la libertà religiosa verrà e diventerà legge. Nel frattempo, dobbiamo pazientare, rimanere e agire”, conclude.

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