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  • » 04/03/2010, 00.00

    INDIA

    Conquiste delle donne islamiche possibili anche con il velo

    Asghar Ali Engineer

    Alcuni giorni fa in Karnataka la popolazione islamica si è rivoltata dopo la pubblicazione di un articolo contro il velo islamico pubblicato dal quotidiano Kannada Prabha e attribuito alla nota scrittrice Taslima Nasreen. La Nasreen per le sue posizioni liberali nei confronti dell’islam e dalla donna vive da 16 anni in esilio. Il bilancio degli scontri è stato di 2 morti e 50 feriti, portando rabbia e paura nella popolazione di religione indù. Asghar Ali Engineer, musulmano e responsabile del centro Studi sulla società e il secolarismo di Mumbai, descrive agli indiani la battaglia delle donne islamiche per i loro diritti. Egli accusa i giornali indiani di dare una visione distorta della realtà, che impedisce una reale riforma dell’islam.

    Mumbai (AsiaNews) –  Due morti, 50 feriti, decine di auto ribaltate e negozi distrutti. È questo il bilancio delle proteste di migliaia di musulmani avvenute In questi giorni in Karnataka. Oltre 15mila persone sono scese in strada nella città di Hassan, 1500 invece a Shimoga.  A scatenare le violenze la pubblicazione sul quotidiano Kannada Prabha  di un articolo della scrittrice dissidente bangladeshi Taslima Nasreen, dove si dice che Maometto era contro il velo islamico. La Nasrenn afferma di non aver mai sostenuto questa tesi e nega qualsiasi rapporto con il giornale. La polizia ha imposto il coprifuoco in quattro località interessate da scontri per evitare tentativi di rappresaglia da parte della popolazione indù, ma afferma che la situazione resta tesa. Atti intimidatori si sono verificati anche a Mangalore dove il 3 marzo scorso ignoti hanno fatto esplodere una bomba molotov nella sede del quotidiano Kannada Prabha e scagliato pietre contro le sedi di altri due quotidiani.

    Questi fatti hanno destato preoccupazione nella popolazione di religione indù, nonostante la condanna di alcune organizzazioni islamiche locali. In India i musulmani sono circa 137 milioni (12,1% della popolazione) e in stati come il Karnataka, governati dai nazionalisti del Bharatiya Janata Party (Bjp), la rigida cultura islamica  si scontra con il nazionalismo indù. Questo è spesso fonte di incomprensioni che sfociano in violenze e accuse reciproche.  
     
    Pubblichiamo di seguito un articolo dal titolo: “Le donne musulmane e il cambiamento” scritto proprio in occasione degli scontri da Asghar Aki Enginneer, musulmano indiano e responsabile del centro Studi sulla società e il secolarismo di Mumbai.
     
    “La maggior parte della gente pensa che le donne musulmane siano costrette con la forza a portare il velo e che siano confinate all’interno delle mura domestiche. Questo avviene perché leggiamo ogni giorno sui giornali che i talebani costringono le donne a portare il velo, incendiano scuole femminili e raffigurano le donne sempre avvolte in scialli scuri che le coprono da capo a piedi. Questa immagine delle donne musulmane è stata anche rinforzata dalla controversia sul burqa avvenuta nelle scorse settimane in Francia.
    Questa immagine sarebbe giustificata se tutte le donne musulmane seguissero le severe regole propugnate dai teologi islamici sviluppatesi nel periodo medioevale e da loro utilizzate oggi per giustificare le loro imposizioni. Ma c’è una grande differenza tra ciò che è espresso da progetti teologici e ciò che avviene sul piano reale. Potrei non sbagliarmi se mi azzardassi a dire, che le donne musulmane hanno sfidato le regole da più di un secolo.
     
    E ora un secolo dopo, le donne islamiche stanno andando avanti nella loro affermazione pubblica. È vero che ancora oggi molti teologi islamici discutono se la donna abbia o no un minore capacità di comprensione (rispetto all’uomo n.d.r) , ma molte donne musulmane hanno rimpiazzato gli uomini in molti campi. In Arabia Saudita, dove le donne non possono guidare le macchine, una donna ha ottenuto il brevetto da pilota e guida gli aerei.
     
    Abbiamo notizie dalla Malaysia che Farah al-Habshi, un ingegnere di professione, è stata scelta come sottufficiale per gli armamenti e nella strumentazione elettrica della KD Perak, nuova ed eccellente nave da guerra della marina. Ora lei veste l’uniforme bianca e blu della Marina reale malaysiana. Quello che interessa è che lei indossa anche l’hijab per coprire il capo. Sostiene che l’hijab non l’ha in alcun modo ostacolata nel compiere il suo dovere.
     
    La Malaysia è un Paese islamico e l’ortodossia degli ulema esercita un forte controllo sulla vita delle persone. Di recente il governo malaysiano si è tirato indietro quando gli ulema hanno sostenuto che i cristiani non possono utilizzare la parola Allah nella loro letteratura religiosa e nei loro giornali. Le donne musulmane affrontano molti problemi nel rispettare il diritto familiare in questo Paese in mano a ulema conservatori.
     
    In questo stesso Paese,  una donna è stata scelta come sotto ufficiale con mansioni di combattimento. In India le donne non hanno ancora il diritti di avere ruoli di combattimento nella marina e non è permesso loro volare su aerei da guerra o servire nelle unità di combattimento. Esse non hanno nemmeno il permesso di servire come marinai sulle navi da guerra. Inoltre, Farah al- Habshi ha di recente partecipato a Milano a un’ esercitazione realizzata insieme ad altre donne.
     
    Farah è anche molto preparata e ha risposto a tutte le domande che le hanno posto i giornalisti. E questo è solo uno degli esempi. Ci sono altri esempi. Molte donne islamiche eccellono anche nel campo teologico e in modo abbastanza indipendente rispetto ai teologi tradizionali. Esse hanno mostrato coraggio nell’affrontare gli ulema ortodossi. Qui posso fornire l’esempio di Amina Wudud, americana, che insegna Studi Islamici all’Università di Washington.
     
    Essa sostiene che le donne possono guidare nella preghiera congregazioni miste
    e guida circa 100 persone tra uomini e donne da circa un anno, e questo pure il venerdì, giorno della preparazione del khutba (sermone), un fatto praticamente impensabile nel mondo musulmano tradizionale. Questo ha sollevato una forte controversia e anche Yusuf Qaradawi, un teologo moderato dal Quatar, ha scritto un articolo, con il quale si è opposto alla possibilità che una donna guidi gruppi misti nella preghiera.
     
    Alcune donne del Kuwait, elette in parlamento dopo molto difficoltà, hanno rifiutato di indossare l’hijab e hanno combattuto per il loro diritto di andare alle sedute del parlamento senza velo e hanno portato il loro caso fino alla Corte suprema del Kuwait, vincendo. Possono essere citati molti esempi di audacia delle donne musulmane nel battersi per i loro diritti.
     
    Ma i media, che sono interessati solo alle notizie sensazionali, rifiutano di sottolineare le conquiste compiute dalle donne musulmane e continuano a dipingerle come sottomesse alle autorità tradizionali accettando docilmente la loro condizione. Questa immagine deve cambiare, la realtà è molto più complessa e  deve essere compresa.
     
    Con questo non si nega che in molti Paesi islamici le donne affrontano difficoltà e problemi e la loro libertà non è qualcosa di scontato. Però, è anche vero che molte di loro combattono e rifiutano di sottomettersi docilmente.  Quello che ci dà speranza è la loro continua lotta e sfida delle autorità tradizionali.
     
    Si dovrebbe anche citare qui che molti ulema e giuristi islamici hanno capito che le formule della Shari’ah medievale rispetto alla donna non possono essere forzate ancora di più e alcuni di loro come l’egiziano Muhammad Abduh, l’indiano Maculavi Mumtaz Ali Khan e il pakistano Maulana Umar Ahmed Usmani hanno espresso le loro serie riserve rispetto alla tradizionale concezione della donna. La lotta piena di determinazione da parte delle donne islamiche potrà costringere molti più teologici a rivedere le loro posizioni e considerare alla questione della donna in modo più serio partendo il Corano e dalle regole della teologia medievale”.                            
     
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