04/07/2012, 00.00
MYANMAR
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Aung San Suu Kyi al governo birmano: liberate i 330 detenuti politici

La leader dell’opposizione chiede il rilascio di “tutti” i prigionieri per reati politici o di opinione. Ieri Naypyidaw ha anticipato gli effetti di un provvedimento di amnistia, liberando 46 persone fra cui una ventina di detenuti politici. La Nobel per la pace rivendica il diritto di chiamare il Paese “Birmania”, nonostante li monito delle autorità.

Yangon (AsiaNews/Agenzie) - Nelle carceri birmane sono ancora oggi rinchiusi "centinaia" di prigionieri politici e anch'essi devono essere rilasciati. È quanto ha affermato oggi la leader dell'opposizione democratica Aung San Suu Kyi, all'indomani della decisione del governo di liberare 46 detenuti nel contesto di un provvedimento di grazia di cui hanno beneficiato una ventina di persone in carcere per reati di opinione. In una nota la Nobel per la pace respinge l'ordine impartito da Naypyidaw, che le proibisce di continuare a chiamare la nazione "Birmania" in sostituzione di Myanmar, il nome con cui il regime militare ha ribattezzato il Paese durante i due decenni di dittatura e isolamento internazionale. Al monito della Commissione elettorale, la "Signora" ribatte che "in una nazione democratica si deve valutare il volere della gente", mentre il cambio di nome è avvenuto senza la consultazione popolare.

In una conferenza stampa indetta oggi, la leader della Lega nazionale per la democrazia (Nld) ha confermato l'intenzione di chiedere "il rilascio di tutti e 330 i prigionieri politici", in un appello rilanciato dal famoso dissidente Ko Ko Gyi che ha aggiunto: "continueremo a lavorare per la liberazione di tutti".

Ieri il governo birmano ha anticipato gli effetti di un provvedimento di amnistia, scarcerando oltre 40 detenuti, di cui 37 uomini e nove donne. Fra le ragioni alla base del provvedimento, il proposito delle autorità di "assicurare la stabilità" della nazione e dar vita a una "pace perenne, riconciliazione nazionale, assicurando a tutti la possibilità di prendere parte al processo politico".

Tra le persone rilasciate vi è anche Than Zwe, arrestato e condannato al carcere a vita sebbene innocente. "Non sono riconoscente né felice per la liberazione" ha dichiarato l'uomo, dietro le sbarre dal luglio 1989, perché "sono stato imprigionato per moltissimi anni - oltre due decenni - per un crimine che non ho neanche commesso". Egli era stato arrestato con l'accusa di aver partecipato all'attacco bomba alla raffineria petrolifera Thanlyin: condannato alla pena capitale in primo grado, la sentenza è stata commutata in ergastolo al processo di appello. Dietro l'attentato vi era invece un comandante dell'esercito nazionalista Karen, reo confesso nel 2005; tuttavia, le sue parole non sono servite a scarcerare Than Zwe.

Fra gli altri 20 prigionieri di coscienza liberati ieri vi è anche Aye Aung, uno dei leader studenteschi del movimento Generazione 88 condannato dapprima a 59 anni, ridotti poi a 29 in appello con l'accusa di aver violato la legge di emergenza nazionale e stampa clandestina.

 

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