03/04/2014, 00.00
PAPUA N. GUINEA - AUSTRALIA
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I rifugiati dell'isola di Manus, tortura mentale e umiliazione "oltre ogni limite"

di Giorgio Licini*
È la denuncia del Segretario generale della Conferenza episcopale della Papua Nuova Guinea e Isole Salomone, p. Victor Roche svd, che ha da poco visitato il centro per richiedenti asilo (per la maggior parte asiatici) costruito dall'Australia e dalla Papua Nuova Guinea sull'isola di Manus.

Port Moresby (AsiaNews) - La gente nel campo di Manus "viene tutta da nazioni molto turbolente e ha bisogno di considerazione; invece vengono trattati come capri espiatori di problemi economici e politici globali. Sono trattati male solo per scoraggiare altre persone dal navigare verso le coste australiane. Ma in questo processo vengono umiliati oltre ogni limite". Lo dice p. Victor Roche svd, Segretario generale della Conferenza episcopale della Papua Nuova Guinea e Isole Salomone, che in questa intervista parla della sua recente visita sull'isola.

Cosa l'ha portata a visitare l'isola di Manus dal 17 al 20 marzo?

Come osservatore della Chiesa cattolica, sono stato alle udienze tenute dal giudice David Cannings con lo scopo specifico di stabilire se nel campo profughi vi siano o meno violazioni ai diritti umani. Il giudice Cannings ha preso questa iniziativa dopo gli scontri avvenuti sul posto il 16 e il 17 febbraio, quando un giovane rifugiato iraniano - Reza Barati - è stato ucciso e altre persone - più di 60 - sono state ferite, alcune in maniera grave. Alle udienze ha partecipato anche p. Dominic Maka, parrocco della chiesa di Lorengau, la capitale provinciale dell'isola di Manus. Eravamo circa 15 persone in tutto, inclusi alcuni rappresentanti dei media di Australia e Papua Nuova Guinea.

Il giudice Cannings ha emesso una sentenza sulla questione dei diritti umani?

Subito dopo l'inizio del processo, gli avvocati dello Stato Peter Kuman e Ian Molloy hanno presentato la richiesta di squalificare il giudice a causa di una pregiudiziale, ovvero il fatto che già in precedenza Cannings aveva presieduto un altro procedimento sul centro di Manus. E sono riusciti a ottenere una convocazione dalla Corte Suprema il 26 marzo. Tuttavia, se il giudice fosse stato lasciato libero di procedere avrebbe emesso la sua sentenza entro la fine di marzo.

Al di là di ogni possibile risultato ottenuto dall'inchiesta Cannings, in generale il processo ha portato qualche vantaggio?

Grazie al giudice Cannings, per la prima volta l'opinione pubblica e i membri della società civile hanno potuto visitare il centro dei richiedenti asilo e vedere le strutture. La mattina del 18 marzo, con il giudice Cannings siamo andati alla base navale papua di Lombrum, dove si trova il centro (a circa 30 minuti da Lorengau), in un convoglio di 7 macchine guidate dal comandante della polizia provinciale di Manus Alex Ndrasal. I media, invece, hanno ricevuto il permesso di entrare solo il 21 marzo. Arrivando presso il centro abbiamo visto moltissimo personale di sicurezza, composto da uomini e donne. Molti di loro erano papuani, e immagino che la maggioranza sia proprio di Manus. Ci hanno dato un foglio con la mappa delle strutture e un altro con la lista e il numero dei detenuti secondo la loro nazionalità.

Da dove vengono?

Per la maggior parte provengono dalle nazioni turbolente del Medio Oriente e dell'Asia. Il numero più elevato proviene dall'Iran (553): poi vengono Afghanistan (134), Pakistan (104) e Iraq (94). Ci sono anche 90 sudanesi, 47 somali e una manciata di nordafricani. Ci sono 74 bangladeshi, 69 che provengono dal Myanmar, 37 libanesi, 27 dallo Sri Lanka e 5 siriani. Almeno 40 persone sono apolidi. Il numero totale, al momento della nostra visita, era 1.296: tutti uomini, di cui 56 in ospedale. Donne e bambini sono tenuti in un altro centro, a Nauru, anche questa una parte remota del Pacifico. Durante la nostra visita, alcuni dei rifugiati hanno cercato di parlare con noi per lamentarsi della loro detenzione. Ma sono stati allontanati via con gentilezza dal personale di sicurezza. Ci hanno portato nel capannone dove sarebbe stato ucciso il detenuto iraniano, Reza Barati, e dove altri due sono stati gravemente feriti. All'ingresso c'era la sua fotografia. Diversi detenuti, in modo particolare quelli che vengono dall'Iran, lo presentano come un martire. Il comandante della polizia Alex Ndrasal ha detto alla sicurezza di rimuovere la foto, perché secondo lui può fomentare nuova tensione.

I detenuti hanno avuto la possibilità di parlare alla Corte?

L'udienza del 19 marzo è iniziata alle 9 del mattino. Sono stati presentati 17 affidavit [testimonianze giurate ndt] dei detenuti. In un paio di giorni sono stati portati in tribunale altri 11 detenuti. Di base hanno dichiarato tutti di essere stati portati con la forza sull'isola di Manus dalla remota isola Christmas nell'oceano Indiano, territorio australiano, e che gli è stato detto che non gli sarebbe mai stato permesso di sistemarsi in quel Paese. Hanno denunciato le dure condizioni del campo: uno ha parlato di pane con i vermi; altri di stanze minuscole e senza privacy, della mancanza di libertà e dell'incertezza riguardo al futuro. Hanno dichiarato di aver abbandonato Iraq, Somalia o Afghanistan perché minacciati di morte. Vorrebbero essere accolti in Australia o in una nazione che possa garantire la loro sicurezza. Dal campo possono comunicare via internet o telefono con le loro famiglie. Alcuni hanno paura del personale di sicurezza del campo. I bagni e le latrine vengono puliti sono quando si attendono dei funzionari in visita.

Che cosa pensa la popolazione di Manus del campo?

Il 19 marzo sera mi sono incontrato con i leader della parrocchia cattolica, circa 50 fra uomini e donne. Loro pensano che la decisione sul centro richiedenti asili di Manus sia stato deciso soltanto dai due governi di Australia e Papua Nuova Guinea. 'Noi non siamo stati consultati - dicono - e un problema australiano è stato spinto con la forza a Manus e in Papua Nuova Guinea. Siamo stati costretti ad accettarlo, che ci piaccia oppure no. Questo è un posto povero, e non sappiamo neanche cosa stia accadendo. Siamo solo spettatori. Siamo tristi e arrabbiati per la situazione nel centro: arrabbiati che abbiano scelto Manus e non un altro posto; tristi per la situazione dei detenuti all'interno del centro. Loro ritengono che l'Australia sia il Paradiso e la Papua sia l'inferno, e quindi per loro Manus è l'inferno. Si ritengono non al sicuro nel centro e a Manus. Potrebbero morire come Reza l'iraniano. Noi non sappiamo cosa accade realmente nel centro. Perché è avvenuta la protesta? Quali sono le parti coinvolte nella tensione? Chi e perché ha ucciso Reza? Ci sono alcuni benefici economici che sono stati promessi per Manus. E di questo siamo felici. Ma dobbiamo ancora vedere quali saranno gli sviluppi. Questi sviluppi hanno infatti un costo alto. Ci sono molte guerre al momento nelle nazioni musulmane, e la maggioranza dei detenuti nel centro è musulmana. Siamo preoccupati per i nostri figli? Cosa accadrà se alcuni di questi detenuti verranno rilocati a Manus? Quanto tempo rimarrà il centro sull'isola, qualche mese o qualche anno? Abbiamo bisogno di risposte. Abbiamo bisogno di dialogo e comunicazione fra la comunità di Lorengau e gli amministratori del centro'.

Cosa pensa che succederà?

Fare una previsione è molto difficile. Ho lasciato Manus il 20 marzo. Il giorno dopo alcuni giornalisti sono stati portati in visita nel centro. Ma allo stesso tempo la Corte Suprema ha fermato le udienze del giudice Cannings accettando le obiezioni degli avvocati dello Stato. Fra il 20 e il 23 marzo il primo ministro australiano Tony Abbot è stato in Papua Nuova Guinea. La questione dei richiedenti asilo era in agenda, ma la Papua ha reiterato il proprio impegno ad "aiutare l'Australia" e continuare a gestire il campo di Manus. La gente nel campo viene tutta da nazioni molto turbolente e ha bisogno di considerazione; invece vengono trattati come capri espiatori di problemi economici e politici globali. Sono trattati male solo per scoraggiare altre persone dal navigare verso le coste australiane. Ma in questo processo vengono umiliati oltre ogni limite. 

* missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere in Papua Nuova Guinea 

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