18/12/2004, 00.00
ISRAELE – PALESTINA – TERRA SANTA
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Natale, vigilia confusa per la popolazione e per i governi d'Israele e Palestina

di Arieh Cohen

Le elezioni palestinesi, la cancellazione della candidatura di Barghouti, la crisi del governo Sharon, accrescono il senso di impotenza e precarietà dei due popoli. Il nostro corrispondente a Gerusalemme fa il punto sulla situazione in Terra Santa, alla vigilia del Natale.

Gerusalemme (AsiaNews) - Instabilità e insicurezza avvolgono la situazione della Terra Santa. Alla vigilia delle elezioni presidenziali palestinesi, nessuno riesce a prevedere le reazioni della resistenza palestinese, decisa a non fermare la lotta armata. Nel campo israeliano, rimane incerto il futuro del governo Sharon, sconfessato da una parte del suo stesso partito. Preoccupano anche le reazioni della estrema destra israeliana, essa pure dotata di imponenti arsenali militari. I servizi segreti israeliani parlano  di un pericolo di assassinio per Sharon o di un attacco al Monte del Tempio, pur di contrastare la ritirata di Tsahal da Gaza. Sharon però si dimostra sereno e promette un svolta pacifica per entrambi i popoli nel corso del 2005.

I palestinesi

In campo palestinese fervono i preparativi per le elezioni presidenziali, previste per il 9 gennaio. Si dà per scontata la vittoria di Mahmoud Abbas, detto "Abou-Mazen", che dalla morte di Arafat ricopre la carica di Presidente dell'Olp. Tale titolo è il più importante, essendo l'Olp il soggetto che rappresenta la Nazione palestinese sulla scena mondiale. Ma Abou Mazen vuole cumulare anche l'ufficio di Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, l'ente al quale il governo militare israeliano nei territori occupati ha da un decennio delegato più funzioni amministrative in alcune parti dei territori occupati. Anche il defunto Arafat cumulava questi due uffici, e con essi anche un terzo, quello di capo del partito dominante l'Olp, Al-Fatah.  Questa "terza presidenza"  è stata già assegnata dagli organi di partito a Farouq Kaddoumi, l'irriducibile oppositore degli accordi di Oslo che, solo tra i massimi esponenti di Al-Fatah, non ha mai fatto ritorno nei territori palestinesi occupati e ha mantenuto la sede in Tunisia, rivestendo l'incarico di "ministro degli esteri" dell'Olp.

La vittoria elettorale di Abou-Mazen sembra certa , soprattutto dopo che i suoi sostenitori hanno costretto l'unico serio rivale, Marwan Barghouti, a rinunciare alla propria candidatura. I sondaggi davano Barghouti in pareggio con Abou-Mazen. Barghouti era il candidato della "piazza", delle giovani generazioni, di coloro che non hanno tratto benefici economici, personali e familiari, nel periodo contorto seguito agli accordi di Oslo. Sotto voce, non manca chi sottolinea che la mancata candidatura di Barghouti rende queste elezioni non pienamente democratiche, non veramente aperte e in qualche modo predeterminate. Fra palestinesi e israeliani si fa notare che proprio Israele e gli Usa, che con ferocia hanno sempre richiesto  "democrazia" e "trasparenza" nei ranghi dei palestinesi, in modo palese ora si compiacciono del brutale accantonamento di questo candidato così popolare.

E' vero che Marwan Barghouti, già comandante di importanti formazioni della resistenza armata, si trova in una prigione israeliana, condannato a cinque ergastoli. Ma i suoi sostenitori (ora costretti a parlarne a toni bassi) non lo ritenevano un ostacolo, ancor meno una squalifica. Anche Israele, essi dicono, ha avuto due Primi Ministri ex capi di organizzazioni armate che praticavano il terrorismo ai tempi del Mandato Britannico (Menachem Begin, ex-capo dell'Irgun,  e Yitzhak Shamir, ex-capo dello "Stern Gang" ossia Lehi). Anche il capo dell'African National Congress, Nelson Mandela – essi dicono – ha dovuto essere liberato dalla prigione perchè gli Afrikaaners potessero parlargli di pace. Ad ogni modo Barghouti rimane uno dei più decisi sostenitori della pace con Israele, in cambio della liberazione dei territori occupati dal 1967. Comunque, poiché Abou Mazen, unico candidato effettivo è ben visto da Israele e dagli Usa, non mancano le speranze che la sua ascesa alla presidenza dell'Anp possa convincere Israele a tornare ai negoziati di pace, in vista di quella tanto sospirata soluzione definitiva del conflitto che da troppo tempo insanguina la Terra Santa.

Gli israeliani

Ma è proprio Israele ad avere guai con il proprio governo. Abbandonato da tutti gli altri membri della coalizione, il Primo ministro Sharon ormai può contare solo sui due terzi dei deputati del proprio partito Likud (che ha 40 dei 120 membri della Knesset). Gli altri deputati del Likud sono contrari alla decisione di Sharon di ritirare entro il 2005 truppe  e coloni israeliani dalla Striscia di Gaza. Se i negoziati in corso con il partito laburista -e con qualche piccolo partito ebraico fondamentalista - non riusciranno a produrre una nuova maggioranza stabile, per la prossima primavera-estate si rischiano delle elezioni anticipate dai risultati imprevedibili.

Oltretutto, Sharon è ancora invischiato in guai giudiziari, indagato da polizia e procura, assieme ai suoi due figli. Finora il procuratore generale ha deciso di non rinviare a giudizio alcune pratiche, ma altre sono sempre in corso. In Israele un Primo ministro divenuto imputato non potrebbe restare al suo posto neanche un'ora di più.

Ad ogni modo,  la partenza di Sharon dalla presidenza del consiglio lascerebbe un vuoto profondo. Tra l'altro, quasi tutti gli altri capi del suo partito sono molto meno moderati di lui e potrebbero, per esempio, annullare il piano di ritirarsi dalla Striscia di Gaza.

I due popoli

Ma quali sono i sentimenti di palestinesi e israeliani "comuni"? Tutti i sondaggi mostrano che una grande maggioranza in ciascuna delle due Nazioni desidera la pace, basata sul riconoscimento dell'altro. Ma tutti si rendono pure conto che la volontà popolare non potrà riuscire a imporsi senza un intervento preciso e deciso dall'estero. L'ultima speranza in ordine di tempo è la Conferenza di pace proposta dal premier britannico Tony Blair, accolta con soddisfazione dai palestinesi, ma non tanto da israeliani e americani. Molti pensano che Sharon preveda che alla ritirata israeliana da Gaza (e, alquanto più ambiguamente,  da una zona al nord della Cisgiordania) debba seguire un lungo e intenso periodo di colonizzazione israeliana in buona parte della Cisgiordania (i cosiddetti "blocchi di insediamenti" avallati all'apparenza anche dal Presidente Bush, nella lettera statunitense del 14 aprile u.s.): ma per fare questo, vanno rinviati ad un futuro indeterminato i negoziati di pace che dovrebbero mettere la parola fine al conflitto.

 Ma alla fine tutto rimane labile, ed ogni previsione è appesa ad un filo. E' proprio questa inconsistenza, incertezza, imprevedibilità a dominare lo stato d'animo di tutti. Per un credente, come afferma p. David Jaeger, francescano di Terra Santa, questo è certo un momento privilegiato per riaffermare la fede nel "Futuro Assoluto dell'umanità che è Dio Incarnato in Gesù Cristo".  Nessun commento migliore di questo esprime l'atteggiamento profondo dei cristiani di Terra Santa alla Vigilia di questo Natale 2004.

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