11/12/2012, 00.00
TIBET – CINA
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Un’adolescente si dà fuoco per il Tibet e grida: Pechino non tocchi il mio cadavere

di Nirmala Carvalho
Bhenchen Kyi, studentessa liceale di 17 anni, ha scelto l’auto-immolazione per chiedere libertà religiosa e il ritorno del Dalai Lama. Prima di morire ha chiesto agli amici di “non permettere ai cinesi” di portare via il suo corpo dopo il suicidio. Il presidente del Parlamento in esilio ad AsiaNews: “Ancora e solo repressione. Il mondo intervenga per fermare Pechino”.

Lhasa (AsiaNews) - Una ragazza di appena 17 anni si è data fuoco nella regione di Dokarmo, nella parte orientale del Tibet, per chiedere il ritorno del Dalai Lama e la sopravvivenza del popolo tibetano. Bhenchen Kyi, studentessa liceale, ha chiesto ai suoi amici prima di morire di "non permettere ai cinesi di prendere il suo corpo". Dopo l'auto-immolazione, la ragazza è stata cremata dai monaci tibetani davanti a circa 3mila persone in lacrime. La sua è la 95ma auto-immolazione dall'inizio di questa drammatica protesta.

Il suicidio di Bhenchen è avvenuto il 9 dicembre: il 10 il mondo ha celebrato la Giornata internazionale per i diritti umani. Ma il rispetto dei diritti di base del popolo tibetano, denuncia ad AsiaNews il presidente del Parlamento tibetano in esilio, "non interessa più a nessuno. La Cina dovrebbe permettere alle organizzazioni internazionali di investigare su questi fatti e su tutti gli arresti e le torture contro il popolo".

Secondo Penpa Tsering "questo si ottiene solo con la pressione del mondo, che al momento non è efficace. La repressione della politica cinese in Tibet è molto pesante, e il Partito nega al popolo i suoi diritti di base. Il Dalai Lama e la leadership tibetana, nonostante le accuse di Pechino, hanno più volte invitato con forza i nostri fratelli e le nostre sorelle a non uccidersi. Nonostante questo, il numero delle auto-immolazioni in Tibet aumenta".

Le proteste popolari in Tibet spaventano molto la leadership comunista di Pechino. Negli anni la sollevazione della regione ha creato enormi problemi alla stabilità interna ma, invece di cercare un canale di dialogo, il regime ha sempre scelto la repressione dura. Ora il Partito cerca di addossare la colpa di quanto avviene al Dalai Lama: diversi media statali cinesi accusano il leader buddista di essere "un burattino di Stati Uniti e India, che usa persone innocenti per scopi oscuri".

La polizia comunista è arrivata ad arrestare un monaco e suo nipote, nella provincia del Sichuan, accusandoli di "aver istigato 8 tibetani, su istruzione del Dalai Lama, a darsi fuoco". Lorang Konchok, 40 anni, e suo nipote Lorang, 31, sono detenuti in un luogo sconosciuto e con ogni probabilità verranno condannati nei prossimi giorni.

Il governo tibetano in esilio ha negato con forza le accuse lanciate da Pechino. Penpa Tsering conclude ad AsiaNews: "Il Partito li ha arrestati e ha lanciato delle accuse pesantissime. Ma questo non basta: devono permettere a dei gruppi investigativi internazionali di parlare con queste persone e condurre delle indagini indipendenti. Ma la Cina non lo vuole: preferisce che il Tibet resti del tutto tagliato fuori dal mondo".

 

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