28/11/2014, 00.00
TURCHIA-VATICANO
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Papa Francesco in Turchia. L'ecumenismo del martirio

di NAT da Polis
Il viaggio del papa in Turchia ha anzitutto valore ecumenico, ma anche di testimonianza. L'unità dei cristiani, fondata sulla fede e sulla comune testimonianza dei martiri, spinge a impegnarsi per il mondo che è formalmente unito dalla finanza, ma diviso e sbriciolato dal punto di vista sociale. Un possibile appello per celebrare insieme il ricordo di Nicea e dire basta con il massacro dei cristiani. Che avviene anche sui confini turchi.

Istanbul (AsiaNews) - Istanbul, la città dei due continenti, la città dove fiorì una splendente cultura cristiana, sta per accogliere il quarto papa nella sua millenaria storia, nella persona di papa Francesco, il pontefice più spontaneo ed evangelicamente informale degli ultimi 60 anni.

Com'è ovvio, il viaggio in Turchia di un capo religioso inizia formalmente da Ankara. Lo Stato turco, quello laico  kemalista e quello neottomano sunnita di Erdogan, impone il suo rigoroso protocollo, cioè  l 'omaggio al potere centrale turco, che ha sempre guardato con sospetto la presenza non musulmana nella sua Repubblica.

Ma è Istanbul il simbolo dello sviluppo e dei problemi della Turchia, segnata da uno sfrenato orgasmo edilizio, con i suoi grattacieli, che spuntano arroganti come funghi, espressione  del consolidato potere neottomano del presidente Erdogan, il quale tra le altre cose ha esaltato in questi giorni la naturale disparità sociale tra uomo e donna, ha rivendicato ai musulmani la scoperta dell'America, ha riforzato i controlli su twitter e su internet.

La visita di papa Francesco non è presentata in modo esaltato, anzi i media filogovernativi ne parlano sottovoce, visto anche il languire dell' opposizione. Sin dall'inizio  le Autorità Turche l'hanno percepita come espressione della volontà di  Francesco di rendere omaggio  a Bartolomeo, a Fanar (Costantinopoli), sede di quella che è stata il centro dell'oriente cristiano,  dove - nelle sue province - furono concepite, in unità, i dogmi della fede cristiana, i quali continuano a costituire le comuni fondamenta, malgrado il susseguirsi di incomprensioni e divisioni, culminate nello scisma del 1054 con le relative scomuniche. Tali scomuniche sono poi rientrate nel 1965 per volontà  di Paolo VI  e Atenagora, il cui incontro a 50 anni di distanza è stato celebrato proprio da  Francesco e Bartolomeo a Gerusalemme.

Le due Chiese hanno sempre segnato la lunga storia della fede cristiana. Francesco e Bartolomeo si incontrano per la terza volta in un stesso anno, un fatto mai avvenuto nel corso della millenaria storia delle due Chiese.

Tale incontro voluto a tutti i costi, supera il valore di una semplice visita di cortesia: esso vuole esprimere la loro comune volontà di dare una spinta ulteriore ad accelerare la piena  comunione tra le due Chiese,  perché è divenuto più urgente dare una comune risposta alla crisi socioeconomica che sta travagliando la società globalizzata dal punto di vista finanziario, ma sgretolata e disorientata dal punto di vista sociale.

I due sono convinti che solo una Chiesa unita in Cristo può dare una risposta ai bisogni umani.

La visita avviene in un momento in cui in tante parti del mondo si assiste alla persecuzione della popolazione cristiana da parte di un certo fondamentalismo islamico.

Forse questo aspetto non è gradito ad Ankara, la quale ha dovuto stare al gioco, visto che il massacro dei cristiani avviene lungo le sue frontiere, non senza indifferenza e calcoli dei  suoi opportunismi politici.

Alcuni giorni fa, ricevendo i rappresentanti della Chiesa di Roma per il dialogo tra i cristiani, papa Francesco ha detto che secondo lui è importante affermare l'ecumenismo del martirio, vissuto da quei nostri fratelli che con il loro sangue testimoniano la loro fede cristiana. Occorre invece fermare "l'ecumenismo del massacro", ha dichiarato, forse intendendo quel dialogo in cui politica, pseudo-teologia e ancoramenti a vecchi sistemi bloccano il cammino.

In questo egli si trova in sintonia con Bartolomeo, il quale ha sempre dichiarato che il dialogo tra cattolici e ortodossi deve superare i secolari tabù e guardare alle richieste impellenti della società contemporanea dominata da modelli disgregativi.

Allo stesso tempo essi sottolineano di continuo che essere cristiani non significa demonizzare le convinzioni religiose altrui, ma rispettare le loro convinzioni e condannare le strumentalizzazioni religiose a fini politici, sia nel pianeta cristiano sia a quello musulmano. Il cristianesimo non è nemico di nessuno, ma è la forza catalizzatrice della pacifica coesistenza umana.

Purtroppo la concezione mondana della vita ecclesiale - ha dichiarato di recente il patriarca ecumenico in un'intervista - ha spinto la Chiesa a diventare un'istituzione mondana.  Anche in questo egli si trova in piena sintonia con il papa Francesco e con il tema da lui spesso evocato della "mondanità spirituale".

"Il cristianesimo è l'essenza della libertà umana, il nostro comune Dio trino è l'essenza della democrazia, e  la carità deve essere il nostro collante", ha detto ad AsiaNews il p. Dositheos , capoufficio del Patriarcato ecumenico.

In questo contesto di identità di vedute, ci si aspetta una nuova presa di posizione, dove una comune dichiarazione, le due parti si impegnano contro la crisi della società moderna, contro le strumentalizzazioni religiose di questa crisi, annunciando ulteriori passi per coinvolgere tutto il mondo cristiano. Fra queste vi è l'idea di incontrarsi di nuovo proprio su queste terre nel 2025, anniversario del primo sinodo veramente ecumenico quello di Nicea, con un appello contro il martirio dei cristiani in tutto il mondo.

 

 

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