03/10/2023, 11.21
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L’attentato di Ankara ultimo capitolo della ‘guerra’ fra Erdogan e i curdi

di Dario Salvi

Le forze di sicurezza  in 18 province hanno arrestato 90 persone sospettate di legami col Pkk, responsabile dell’attentato del primo ottobre ad Ankara. I miliziani parlano di atto dimostrativo, ma la durissima risposta turca rischia di generare una ulteriore escalation che investe anche Damasco e Baghdad. Nella prima metà del 2023 si sono registrati oltre 665 raid aerei turchi in Siria e Iraq. 

Milano (AsiaNews) - Le forze di sicurezza turche hanno arrestato almeno 90 persone in 18 province del Paese, sospettate di legami con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) responsabile dell’attentato ad Ankara del primo ottobre che ha causato la morte di due miliziani e il ferimento di due agenti. Secondo quanto riferiscono i media ufficiali di Stato, le operazione sono concentrate nella provincia sud-orientale di Sanliurfa, dove sarebbe maggiore la presenza di affiliati al movimento politico e paramilitare che si batte per la nascita di uno Stato autonomo a cavallo fra Turchia, Siria e Iraq. Inoltre, l’agenzia nazionale di intelligence turca (Mit) annuncia di aver ucciso uno dei comandanti del Pkk, Muzdelif Taskin (nome in codice “Aslam Samura”, considerato la mente dell’attentato a Daglica del 2007 in cui sono morti 12 soldati turchi), nel corso di un’operazione a Qamishli nel nord della Siria. 

Intanto fonti governative confermano i raid aerei compiuti nelle ultime ore contro obiettivi dei miliziani nel nord dell’Iraq, che si sommano all’ondata di arresti sul versante interno, in risposta all’attacco. Una cellula del Pkk identificata come “Il battaglione degli immortali” - formata da cellule dormienti di attentatori suicidi pronti a colpire dietro comando - ha preso di mira alcuni edifici istituzionali della capitale. In precedenza i terroristi (successivamente identificati col nome di battaglia Rojhat Zilan e Erdal Şahin) avevano rubato la macchina di un privato cittadino, un giovane di soli 24 anni, freddandolo a colpi di pistola per poi usare il mezzo per compiere l’attacco.

Il ministero turco della Difesa annuncia che diversi militanti sono stati “neutralizzati” dalle forze di sicurezza, un termine di solito utilizzato per indicare che gli obiettivi sono stati uccisi. La gran parte dei combattenti è finita sotto il fuoco delle bombe dei caccia turchi che hanno compiuto numerosi raid, in particolare nel Kurdistan iracheno in cui sono stati centrati e distrutti almeno 20 fra grotte, rifugi e deposti usati dal Pkk nelle regioni di Metina, Hakurk, Qandil e Gara. Ankara rivendica le operazioni militari, sottolineando che sono legittimate dal diritto di autodifesa derivante dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.

La zona teatro del tentato attacco suicida è quella di viale İsmet İnönü, una delle arterie di comunicazione principali della capitale, nei pressi del Parlamento e dei ministeri, soprattutto quello degli Interni che pare essere stato l’obiettivo della cellula. Nessun dubbio sull’appartenenza al Pkk degli autori dell’attentato, una organizzazione “terrorista” per Turchia, Stati Uniti e Unione europea fondata dal leader e combattente Abdullah Öcalan. Egli sta scontando in una prigione turca la condanna all’ergastolo, in seguito alla moratoria del 2002 della pena capitale che ha commutato la condanna a morte nel carcere a vita. 

Una lunga scia di sangue

Secondo le stime dell’organizzazione Armed Conflict Location and Event Data Project, almeno 40mila persone - sul fronte turco e curdo - sono decedute dall’inizio della lotta separatista e indipendentista del Pkk, nato alla fine degli anni ‘70. Nel corso della sua guerra quarantennale contro la Turchia, intervallata da brevi momenti di tregua o cessate il fuoco più o meno duraturi, il movimento è stato accusato di terrorismo per i metodi di lotta usati (attentati dinamitardi e attacchi kamikaze anche contro obiettivi civili - e militari - turchi). Una escalation legata alla sanguinosa repressione di Ankara, che è andata inasprendosi sotto la leadership del presidente Recep Tayyip Erdogan che, anche di recente, ha promesso in diverse occasioni di “spazzare via” e di “cancellare” il Pkk. Di contro, il gruppo è sospettato di usare la rete criminale, in particolare il traffico di stupefacenti, per finanziare la propria attività. 

Solo nella prima metà del 2023 si sono registrati oltre 665 raid aerei turchi in territorio iracheno e siriano contro obiettivi del gruppo, a conferma della politica aggressiva di Erdogan anche oltre i confini nazionali e che ha coinvolto i civili, fra i quali si contano decine fra morti e feriti. Dal 2015 le Forze armate turche hanno ucciso almeno 129 civili e ne hanno feriti 180 solo nel Kurdistan iracheno, come mostrano i dati del gruppo di controllo Community Peacemaker Teams (Cpt). Una risposta durissima, a una lunga scia di attentati curdi che nel fine settimana hanno investito la capitale dopo un lungo periodo in cui era stata risparmiata, così come il resto del Paese che negli ultimi tre anni aveva vissuto una fase di relativa calma. 

Il periodo più sanguinoso della storia recente va dal 2015 al 2017, quando si sono contati almeno 11 attentati che, oltre alla matrice indipendentista del Pkk, hanno registrato la presenza attiva di reparti e uomini dello Stato islamico (SI, ex Isis): nel luglio 2015 almeno 30 persone sono morte e oltre 100 ferite, in maggioranza giovani e studenti, nell’esplosione di una bomba nella cittadina sud-orientale di Suruc, al confine con la Siria. Due mesi più tardi i miliziani hanno ucciso 15 poliziotti con due bombe nelle province orientali di Mardin e Igdir. A ottobre due devastanti esplosioni nel centro di Ankara hanno ammazzato 95 persone e ferito quasi 200 con il coinvolgimento, in questo caso, anche di elementi appartenenti a Daesh [acronimo arabo per lo SI], che nella fase di massima espansione ha operato anche in Turchia. E ancora, nel febbraio 2016 un’autobomba piazzata nei pressi di una base militare nella capitale ha causato la morte di 28 persone e il ferimento di altre 60, seguiti da attentati a marzo, maggio, giugno e agosto (51 morti in un attacco suicida a un matrimonio a Gaziantep e, anche in questo caso, vi era la presenza di jihadisti Isis). L’ultimo attentato nel novembre del 2022, quando sono morte sei persone e altre decine sono rimaste ferite nell’esplosione di una bomba in una via commerciale di Istanbul, cuore economico e finanziario. 

Sul social X il ministro turco degli Interni Ali Yerlikaya ha riferito di 466 blitz “nel quadro della lotta al terrorismo” che in territorio turco hanno visto impiegati 13.440 agenti delle forze di sicurezza. “Nessun terrorista sarà tollerato - ha aggiunto - e proseguiamo la nostra lotta senza sosta grazie agli sforzi lodevoli delle nostre forze di sicurezza”. Parole che non ammettono dialogo, né trattative mentre il braccio militare del Pkk, il Comando del quartier generale del Centro di difesa del popolo (Hsm), aveva detto di aver scelto un giorno e un orario per l’attentato del fine settimana scorso in cui vi era la certezza di non causare vittime. Un atto dimostrativo, insomma, per il movimento curdo che rilancia la propria battaglia contro quello che definisce nel comunicato di rivendicazione “il disprezzo dei diritti umani” e i crimini “genocidi e fascisti” della Turchia. Un nuovo capitolo di una guerra destinata a continuare e a inasprirsi, col presidente Erdogan che gioisce per i combattenti “neutralizzati” alimentando la deriva di sangue e terrore.

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