20/01/2016, 08.46
CINA – SVEZIA
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Attivista svedese per i diritti in Cina “confessa” in tv dopo l’arresto

Peter Dahlin è stato arrestato all’inizio del nuovo anno. Una sua “confessione” trasmessa dalla tv di Stato conferma le accuse di “istigazione alla violenza” e “diffusione di notizie false”. Egli ha fondato una Ong che aiuta gli avvocati per i diritti umani e quelli delle zone rurali del Paese. Sempre più critica la situazione dello stato di diritto, anche nei confronti dei non cinesi.

Pechino (AsiaNews) – L’attivista svedese arrestato lo scorso 4 gennaio 2016 in Cina è apparso sulla televisione di Stato per “confessare” di aver violato la legge nazionale attraverso l’attività del suo gruppo. Peter Dahlin era scomparso all’inizio del nuovo anno nel pieno di una campagna lanciata da Pechino contro gli avvocati e gli attivisti che operano per i diritti umani. I media di Stato sostengono che la sua organizzazione “ha ricevuto fondi dall’estero per istigare confronti violenti con le autorità e raccogliere informazioni per pubblicare rapporti distorti sulla situazione interna”.

Il China Urgent Action Working Group – nome della Ong – è un’organizzazione che fornisce assistenza di vario tipo agli avvocati cinesi che intendono operare nelle zone rurali del Paese. Inoltre sostiene i gruppi che lavorano per il rispetto dei diritti umani in Cina. In un comunicato emesso dopo la “confessione”, l’organizzazione ha definito le accuse “assurde” e ha sottolineato che l’apparizione di Dalhin “sembra essere stata forzata dal governo”.

L’arresto di Dahlin è avvenuto in contemporanea con il raid nei confronti dello studio legale Fengrui di Pechino, i cui fondatori sono stati arrestati con l’accusa di “sovversione”. Un articolo apparso oggi sull’agenzia nazionale Xinhua collega lo svedese con lo studio: “Ha collaborato con l’avvocato Wang Quanzhang, oggi in carcere, per creare un gruppo simile a Hong Kong. Inoltre ha fornito denaro all’attivista Xing Qingxian, che ha aiutato il figlio del detenuto [avvocato] Wang Yu a lasciare la nazione”.

Nel corso della sua “confessione”, l’attivista europeo dice: “Ho violato la legge cinese con le mie attività nel Paese, ho causato danni al governo nazionale e ferito i sentimenti del popolo. Mi scuso in maniera sincera per quello che ho fatto, sono molto dispiaciuto per quanto accaduto”. La stessa gogna pubblica è stata riservata a un altro cittadino svedese, Gui Minhai, membro del gruppo degli editori “scomparsi” da Hong Kong dopo una serie di pubblicazioni sgradite al governo centrale.

L’ambasciata di Stoccolma a Pechino e il consolato nell’ex colonia britannica hanno dichiarato di essere “impegnate a capire meglio” questi arresti, e hanno aggiunto che un funzionario “ha incontrato il signor Dahlin in carcere. Ci sono ancora molte domande senza risposta riguardo questa detenzione”. Commentando questa raffica di arresti e sparizioni, una fonte sindacale cinese ha dichiarato ad AsiaNews che nel Paese “è ormai morto lo stato di diritto”.

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