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    » 03/01/2005, 00.00

    INDONESIA – VATICANO

    Nunzio apostolico: Tsunami, i sopravvissuti e i bambini

    Dario Salvi

    La tragedia ha sconvolto la vita di tutta la nazione, e i bambini sono i più segnati. Fra cristiani e musulmani c'è più spirito di collaborazione e voglia di ricostruire.

    Jakarta (AsiaNews) – La situazione "è tragica", ma c'è la "voglia di tornare a vivere"; il governo dimostra "un'attenzione particolare ai bambini, i più segnati dalla tragedia", ma finora il nunzio di Jakarta non ha avuto "conferme dirette di un traffico di vite umane". Raggiunto via telefono da AsiaNews, all'indomani del viaggio sui luoghi della tragedia, mons. Albert Malcom Ranjith, rappresentante vaticano in Indonesia, racconta la "sofferenza e il dolore" di chi ha perso tutto, ma sottolinea il "nuovo clima di collaborazione e di aiuto fra cristiani e musulmani" in zone segnate da violenze in passato e auspica che questo possa essere il punto iniziale dal quale partire "per far rinascere la vita nel paese".

    Ecco l'intervista che mons. Ranjith ha rilasciato ad AsiaNews:

    E' vera la notizia di un "commercio di orfani" nelle zone della tragedia?

    Non ho notizie dirette di commerci di vite umane e di adozioni illegali, ma so che il governo si sta occupando della questione e ha a cuore quella che può essere definita la tragedia nella tragedia, ovvero le sofferenze di migliaia di bambini.

    Cosa si sta facendo per loro?

    Vi sono state moltissime vittime fra i bambini e altrettanti sono rimasti senza i genitori. La situazione è davvero difficile, soprattutto sotto il profilo psicologico. Il governo ha elaborato un progetto che darà loro la possibilità di trovare una casa che li accolga e li sostenga. Alcuni di loro verranno spostati in zone relativamente più tranquille: questi bambini hanno perso tutto e il progetto governativo vuole aiutarli ad uscire dal trauma, perché cambiando la zona siano facilitati nel percorso di recupero e nel tentativo di ricominciare una nuova vita, per poi magari ritornare. 

    Eccellenza, lei ieri ha visitato le zone colpite dal maremoto: che cosa ha trovato?

    La situazione è tragica: vi sono stati migliaia di morti, le vittime potrebbero toccare quota 200 mila anche se hanno smesso di contare i morti, perché le montagne di immondizia portate dalle onde hanno seppellito tanta gente e non è possibile rimuoverle per cercare i cadaveri. Per garantire la salute delle persone e prevenire la diffusione di malattie, il governo ha deciso di distruggere i cumuli di immondizia senza cercare altri corpi. Ho voluto celebrare la messa con una piccola comunità di cattolici sopravvissuti al disastro, poi sono andato a visitare le zone colpite e ho incontrato la gente che vive nelle tende e nei campi profughi. Dai loro racconti emerge che hanno vissuto un vero e proprio Armageddon (la fine del mondo descritta nel Nuovo Testamento), perché si sono visti arrivare addosso onde alte decine di metri, con una massa di acqua enorme che si abbatteva sulle loro teste.

    Cosa le hanno detto i fedeli?

    Una signora mi ha raccontato come è riuscita a salvarsi: ha visto il mare ritirarsi e ha intuito il pericolo imminente. Mentre fuggiva gridava agli altri di mettersi in salvo: è salita a bordo di una motocicletta ed è fuggita insieme ad un'altra persona, con le onde alte decine di metri che la inseguivano. Per questo ha preferito abbandonare la moto e arrampicarsi su una piccola altura e da quel punto di osservazione ha visto tantissime persone risucchiate dall'acqua. Una scena davvero terribile.

    Questa donna si è salvata, ma molti altri hanno perso la vita. C'è una storia in particolare che l'ha colpita?

    Ieri ho cercato di consolare due ragazzi che hanno perso l'intera famiglia: erano in 9 e sono rimasti solo loro, gli altri sono morti tutti. Durante il maremoto erano lontani da casa e quando sono rientrati non hanno trovato nessuno. Non passa giorno senza che essi cerchino i loro cari, ma è una lotta disperata perché ormai non ci sono più speranze di ritrovarli in vita e sarà difficile ritrovare i loro corpi.

    Ci sono anche storie a "lieto fine"?

    Ho incontrato un bambino che si è salvato mentre i genitori sono scomparsi e la sua storia è davvero incredibile; il piccolo si trovava in una delle ceste che usano per portare in giro i bambini e questo piccolo contenitore è stato scagliato sulla terrazza di un edificio dalla forza delle acque: il bimbo è stato ritrovato e si è salvato, ma dei genitori si è persa ogni traccia.

    Cosa ci può dire dei sopravvissuti che ha incontrato?

    Sanno di essere fortunati perché sono ancora vivi, ma portano i segni del trauma e delle sofferenze: io ho cercato di ascoltare le loro storie e ho voluto pregare con loro, ma il percorso di recupero psicologico sarà lungo. A Banda Aceh c'è un missionario italiano dei cappuccini: si chiama Ferdinando Saverio ed è originario di Forlì. Quel giorno si recava a Meulaboh, una piccola comunità a 300 km dalla città; durante la funzione religiosa le acque hanno invaso tutta la zona e lui si è salvato solo perché si trovava nelle vicinanze di una piccola altura. Si è arrampicato insieme ad altri fedeli e ha visto il passaggio dell'acqua. Poi, per prudenza, è rimasto sulla sommità anche nei momenti successivi, mentre altre persone sono ridiscese: il passaggio della seconda e della terza onda, molto più dannose della prima, le ha uccise tutte.

    In mezzo alla tragedia ci sono segnali di speranza?

    Il desiderio comune è di dimenticare tutte le differenze e le divisioni del passato; ora si vuole lavorare insieme per ricostruire la vita in una zona in gran parte distrutta. La chiesa, che è minoritaria nella zona, cerca di stabilire ponti e rapporti con i rappresentanti delle altre religioni per dare una mano concreta alla gente. Ora vogliamo creare dei veri rapporti che siano al servizio della popolazione. Un gruppo di volontari è andato nelle zone più martoriate con viveri e medicinali per portare aiuti concreti alla gente e per mostrare la vera faccia della chiesa, che è carità, amore e speranza in un momento come questo di dolore per tutti.

    Come è possibile aiutare queste persone?

    Per correttezza e per rispetto verso la maggioranza islamica, il modo migliore per portare gli aiuti è fare riferimento agli organismi islamici e lavorare insieme a loro. Se la Chiesa riceve degli aiuti, questi vengono messi a disposizione sia della piccola comunità cattolica, sia delle associazioni islamiche che poi provvedono a portare tutti i mezzi necessari. Sono in gioco equilibri e rapporti delicati, non vogliamo dare l'impressione di fare proselitismo, ma vogliamo lavorare con loro per il bene della gente. E' la carità il nostro principio ispiratore, perché il nostro è un aiuto disinteressato.

    Ma la gente vuole restare nelle zone colpite dal maremoto o prevale il desiderio di fuggire?

    Molti sono scappati per il pericolo di colera e di altre malattie contagiose, ma tanti altri tornano nei negozi e nelle case distrutte perché vogliono far rinascere la vita e l'economia della zona. Noi dobbiamo aiutare queste persone e assecondarli nel loro desiderio; in questo modo anche chi è fuggito avrà un motivo per tornare. Del resto  l'Indonesia è una nazione a rischio sismico e sarà fondamentale l'opera di prevenzione. Se non si prenderanno misure urgenti, nuove stragi saranno inevitabili.

    Cosa chiede ai cristiani dell'occidente?

    La catastrofe ha colpito tutto il mondo, quindi è dovere di ogni cristiano venire incontro a queste immani sofferenze con una vera grandezza di cuore. Vi chiedo di pregare per i sopravvissuti e per il loro dolore, senza trascurare offerte e donazioni per aiutarli concretamente a ricostruire una nuova vita. Per i cattolici è una grande opportunità per testimoniare la loro fede, una fede che prima di tutto è carità.

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